Morte dell’inquisitore (1964) occupa un luogo del tutto a parte nell’opera di Leonardo Sciascia. La ragione ne fu data dall’autore stesso: «è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa». Un libro, dunque, fondato su un mistero non del tutto svelato, forse non del tutto svelabile. E inoltre il libro dove Sciascia ha disegnato la figura di un suo antenato ideale, l’eretico Diego La Matina («personaggio che non doveva più lasciarmi»). Il tema dell’Inquisizione, infine, rimane (e rimarrà sempre) quanto mai delicato, perché – come scrisse Sciascia stesso con memorabile efficacia – «appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti». Parole che ci fanno intendere, come meglio non si potrebbe, l’attualità immediata che questo libro ha per noi e confermano un’altra annotazione di Sciascia: «Mi sono interessato all’Inquisizione poiché questa è lungi dal non esistere più nel mondo».
La storia di fra Diego La Matina, religioso dei Riformati di S. Agostino di Recalmuto, eretico bruciato nel 1658, che prima di essere giustiziato riuscì ad uccidere in carcere il suo inquisitore, Juan Lopez de Cisneros. La figura di questo frate eretico, considerato da Sciascia un antesignano del libero pensatore, è l'occasione per proporre un'interessante spaccato sulla Sicilia del XVII secolo e su quella piaga che fu l'inquisizione spagnola. A una Sicilia, secondo Sciascia, profondamente refrattaria alla religione cattolica, si impone una religione istituzionale che in tanti suoi rappresentanti è un vuoto formalismo e ritualismo che copre un ateismo pratico e un misconoscimento del vangelo, manifesti nella mera gestione e nell'abuso del potere.
Mi ci sono imbattuta qualche settimana fa nel bookshop di Palazzo Chiaromonte Steri, oggi sede del Rettorato dell'Università degli studi di Palermo, più noto per essere stato sede del Tribunale dell'Inquisizione in Sicilia.
Gli intonaci delle celle dei prigionieri sono interamente ricoperte di disegni e di scritte, all'epoca incise dai prigionieri del Santo Uffizio. Si è fatto denso il silenzio tra i visitatori alla vista dei graffiti; l'unica a parlare la guida che dava voce alle mura: maledetto è quell'uomo, iniquo e rio che confidasi in uom e non in Dio. Non proprio le parole di un eretico, forse più le parole di chi è stato bersaglio di delazione.
Quella della guida di Palazzo Steri e' in un certo senso la medesima operazione compiuta da Sciascia con questo suo scritto: dare voce ai torturati, ai prigionieri, ricostruire la verità attraverso il recupero e l'analisi dei documenti storici, restituire giustizia.
Scrive Sciascia: << Non c'è sulle pareti spazio, sia pure minimo, che sia stato risparmiato dai prigionieri. Ognuno vi ha lasciato traccia della propria pena, dei propri pensieri. Chi ha segnato i giorni con una serie di aste verticali e chi ha affidato alla parete il grido della propria innocenza. Chi ha testimoniato rassegnazione e fierezza >>.
Il fulcro dell'indagine di Sciascia riguarda la prigionia, anzi le prigionie, di Fra Diego La Matina, più volte incarcerato nel corso di oltre un decennio dalla Santa Inquisizione, con accuse di volta in volta più gravi, fino all'ultima accusa per eresia. Nel corso dell'ennesimo interrogatorio nella sala delle torture, Fra La Matina ucciderà l'Inquisitore Juan Lòpez de Cisneros.
Sono numerose le leggende e le narrazioni analizzate da Sciascia sulla storia di Fra Diego e sulle accuse per cui fu più volte imprigionato. Sciascia non è persuaso e scaverà a fondo, fino a quando riuscirà a ricostruire la verità storica. Non la svelerò a beneficio di quanti non la conoscessero e avessero piacere di leggere il libro o di documentarsi.
Fra La Matina sarà condannato al rogo. E' molto toccante la ricostruzione del processo sommario e dell'esecuzione della pena. L'uccisione di Fra Diego, come raccontata da Sciascia, rappresenta quella di tutti i prigionieri condannati dalla Santa Inquisizione. Ne riporto un piccolo stralcio:
<< Per quanto riguarda il Sant'Uffizio, la vicenda di Fra Diego era finita: bastò spostarlo davanti al palco del capitano di giustizia, e l'ultima sentenza di morte si gli pronunzio': che vivo abrugiato, fossero al vento le di lui ceneri disperse >>.
