14/03/2019 (*)
Nel bianco ha la sovracopertina completamente bianca. Nomen omen. O almeno, la mia edizione con copertina rigida in cartonato (nera - sottile riferimento al'unione di tenebra e luce?) è avvolta da questa sovracopertina candidamente bianca.
Comunque sia, questa sovracopertina all-white stava da tempo immemorabile a guardarmi dalla mensola dedicata a tutti quei libri comprati e mai letti, che come piccoli orfanelli attendono trepidanti un pò di attenzione. Comprati non è forse il termine giusto: pervenuti, giacché non ho memoria di averli comprati tutti. Regali, magari. O prestiti a lungo, lungo termine.
Non ho grande stima dei cosidetti thriller, di quei libri di rapida lettura e facile presa che si prestano molto bene per essere letti in ben determinati contesti: una sdraio al mare, il sedile di un treno o di un aereo. Non ne ho grande stima perchè, generalmente, rappresentano una narrativa di infima qualità; tutt'al più, buona per un pò di svago e rilassamento mentale.
Orbene, questo era proprio quello che cercavo: è il momento giusto per prendere in mano quella sovracopertina ossessivamente bianca che rimandava a quel titolo così nettamente acromatico, mi sono detto qualche giorno fa.
Non è che io abbia chissà quali competenze letterarie né un gusto così sopraffino. Non sono nemmeno un lettore snobistico e nemmeno possiedo una cultura davvero superiore.
Tuttavia, per Dio, questo libro fa veramente cacare.
Direi che è sostanzialmente illeggibile, di una incomprensione che proviene dalla sua indecente piattezza, sintomo di un rigetto che non è dovuto alla fatica nella lettura ma proprio alla repulsione di fronte al regresso culturale che rappresenta.
La prima parte è imbarazzante. Vorrebbe essere un qualcosa di preparatorio e propedeutico a quello che verrà dopo, come la semina sta alla mietitura o la potatura alla vendemmia. Invece è una imbarazzante carrellata di personaggi caricaturali, stereotipi in forma umana, privi di qualunque spessore, interesse o profondità caratteriale. A peggiorare le cose, le pagine sono percosse da un venticello fastidioso e continuo di allusioni sessuali che nulla centrano, che niente incidono, che affatto importano e che, con una certa imbarazzante morbosità, emergono senza segnali premonitori ogni due per tre, fanno capolino ammiccanti, in modo del tutto improprio e senza che nessuno senta la necessità della loro comparsata, men che meno ai fini della trama. Sono come quei banner pubblicitari che ti spuntano nell'angolo dello schermo del PC mentre stai leggendo qualcosa. Purtroppo non avevo con me AdBlock.
Comunque, la trama. La trama è inconsistente e leggera, leggera come un sipario di carta velina tenuto appesa a qualcosa di solido da fili narrativi così sottili e inconsistenti che solo il mestiere (da scribacchino scafato e ultrasessantenne) che emerge nella seconda parte li tiene interi, lì a sorreggere il quasi nulla che sta sotto.
La trama è una sequela di fortunati (o sfortunati) eventi che magicamente si combinano, contro ogni logica raziocinante, contro ogni aspettativa che il buon cinico e lo spietato realista che sono in ognuno di noi si auspicherebbe. E' un florilegio di piattume. In molti punti si sfiora involontariamente il ridicolo; in qualche punto, dove si vorrebbe solleticare il ridicolo, si sfiora il disagio.
E' il male della banalità (cit.).
In realtà, a esser rigorosi, è solo la storia del furto di un virus letale da un laboratorio scozzese che entra in collisione con la storia della famiglia del Mulino Bianco in temporanea confusione che a sua volta collide contro la storia di una persistente incomprensibile e ristagnante atmosfera di sesso represso che a sua volta confligge con la storia di una perturbazione metereologica di rara intensità che cala sulla festa comandata più sentita dell'anno (Natale) che infine implode in sé stessa (la storia), collassando in un informe guazzabuglio di banalità.
In questa disastrosa cornice di deficienza letteraria, dove non c'è una cosa che sia una messa giù bene, a modo e con criterio, si giunge più o meno alla morte del libro. All'asfissia della cultura e della lettura, come spazio intimo e privato per la riflessione, l'otium o anche solo la distrazione. Nemmeno al cesso un libro del genere risulta utile.
Forse il bianco rappresenta il contenuto della cornice: non la neve della Scozia, ma quello che vedreste se poteste sporgervi, da turisti, oltre il parapetto che delimita la fine dell'Universo.
Il nulla. O, qualunque cosa sia, una cosa che gli assomiglia molto.
Eppure il Follett che avevo letto da ragazzo ne La cruna dell'ago mi pareva altra cosa. Forse sono invecchiato male io. O forse non c'è più niente da dire, e sarebbe meglio appendere il calamo al chiodo.
In ogni caso, questa vaccata cosmica finisce di diritto nel mio personalissimo angolo-della-vergogna, categoria libresca a parte che, al di fuori dell'etichetta virtuale, fisicamente corrisponde a quella pila di libri che tengo a impolverare sotto la scrivania giacché mi vergogno di esporli e di cui non mi sbarazzo.
A imperitura memoria della mia dabbenaggine e della mia ignoranza.
Una cacata sesquipedale.