Per una volta ho trovato su una bancarella un Galassia anzichè i soliti Urania: come rinunciare? Oltre tutto non conoscevo l’autore, ma ne parlavano bene colleghi più esperti.
Decisamente non sono rimasto deluso: è un bel romanzo catastrofico britannico, uscito nel ’66, cioè quando Wyndham e Christopher (soprattutto il secondo, nel suo caso) avevano fissato le regole del genere. Come (per esempio) “La lampada del sesso” di Aldiss, è un affascinante documento della società britannica pre-sessantottina, in cui una trama futuribile viene affrontata da personaggi che ragionano e si comportano secondo schemi per noi ormai arcaici.
Si immagina che il Sole inizi a emettere radiazioni che spingono, di anno in anno, sempre più persone al suicidio; solo gli “anormali” (artisti, criminali, oosessuali (tale è la visione dell’autore) ) vengono risparmiati, talchè, alla fine degli anni ’70, nelle Isole Britanniche restano poche centinaia di migliaia di “transnormali”, in una società regredita a livello peggio che feudale. Il protagonista Matthew Greville è un pubblicitario di successo, che però, dopo aver scoperto che molto del suo successo era dovuto ai letti frequentati dalla moglie, era riuscito a farla morire in un incidente stradale; all’inizio dell’azione principale è tornato sul luogo del delitto, in un momento di malinconia alcolica, e ha così l’occasione di salvare una ragazza, Liz, da una muta di cani inselvatichiti. Dopo una breve visita ai resti di Londra su richiesta di lei, che l’aveva vista da bambina (cioè poco prima di diventare schiava sessuale del branco di superstiti da cui è appena scappata), Greville inizia il viaggio che li porterà nel suo rifugio nella East Anglia, vicino a Norwich; ma dovranno affrontare indicibili vicissitudini, inclusi stupri subìti da lei (tra cui una specie di stupro da parte dello stesso Greville), e descritti con fin troppo realismo, a mio parere (ma ci torneremo).
Non sto a dettagliare le avventure che seguono: è un romanzo pulp a cui è inutile chiedere i significati dei “Trasfigurati” di Wyndham o di “Inverno senza fine” di Christopher, o anche solo una logica narrativa: è puro romanzesco, dove in qualunque momento può accadere qualunque cosa, ma molto ben narrata: si sente anche in traduzione che l’autore è “anche poeta” (per citare la Signorina Silvani.. no, in realtà l’ho scoperto nei Santi del Giorno di @Stefano Sacchini).
Del resto la traduzione è molto buona, grazie agli sforzi di Montanari e assistente anglofona per rendere i gerghi malavitosi. Il titolo originale “All fools’ day” è purtroppo intraducibile: indica il nostro allegro “primo d’aprile”, ma ha il gustoso senso letterale di “Giorno di tutti pazzi”, ben più aderente al romanzo.
Da notare che questo romanzo del ’66 ambientato nel ’71 fu pubblicato in Italia nel ’74: nemmeno negli anni del boom fantascientifico nostrano si riusciva a tenere il passo.. e gli ottimi curatori Curtoni e Montanari, parlando del catastrofismo britannico, ne citano a esempio “la trilogia ballardiana vento-fuoco-acqua”: “Foresta di cristallo” sarebbe stato pubblicato da noi l’anno successivo.. Teneri ricordi di un tempo che fu, cinquant’anni fa.
Altra curiosità editoriale: tra le molte metamorfosi delle copertine di Galassia, da ghirigori in bianco/nero allo psichedelico Ferruccio Alessandri all’onirico Bruce Pennington, questa è insolita: che sia, come altre copertine dello SFBC in quegli anni, opera di Libero Vitali, che era anche direttore responsabile delle collane?
Tornando al romanzo, è un peccato che a un certo punto Liz rinunci a cercare di salvare la gemella Jane per salvarla: sarebbe stato uno sviluppo interessante, con toni parapsicologici, visto che aveva visioni di lei (soggetta a una schiavitù sessuale ancora peggiore di quella a cui era soggetta Liz); alla fine serve solo a giustificare qualche lubrica scena onirica e la partenza dal loro rifugio.
Da notare anche il senso dell’orrido scatenato da branchi animali affamati: cani, maiali e soprattutto ratti.. da qui James Herbert prenderà parecchio!
Torno un momento sul tema delle mentalità “di una volta”. Siamo abituati a considerare arretrato il passato più o meno remoto (con più o meno precisione storica), ma è spesso il passato prossimo a sorprenderci per la distanza, considerato che si tratta di persone che abbiamo conosciuto. Qui l’evoluto, moderno protagonista non può non trattare come “una brocca rotta, ormai inutile” (per usare una vecchia metafora) la ragazza che ha salvato; lei stessa è profondamente convinta di esserlo. Siccome lei è stata costretta a essere schiava sessuale, per lui ormai è una assatanata da cui difendersi (!) o da trattare più o meno allo stesso modo; lei stessa, ancora sofferente per gli stupri del giorno, lo induce a farle altrettanto, immagino per stabilire almeno quel tipo di rapporto con il suo salvatore. E va notato come nei sogni erotici di lei, ma anche nella realtà narrata, lo stupro scateni comunque piacere fisico nella donna pur riluttante. In pratica la donna è vista come un pozzo senza fondo di incontrollabile lussuria: accettabile finchè repressa e incanalata dalle convenzioni sociali, ma pericolosa una volta che (non importa se per volontà sua o violenza altrui) abbia assaggiato il “frutto proibito”: a quel punto è “una brocca rotta” da cui non può che uscire continuamente “peccato”.
Non è però questa la cifra finale del romanzo: è piuttosto lo stato “normale” (per allora) delle cose, che il nostro Cooper saprà superare permettendo ai personaggi di superare questi schemi; addirittura, Greville accetterà come proprio il primo figlio avuto da lei, che in realtà aveva una lunga lista di possibili padri.