Concludo riportando una nota di Leonardo Sciascia nelle pagine conclusive di questo libro ricco di documenti, di cronache, di studi:
<< Ho letto (o presumo di aver letto) tutto quel che c'era da leggere relativamente all'Inquisizione di Sicilia: e posso dire di aver lavorato a questo saggio più, e con più impegno e passione, che a ogni altro mio libro >>.
Certo è che, pur essendo un saggio storico, l'emozione di Sciascia è viva e trapela da ogni riga.
La scelta di Sciascia di scrivere a proposito di un episodio storico sconosciuto ai più, o meglio delle vicende che portarono alla morte sul rogo di Frate Diego La Matina, un personaggio defilato dalla storia, uno di cui nulla di certo si sa, del quale nessun libro di storia ha mai parlato nemmeno in una riga, elevandolo alla figura di “uomo che tenne alta la dignità dell’uomo”, è un efficace pretesto per sottolineare ben altro. Difficilmente si troveranno libri che parlano di personaggi più vaghi, dai contorni più incerti e indefiniti, di questo religioso, bruciato sul rogo nella seconda metà del 1600, sui reati del quale le fonti omettono notizie precise, o tacciono o parlano in modo generico di “eresia”, quando invece raccontano con dovizia di particolari la cerimonia organizzata in pompa magna per la sua morte. Non sapremo mai se fu innocente o criminale, ma l’inchiesta ben documentata che Sciascia conduce non si prefigge questo scopo. Ciò che conta è che Fra Diego La Matina fu più volte arrestato, imprigionato e torturato dalla santa inquisizione, e mai si pentì della sua misteriosa eresia, che viene probabilmente individuata in una lettura egualitaria delle sacre scritture, finchè un giorno commise un crimine “vero”, uccise uno dei suoi carnefici. Il coraggio, la tenacia, soprattutto il lume della razionalità non l’abbandonarono mai fino alla fine, fino al giorno della morte, finchè, sul rogo, gridò “Dio è ingiusto”. Ne esce così la figura di un eroe della Storia, un eroe della ragione che rivendica la propria libertà dall’oscurantismo religioso in cui la Chiesa ha tenuto incatenate per secoli le menti umane.
This is a book of various studies that Sciascia made about the Inquisition in Sicily. The church has tried to disavow itself of some of the violence that the Inquisition used, but Sciascia goes to pains to demonstrate how brutal it was and the toll in human life that it took. It is not a particularly exciting book (I would suggest his The Day of the Owl instead to get a feel for his writing), but it is a great document that I read after visiting the Inquisition cells in the Palazzo Chiaramonte-Steri in Palermo, Sicily this summer. During Leonardo's lifetime, some of the graffiti left by inmates had already been uncovered, but subsequently nearly every cell has been restored and it is quite chilling to see. Another sad side note, which is not accessible as a tourist but nonetheless mentioned on the audioguide, is the special Grand Inquisitor cell used for torturing women into confessing using rape and sexual violence. If hell exists as Dante portrayed it, the Inquisitors are hopefully burning in it as I write.
Hermoso. Al igual que reía, no paraba de rechinar los dientes. Sciascia siempre será de mis italianos favoritos por decir las cosas con golpes, y no de pecho. Una joya.
Si possono dare 6 stelle? Perché Morte dell'inquisitore è testo di sfolgorante bellezza. Non ci sono solo le ricerche storiche di Sciascia, ma il suo essere profondamente attaccato alla terra d'origine e al genere umano, diverso eppure uguale in tutti i momenti storici.
Breve e tristemente ironico pamphlet storiografico incentrato sull'azione dell'Inquisizione seicentesca nell'isola siciliana. Quello che e' un grido di protesta contro la protervia clericale del passato (?), diventa una testimonianza contro la sopraffazione e il bempensantismo della maggioranza che schiaccia ogni eccentricita' intellettuale. La lettura risente purtroppo del vezzo della scrittura un po' troppo ampollosa e compiaciuta, ma vale senza dubbio la pena.
