Premessa
Quando leggo Grossman, da due anni a questa parte, ho sempre davanti il suo volto, quello illuminato da una luce diretta in una sera estiva a Gerusalemme, mentre firmava autografi e mi rivolgeva poche parole in inglese mentre gli porgevo un suo libro per bambini da dedicare alla figlia di un'amica. La sua scrittura di traverso, in ebraico e inglese, sulla pagina. Il suo sorriso tremendamente triste, implorante quasi. La pelle diafana, i capelli rossi, gli occhiali. L'infinita pazienza con la fila delle persone davanti a lui, questuanti la sua attenzione e con le guardie, collegate ad una base operativa chissà dove e ad una pistola ben visibile, attente alla sua e altrui incolumità, dietro.
Un ricordo che provoca in me, continuamente, sfida ed imbarazzo. Imbarazzo per quello che lo sguardo mi trasmette; sfida per quello che mi trasmettono le righe che lui scrive e io leggo. Trasporto e distanza e curiosità. Estraneità e riconoscimento. Incomprensione e svelamento.
Poi ci sono le sue parole pronunciate al funerale del figlio Uri, che riecheggiano dietro i discorsi dei padri ai figli, dei figli ai padri dei suoi libri. E le donne, che, per me, sono tutte sua moglie.
Insomma, quando leggo Grossman non riesco a staccare completamente le sue storie da quello che ho visto e saputo di lui, del suo concreto esistere e della sua concreta storia. E della Storia in cui è nato e cresciuto (e da cui, a volte, vorrebbe fuggire).
In questo libro, L'uomo che corre, sono raccolti quattro racconti scritti tra il dicembre 1979 e il dicembre 1980. Storie che mi hanno fatto pensare ad altri romanzi e/o racconti suoi per i temi affrontati, per lo sviluppo (o l'avviluppo) dei protagonisti -tutti uomini, nella voce narrante-, per le domande sottese rimandate dalla realtà, dalla s(S)toria, dalla quotidianità, dallo scorrere della vita all'individuo immerso in una rete di relazioni e s(S)torie.
E l'elemento nuovo (almeno per me nel rapporto con questo autore) dell'estraneo che entra nella storia (nella Storia) d'Israele, se ne appropria fin dalle radici e che, dalla stessa e con la stessa radicalità, ne è divelto. O di chi sperimenta un'estraneità nel luogo in cui vive, nel corpo che abita, nelle relazioni profonde instaurate e strappate, a cui è costantemente rimandato, nonostante promesse o avvicinamenti o sporadiche comprensioni che parevano aprire insperate vicinanze o addirittura appartenenze. E ovunque la fuga o l'idea della fuga o il tentativo di fuggire. Verso relazioni altre. Meno alienanti, certo e forse. Forse meno fallimentari di quelle che si sperimentano nel presente. Ma solo relazioni sognate. E sempre negate, in un presente altro, in cui uno dei relati è, spesso irrimediabilmente, assente.
E gli animali, che entrano nella relazione con l'uomo a svelare aspetti celati e cerati, a sciogliere nodi, per legare ricordi.
In una scrittura spesso senza la forma data dalla sintassi, ma uscita dallo stampo dei pensieri senza interruzione e delle immersioni nel rumore, che spesso li accompagna, della vita che viviamo. Tutti, ciascuno da solo. E insieme. Ciascuno da solo in mezzo a molti altri.