Un dolore profondo, ma indicibile, impossibile da mettere in una parola, un dolore che rischia di apparire inesistente perché incomunicabile: la depressione condanna chi ne soffre a una doppia pena, quella che sorge dal disagio psichico e quella che deriva dall’invisibilità dello sguardo dell’altro. Che spesso si volge verso manifestazioni di dolore più tangibili, fisiche, e quindi più vere, imprigionando il depresso nel suo silenzio o spingendolo ad atti che sono grida di aiuto. Franco Lolli porta il lettore in un viaggio dentro a un autentico enigma dell’animo umano, misteriosamente propenso a «soddisfarsi, in una maniera apparentemente incomprensibile, in ciò che insoddisfa». Un’analisi lucida e inesorabile che scandaglia senza compromessi questo fenomeno pervasivo della nostra società, prona a un’ideologia consumistica e performativa e ormai incapace di simbolizzare e accettare la fondamentale impotenza dell’uomo davanti al fallimento, al lutto, alla morte.
Lunga vita alla vita, viva l’umanità che si accetta. Con le sue paure, le sue aspettative, il suo dolore, le sue sorprese, le sue delusioni e le sue rassegnazioni. Viva la vita: lo stesso, e comunque, e nonostante.
Ma quando ti ritrovi indebolito da traumi precedenti nascosti nella rimozione inconscia e vieni sollecitato dai colpi che la vita non risparmia, la depressione arriva, piomba, domina, contamina, non è più soltanto un passaggio canonico dell’esistenza, quando la sofferenza non è gestibile, quando la solitudine è sia il problema che la soluzione, quando sei nell’ombra della vita, nella terra della non vita, su un iceberg emotivo, allora parole come quelle qui sopra sembrano aria fritta.
Eppure, in competizione più che in parallelo con l’uso e abuso dello psicofarmaco, è proprio la parola, il linguaggio umano, che sembra essere l’unica medicina in grado di restituire al male dimensioni accettabili, confini gestibili. Quando riesce.
Bello questo saggio di Franco Lolli, psicoterapeuta e psicanalista di scuola lacaniana: ampio nella brevità, articolato, chiaro, appassionato, partecipato.
Peccato, perché il tema è rilevantissimo (certo, se non mi interessasse non avrei mai aperto questo volume), e alcuni spunti sono più che azzeccati: il rapporto tra depressione e perdita, per esempio; o l'uroborico legame tra depressione-senso di colpa-solitudine-godimento. L'importanza dell'altro, e dell'Altro - non solo nella depressione, ma anche in quello che sovente è il suo preludio, l'amore. Tutto molto interessante, spesso ripreso da Lacan (ok, devo leggere i seminari, a questo punto), esposto in maniera a volte ermetica. Non il massimo, visto che Lolli insiste sulla centralità della parola. E, ripeto, avrebbe giovato molto alla riuscita del saggio la possibilità di approfondire maggiormente (dammi una bibliografia, almeno!).
Ho trovato discretamente inappropriato sia il capitolo su depressione e femminilità, sia l'intemerata contro i rimedi farmacologici (anche se il tono da crociata no-SSRI viene smorzato dopo un paio di pagine).