Come sempre Sciascia mi affascina e mi insegna. Questo piccolo saggio si trasforma in racconto storico grazie alla scrittura e alle puntuali ricerche dell’autore. Palermo, Palazzo Chiaromonte (Steri) sede dell’Inquisizione Spagnola, un monaco che non abiura (non questa volta) e che uccide l’Inquisitore, una tenzone teo-logica nell’imminenza del rogo: ci sono tutte le componenti per farne un romanzo più corposo. Puntuali le note e le considerazioni che sobillano la curiosità del lettore, oltre quella di Sciascia stesso che considerò questo lavoro mai finito, ancora pieno di sorprese e misteri, se solo nel 1782 il principe Caracciolo, dopo il decreto d’abolizione del Sant’Uffizio in Sicilia, non avesse fatto bruciare (!) tutti i documenti riguardanti i processi. A meno che, negli archivi di Madrid… Metto qui il link riguardante Palazzo Chiaromonte che merita certamente una visita. Come sempre Sciascia mi affascina e mi insegna. Questo piccolo saggio si trasforma in racconto storico grazie alla scrittura e alle puntuali ricerche dell’autore. Palermo, Palazzo Chiaromonte (Steri) sede dell’Inquisizione Spagnola, un monaco che non abiura (non questa volta) e che uccide l’Inquisitore, una tenzone teo-logica nell’imminenza del rogo: ci sono tutte le componenti per farne un romanzo più corposo. Puntuali le note e le considerazioni che sobillano la curiosità del lettore, oltre quella di Sciascia stesso che considerò questo lavoro mai finito, ancora pieno di sorprese e misteri, se solo nel 1782 il principe Caracciolo, dopo il decreto d’abolizione del Sant’Uffizio in Sicilia, non avesse fatto bruciare (!) tutti i documenti riguardanti i processi. A meno che, negli archivi di Madrid… Metto qui il link riguardante Palazzo Chiaromonte che merita certamente una visita. Come sempre Sciascia mi affascina e mi insegna. Questo piccolo saggio si trasforma in racconto storico grazie alla scrittura e alle puntuali ricerche dell’autore. Palermo, Palazzo Chiaromonte (Steri) sede dell’Inquisizione Spagnola, un monaco che non abiura (non questa volta) e che uccide l’Inquisitore, una tenzone teo-logica nell’imminenza del rogo: ci sono tutte le componenti per farne un romanzo più corposo. Puntuali le note e le considerazioni che sobillano la curiosità del lettore, oltre quella di Sciascia stesso che considerò questo lavoro mai finito, ancora pieno di sorprese e misteri, se solo nel 1782 il principe Caracciolo, dopo il decreto d’abolizione del Sant’Uffizio in Sicilia, non avesse fatto bruciare (!) tutti i documenti riguardanti i processi. A meno che, negli archivi di Madrid… Metto qui il link riguardante Palazzo Chiaromonte che merita certamente una visita. https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo...
Leonardo Sciascia's "Death of an Inquisitor" is a brief glimpse into the semi-mysterious 17th century case of Augustinian friar Diego La Matina, burnt at the stake as part of the Sicilian Inquisition.
Remembered by some as a vile heretic, in contrast Sciascia praises Matina's heroic freedom through his unwavering tenacious opinion, also suggested by his repeated and increasingly more concerning incarcerations. What ultimately sent Matina to the stake was the killing of his—probably less than saintly—inquisitor. He was also the only man to ever have done so. Unsurprisingly, what survives are pro-inquisition accounts, and Sciascia laments the loss of Matina's 'heretical' writings that could've shed more light on the nature of his 'transgression(s)' that so alarmed the church authorities (while offering possibilities).
Though Matina was more a hot-headed half-bandit in his younger years, the Catholic authorities' then-morbid obsession with forcing views and torturing evil out of supposed 'heretics' is hardly endearing. If this was what a 'holy' Christian institution looked like, then I can hardly blame or disagree with Sciascia's nod to Sicilians' indifference to religion. Yet another historical case to ponder over.
