È un epistolario breve, fatto di missive sintetiche. Sachs, di quasi trent'anni più anziana, emerge nel suo dolore solitario. Persa la madre, in quella Svezia ospitale che le è rifugio ma in cui si sente sempre ospite e straniera, non le resta nulla. Per questo, si attacca ad ogni dimostrazione di affetto e amicizia e stima quasi con ingordigia. Devo ammettere di averla odiata un po', nelle prime missive: così appiccicosa e smielata. Quasi parassitaria. Una sanguisuga tutta convenevoli e complimenti svenevoli. Celan, al contrario, più giovane e maritato, fa la figura del gran signore. Quando avverte impazienza nella sua corrispondente, si affretta a risponderle - dopo aver latitato anche per mesi - e si assicura di trasmetterle affetto e tranquillità. La invita a casa propria, le va incontro a Zurigo, si prodiga per dare un po' di tregua alla poeta-specchio-contraltare. Tra loro intercorre un meridiano, che è un asse di simmetria. L'un l'altra si riflettono perfettamente, quando la loro vita in realtà sta prendendo strade opposte verso la medesima destinazione. Poi la salute mentale di Sachs ha un crollo. Nessuno dei due vi insiste, ma mi è parso di intuire da parte di lei una serie di comportamenti sgraditi alla famiglia Celan, che da questo momento se ne allontanano. Qui le cose si ribaltano. L'attaccamento insalubre di Sachs emerge per quel che è: disperazione e solitudine. Nei Celan ha investito convinta di poter essere inglobata, convinta che ci fosse un po' di spazio anche per lei in quella famiglia. Per affetto vero, per riconoscenza a chi le ha offerto un po' di luce. Si scusa per il suo malessere, cerca di nasconderlo ai loro sguardi (con la stessa cura con cui si cela la propria malattia terminale a chi si ama), continua a sostenerne le imprese. Celan, il gentiluomo, si ritira. Quasi ti viene da prenderlo a schiaffi: le scrive solo quando ha bisogno dell'influenza e del talento di lei. Vince il Nobel e lui fa capolino. Sachs probabilmente lo butterebbe via, quel titolo, in cambio di questa adozione che non si farà mai. E vorresti metterlo in croce, Celan. Ma muore suicida. Muore di ciò che per tutte le lettere ha tentato di impedire fosse il destino di Sachs. Si ammazza per lo stesso dolore, per lo stesso trauma irrisolto, per lo stesso odio verso il proprio essere sopravvissuto al destino del popolo ebreo. In un certo senso, si ammazza perché non debba farlo lei. Riconosce la fragilità di Sachs e se ne sobbarca la gravità. Quasi fossero la stessa medaglia. È il 1970. Lui si butta nella Senna. Il giorno del suo funerale, lei si sbriciola per la malattia. Ricongiunti nella morte. Giunti alla stazione: laddove alla fine devono essere arrivati coloro che morirono nei campi di concentramento.
Är detta allt? En nobelpristagare i litteratur och en av 1900talets viktigaste poeter korresponderar och det handlar främst om att de försöker men enbart ibland får till ett möte. Korrespondensen är också märkligt ensidig, Sachs envisas med att upprätthålla den, sträcker ut handen gång på gång, Celan är för det mesta, när han ens orkar skriva, bara hövlig. Man lär sig, inte att de var vänner, utan att de enbart var bekanta. Det enda intressanta, och så klart sorgliga, är att breven tar slut, inte för att de tappar kontakten utan för att båda dör inom loppet på bara ett par månader.
Why this sadness? This flowing-the-world-to-its-end? Why in your eyes the pearling light that dying is made from?
Quietly we slip down this sheer cliff of terror
it gazes at us with star-studded deaths these dust-stiffened afterbirths where the song of the birds leaked away and the lip entombed the wine of speech.
Oh beam that awakened us: how you took us weary for home in your darkening arms then left us alone in the night –
I am glad I read this correspondence. Not least because of the fine poems that Nelly includes in this. But they are also good to read to see the level of care and intimacy between these two writers who don’t know a lot of each other, but know enough to be drawn to each other, connected to each other in their poetry and in their grieving for what has been in Europe and in the world.
"Nella nostra epoca pietrificata è sempre un dono divino imbattersi in una persona che si lasci attraversare dalla sofferenza e dall’amore fin nell’ultima, straziante estremità del proprio essere." (Nelly Sachs, 11.9.1958, p. 20)