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Born and raised in Linz, Bahr studied in Vienna, Graz, Czernowitz and Berlin, devoting special attention to philosophy, political economy, philology and law. During a prolonged stay in Paris, he discovered his interest in literature and art. He began working as an art critic, first in Berlin, then in Vienna: In 1890 he became associate editor of Berliner Freie Bühne (“Berlin Free Stage”), and later became associate editor and critic of the Deutsche Zeitung (“German Newspaper”). In 1894 he began publication of Die Zeit (“The Times”), and was also editor of the Neue Wiener Tagblatt (“New Vienna Daily Flyer”) and the Oesterreichische Volkszeitung (“Austrian Popular Newspaper”).
From 1906-1907, he worked as a director with Max Reinhardt at the German Theater (German: Deutsches Theater) in Berlin, and starting in 1918 he was a Dramaturg with the Vienna Burgtheater.
Spokesman for the literary group Young Vienna, Bahr was an active member of the Austrian avant-garde, producing both criticism and Impressionist plays. Bahr's association with the coffeehouse literati made him one of the main targets of Karl Kraus's newspaper Die Fackel (The Torch) after Kraus's falling out with the group.
Bahr was the first critic to apply the label modernism to literary works, and was an early observer of the Expressionism movement. His theoretical papers were important in the definition of new literary categories. His 40 plays and around 10 novels never reached the quality of his theoretical work. He died, aged 70, in Munich.
L'Espressionismo è una delle mie passioni, forse la mia passione nel mondo dell'arte. Fin da quando ho cominciato ad interessarmene, questa avanguardia composita, disunita, litigiosa mi ha subito affascinato. Le mille possibilità di collegamento con temi storici tra i miei preferiti hanno fatto il resto. Artisti-sismografi sulla faglia più instabile d'Europa, tra la Germania guglielmina pronta a scatenare la Grande Guerra e l'Austria della Gaia Apocalisse militare, politica e sociale nella quale si sarebbe dissolto il KuK. Chi fugge nei boschi a dipingere animali colorati e misteriosi, chi si dissolve nel colore, chi scudiscia la società e la politica. Chi parte dai cabaret e dalle donnine di Potsdamer Platz, per poi finire annichilito dall'esperienza della trincea in un villaggio svizzero tra i monti, una pistola puntata alla tempia. Nei dintorni, ma su strade proprie, gli "irregolari" (nell'irregolarità generale) come Nolde e Beckmann.
Quando ho scoperto che Silvy, piccola casa editrice con un bel catalogo mitteleuropeo, aveva ripubblicato il saggio di Bahr, l'ho subito comprato e letto. E' il primo testo critico mai scritto sugli espressionisti, un instant book (1919) ad opera di un personaggio che sarebbe valsa la pena conoscere. Era uno di quei "geniali superficiali" (C. Magris) che infestavano i caffè viennesi e dissipavano il loro talento occupandosi di tutto e niente, lasciando di sè poche testimonianze concrete. Ciononostante, Hermann Bahr (che in realtà un lavoro l'aveva, fu uomo di teatro di una certa importanza) era l'idolo dei letterati della Jung Wien, che gli si affollavano attorno mentre concionava al Caffé Griensteidl. Già gran propagandista dell'Impressionismo nel mondo germanico, Bahr fu accusato di tradimento dai suoi coetanei, che ritenevano gli espressionisti degli imbrattatele. L'autore ribatte che era la stessa battaglia (di retroguardia) persa a suo tempo dai loro vecchi avversari accademici contro Monet & c. (segue un'interessante dissertazione sull'accettazione della propria transitorietà).
Il libro è la trascrizione, non so quanto rimeditata, di una conferenza tenuta da Bahr a Danzica, non ha il taglio del saggio nè ambisce alla profondità. Ma è disseminato di perle, osservazioni fulminanti, questioni che ha tuttora senso porsi. E' proprio questa la ragione per leggere questo breve testo, la possibilità di partecipare a posteriori a un dibattito su cosa sia l'arte contemporanea, cosa sia l'autenticità nell'arte e, in sostanza, cosa sia l'arte. Compilare un catalogo di queste intuizioni sarebbe noioso, mi limito a citarne un paio che mi hanno colpito, anche perchè le ho trovate utili per me, come appassionato dilettante che avrebbe bisogno di un Bahr nella sua cerchia, non dico di amici, ma almeno di conoscenti.
Una riguarda il rapporto tra l'opera, l'osservatore e la sua educazione. Bahr nota come, in sostanza, l'educazione all'arte si limiti ad insegnare a riconoscere che un'opera assomiglia al paradigma del bello che ci è stato insegnato. Questo era particolarmente vero in passato, dice l'autore, mentre ora i contemporanei (memori delle brutte figure fatte dai loro padri con gli impressionisti, ma anche con Ibsen, Wagner etc.) applicano quella stessa nozione al contrario: se somiglia al "bello" non può essere bello. Se a colpo d'occhio ci piace, non può piacerci veramente. Meglio quel che (a colpo d'occhio) non piace, perchè domani forse piacerà e potremo dire di essere stati degli avanguardisti. Rispetto al passato, al suo tempo l'osservatore non è più preoccupato della novità, ma al contrario di non amare abbastanza la novità, "Non è mai stato così difficile, così faticoso essere un filisteo della cultura". Perchè allora questa rivolta contro gli espressionisti? In parte, dice Bahr, perchè i suoi interlocutori sono vecchi come lui e non accettano di esserlo, anche se fingono di essere sempre sulla breccia. In parte, perchè gli espressionisti non sono "nuovi", al contrario, sono antichissimi, sono la rivolta dell'interiorità, della vista interiore, contro la rappresentazione della natura, idea fondante dell'arte occidentale portata al massimo compimento dagli impressionisti ("Monet è soltanto un occhio. Ma per Dio, che occhio!", P. Cezanne).
Da qui Bahr compie un lungo excursus sulla storia dell'arte come storia della mimesi della natura nell'arte, idea che è l'asse portante dell'opera di Gombrich. L'autore ne conclude che, se gli impressionisti erano "occhi senza bocca", maestri nel cogliere l'impulso visivo, incapaci di penetrarne il significato, gli espressionisti sono "bocche senza occhi", con l'unico intento di gridare la rivolta contro il tempo presente, la disumanizzazione dell'uomo nella modernità, il rifiuto delle convenzioni pubbliche e borghesi. Questa tensione tra vista esteriore ed interiore è forse, secondo Bahr, un potente motore creativo, che alcuni artisti sono riusciti a mettere a frutto. E' una tensione che esemplifica quella tra ragione e istinto, cui rapidamente accenna (citando Mach e qui inevitabilmente penso a Musil). Singolarmente, gli esempi portati da Bahr sono Leonardo, Rembrandt e Cezanne (e, altrove, non a caso si citano anche Grünewald e El Greco). Capisco bene gli ultimi due, meno il primo. Nemmeno capisco perchè Bahr escluda proprio gli espressionisti da questo circolo, nel quale a me pare rientrino pienamente, in bilico com'erano tra arte figurativa e astratta. Questo precario equilibrio è probabilmente una delle ragioni per cui questi artisti mi hanno sempre affascinato, così come i loro predecessori (tutti quelli citati sono nel mio cuore, Rembrandt, Cezanne, El Greco). Quindi, dissentirò sul punto dall'autore, mentre mi associo felicemente alla sua posizione sull'arte (mia) contemporanea. D'altra parte, non ho da temere che tra cent'anni il mio biografo mi rinfacci di non aver capito che Hirst e Cattelan erano i nuovi Goya e Bernini, perchè sarà impegnato a biografare qualcun altro.