E' inutile che cominci questo commento facendo mille giri di parole, possono aspettare, perciò andrò subito al sodo: Il consigliere di stato è, insieme a Incoronazione uno dei migliori romanzi della serie dedicata alle avventure di Fandorin. Seguono, a breve distanza, La regina d'inverno (Azazel'), La morte di Achille e Il marchio del fuoco. Gli altri arrancano o semplicemente non riescono a competere. E ora, per spiegare perché tengo Il consigliere di stato sul gradino più alto, occorre addentrarsi nei dettagli. Spoilers ahead ovviamente.
La storia si svolge nei primi gelidi mesi del 1891, con l'omicidio di un generale malvisto dai rivoluzionari e della cui morte Fandorin viene brevemente e ingiustamente accusato. Quanto basta, insomma, per coinvolgere il nostro eroe nelle indagini e portarlo sulle orme del gruppo di terroristi rivoluzionari guidati dall'enigmatico e pericoloso Green.
L'apertura del romanzo, con Green che si traveste da Fandorin per potersi avvicinare a Chrapov e compiere la missione, anticipa, in un certo senso, il modo in cui si struttura: la narrazione, infatti, segue sia Fandorin che Green a capitoli alterni e offre al lettore la possibilità di seguire la storia dal punto di vista di entrambi, scelta che permette di non perdersi nessun dettaglio e di poter entrare meglio nelle vicende. Protagonista e antagonista corrono su due binari diversi ma paralleli, si "incontrano" per caso ed entrambi sono sulle tracce della stessa persona, che per Fandorin è il traditore che sabota il lavoro delle forze dell'ordine e per Green l'informatore che permette al suo gruppo di lasciare indisturbato la sua scia di terrore.
Green, probabilmente, è anche una delle nemesi più intriganti e meglio riuscite ad Akunin, così come Needle è uno dei suoi pochissimi personaggi femminili che non mettono alla prova i miei nervi. Chi ha dato uno sguardo agli altri commenti che ho lasciato ai libri di questa saga saprà sicuramente che ho qualche problema con le donne che la popolano e che le ritengo essere il punto debole di Akunin. Molte sono esageratamente teatrali o esagitate, altre, con la scusa del doverle rendere "originali", finiscono col risultarmi fastidiose (e altre ancora sembrano piazzate lì perché non sia mai che manchi il love interest di turno per Fandorin eh), ma con Needle - incredibile ma vero - ha compiuto il miracolo che non mi sarei mai aspettata. La sua backstory è solo accennata nel corso della storia, ma riesce comunque a dire molto sul personaggio, non ci dirà cosa l'ha fatta avvicinare di preciso alla causa rivoluzionaria, ma ci spiega perché ha un carattere spigoloso e ci fa capire che sotto, alla fin fine, c'è sempre un essere umano con un cuore ancora in grado di amare.
Il nostro Fandorin, invece, viene a trovarsi in una fase importante della sua carriera e della sua vita. Siamo in un momento di transizione, col vecchio principe Dolgorukoj, suo protettore, che sta per giungere al termine della sua carriera, ma anche con una Russia che sta per entrare in una nuova e turbolenta fase storica. Siamo anche davanti a un Fandorin trentacinquenne che ha raggiunto il grado di consigliere di stato e potrebbe arrivare più in alto, a capo della polizia, ma pur sempre davanti a un Fandorin coi suoi scrupoli morali e il suo amor proprio che nel corso del romanzo viene ripetutamente stuzzicato e ferito. L'arrivo dell'ambiguo Pozharskij, in certo senso, fa da forza scatenante: non sconvolge solo gli equilibri moscoviti, ma dà anche inizio a quel processo che porterà Fandorin a prendere la sua grande decisione finale lasciando attonito il granduca Simeon Aleksandrovich. Non si tratta solo di vanità e orgoglio feriti, dietro c'è anche qualcosa di più profondo che tocca la coscienza e ci fa chiedere se valga davvero la pena compromettersi e mettere in discussione i propri valori in nome della carriera e dell'effimero successo.
Ovviamente, non mancano dei punti deboli, che sono poi il motivo per cui non posso dare cinque stelle belle piene a questo romanzo. Come accennavo sopra, Akunin non ce la fa coi personaggi femminili e neanche questa volta di risparmia il love interest temporaneo, che in questo caso prende il nome di Esfir. Esfir è quella che potremmo tranquillamente definire una bored rich kid: il padre è un banchiere impacchettato di soldi che, pur di sentirsi accettato in società, ha abbandonato la religione ebraica per quella ortodossa e lei, vuoi per noia vuoi perché deve trovarsi qualcosa di scandaloso da fare, si avvicina ai circoli rivoluzionari ripetendo a pappetta discorsi pre impostati, neanche fosse un pappagallino. Fa bene a sottolineare le ingiustizie di cui purtroppo la società è piena, ma l'avrei trovata più credibile se avesse almeno riconosciuto anche la sua ipocrisia, che in parte emerge grazie alla frittelle di Dolgorukoj. C'è da dire che, oltre a fare la figlia ribelle, Esfir, come anche il padre che indossa le decorazioni per salutare di sfuggita Fandorin, prova un certo gusto nell'apparire e far parlare di sé (alla soirée di Dolgorukoj ci va perché sa che sarà l'attrazione della serata e si divertirà a scandalizzare la società da bene, Fandorin le offre solo l'occasione per poterlo fare in tutta tranquillità). Eppure questa rilettura mi ha fatto spezzare una minuscola lancia in suo favore. Esfir è sempre stata un'outsider, l'antisemitismo dilagante l'ha costretta a tirar fuori il carattere e a farsi rispettare e questo suo essere in bilico potrebbe averla spinta a cercare risposte nelle nuove idee (come lei, ricordo lo è anche Green) e nella giustizia sociale urlata a gran voce. Fin qui nulla di male, ma ad Akunin non interessa renderla un personaggio tridimensionale e ad approfondire la sua caratterizzazione perché tanto a fine romanzo saluti e baci, hasta nunca, e quello che viene fuori è una ragazzina viziata, esagitata e arrogante (c'è una bella differenza tra l'avere un carattere forte ed essere invadenti e pronti a scattare come una molla per un nulla). La sua relazione con Fandorin, poi, sembra buttata lì perché lui doveva in qualche modo toccare con mano i circoli rivoluzionari e avere una donna (Akunin, non è una regola eh, just sayin'). Non riesco neanche a giustificarmela come un'attrazione fisica, perché lui mi sembra buttarsi nella storia a mo' di "oh, me tocca pure 'sta volta, ma chissene" mentre lei, che ne so, avrà bisogno di qualcuno a cui urlare e di una casa altrui in cui piazzarsi senza invito pur di non vedere la sua.
Insomma, pecche a parte, il romanzo è talmente ben scritto e strutturato che mi è impossibile farmi influenzare più di tanto dai difetti, per quanto irritanti siano, arrivata all'assegnazione di un giudizio in stelline. Akunin, quando vuole, sa essere un gran narratore e ci regala dei libri e un Fandorin in piena forma e Il consigliere di stato ne è la prova.