Mi piace sempre lo stile di Sciascia e, nonostante questo libro non sia un vero e proprio romanzo, ma piuttosto abbia più elementi in comune coi saggi storici, penso che non solo sia scritto molto bene, ma anche che riesca a incuriosire e a mantenere alta l’attenzione del lettore. Non è un libro per tutti, può apparire noioso e a tratti persino inconcludente, ci si può’ facilmente perdere tra citazioni, note a piè di pagina e riferimenti bibliografici, pero’ ritengo che sia sempre molto interessante leggere, soprattutto dei nostri scrittori preferiti, anche quei lavori un po’ “strani”, o anomali, e diversi dal noto. “Morte dell’inquisitore” mi riporta a casa, mi immerge in quella sicilianità che è poi diventata il tratto distintivo della nostra letteratura locale (fino a Camilleri, a Simonetta Agnello Hornby e ai Florio di Stefania Auci) e, soprattutto, è l’ennesima riprova del mio amore per questa terra, e per Leonardo Sciascia.
Ma noi abbiamo scritto queste pagine per un diverso giudizio sul nostro concittadino: che era un uomo, che tenne alta la dignità dell’uomo.
Un saggio forse meno accessibile rispetto a La strega e il capitano perché molto meno narrativo. A volte ci si rischia di perdere tra le molte citazioni in diverse lingue, ma le sferzate ironiche contro l’istituzione cattolica e inquisitoria seminate qua e là da Sciascia, che non ha mai la stupida intenzione di fingersi obbiettivo, ripagano della lettura. Non mancano passaggi molto potenti in cui Sciascia sottolinea il grande valore simbolico e umano della resistenza dell’inquisito. Vista anche la brevità del testo, sarebbe da consigliare a tutti.
Leonardo Sciascia ovde daje masterclass svim piscima kojima je palo na pamet da se bave dokumentima. U stvari im pokazuje da samo idiot od njih može napraviti zatvorenu priču. Idiot ili maliciozni tip, kome je dokument samo izgovor. Kako su postmodernisti ukaljali ovaj pristup i pretvorili ga u žanr i kako Šaša zvuči življe i žilavije od svih tih manipulatora. I kako iz njega zrači poštenje i želja da ipak u nedostupnu istorijsku ličnost ne učita više herojstva nego što ona zaslužuje. Pročitano u dahu, u gutljaju!
"[¡] Con qué pocas ideas viven una secta y un siglo!" (92)
… "Les Inquisiteurs qui poussent un peu trop loin leur zèle finissent bientôt assassinés, surtout s'ils se risquent à se mêler de la conduite et des opinions de la noblesse." (100)
Indagine su un fatto poco conosciuto della storia dell'Inquisizione in Sicilia (l'uccisione di un inquisitore da parte di un frate, non si sa se spirito libero o briccone); l'ho trovato troppo bibliografico e poco lineare nell'esposizione, anche se non privo di interesse.
La prosa elegante e il gusto storico ed erudito di Sciascia sono sempre gradevoli ed illuminanti anche quando, come in questo caso, la costruzione della figura di frate Diego La Matina sembra appoggiarsi ad elementi indiziari più che ad testimonianze accertate.
Giuro che io ci provo a farmelo piacere Sciascia, ma che due palle immense: l'informazione che entra da un orecchio di fionda per uscire immediatamente dall'altro. Troppi dettagli e rimandi e poco di storia effettiva
Elegante indagine di Sciascia sulla morte dell'inquisitore di Sicilia e sugli intrighi di palazzo, oltre che ironico affresco dell'aristocrazia palermitana. Da leggere "vicino" a Urla senza suono.
After this book, one among so many, one can only wonder: what society would accept such cruelty, such madness from any institution. And yet, the church is still there. It should be annihilated.
Incuriosisce la particolarità dell'argomento: quell'onta dell'umanità durata oltre 300 anni che fu l'Inquisizione, ma certo non mi aspettavo un semplice resoconto sull'argomento, per quanto immaginiamo frutto di un monumentale e ammirevole sforzo di consultazione di fonti. Va bene partire da un fatto “insolito”, che per ammissione dello stesso autore è successo solo 2 volte a nostra conoscenza, e cioè l'uccisione di un Inquisitore ad opera di un torturato (incredibile dictu!), ma poi il testo non si stacca mai da un'arida ricostruzione e successione di fatti, invece di astrarsi, come era forse auspicabile attendersi da cotanto autore, a considerazioni più universali sulla follia umana, e peggio ancora religiosa. Noioso.