Il Poema Celeste, di Farid Al-Din Attar, è un'opera risalente al medioevo persiano. Data, infatti, XII secolo e il suo autore, in quel periodo, fu uno dei letterati e maestri sufi più celebri.
La sua conoscenza si rivela al lettore in tutta la sua vastità, giacché molte delle storie e degli aneddoti narrati nel Poema Celeste fanno parte della tradizione persiana.
L'opera si basa su un dialogo (in realtà, quasi monologo) tra un vecchio, saggio, padre e i suoi figli. Avendo chiesto a questi cosa desiderassero, il pio genitore, affranto dalla vanità dei desideri della sua prole, cerca, narrando varie storie, di far capire loro che non bisogna preoccuparsi della vita terrena e dei suoi piaceri effimeri, ma di Dio e della vita ultraterrena.
Ovviamente, è una visione che ci sta tutta, per un vecchio uomo di lettere, studioso, fedele musulmano e sufi.
E, in parte, potrebbe essere un insegnamento condivisibile anche oggi, persino se non si è credenti. Quante cose vane desideriamo?
Tuttavia, se posso aprire una parentesi, qualcuno mi dovrebbe spiegare perché il Signore si sarebbe preoccupato di creare noi e il nostro bel mondo, se poi non possiamo godere in questo bel mondo.
Ecco, quando si svilisce ogni aspetto della vita terrena e concreta, secondo me, non si apprezza nemmeno la creazione e le religioni e i religiosi che non lo capiscono non sono davvero in sintonia coll'amore celeste.
Ad ogni modo, tornando al poema, ritengo che il suo più grande limite sia il ripetetersi incessantemente. La maggior parte degli aneddoti raccontati sono molto simili e la morale è - necessariamente - sempre la stessa.
Questo rientra nelle abitudini narrative antiche, influenzate dalla tradizione/trasmissione orale, ma oggi potrebbe risultare un po' pesante.
Tuttavia, alcuni episodi si distinguono e si leggono con molto piacere. Inoltre, Attar sa creare immagini poetiche profonde e suggestive: è un abile poeta, direi, ma un prolisso narratore.
Interessante notare come, sorprendentemente, la sua visione dell'Islam sia molto più umana di quella sciita-iraniana odierna.
Mi piace come prenda ferma posizione contro la possibilità, per un uomo di ucciderne un altro o di perseguitarlo: per il saggio sufi, l'amore è fede in Dio e in nessun modo questa ci dà facoltà di fare del male al prossimo. Sarà Dio, nell'aldilà a provvedere o, nella vita, ad assegnare fati.
Un'altra differenza con l'Iran contemporaneo si riscontra nel come vengono mostrate le relazioni omosessuali. Devo dire, prima di tutto, che non mi aspettavo di trovarne, quando ho deciso di leggere il libro: sono state una sorpresa. Ma mi ha fatto piacere ed è stato interessante leggere di tutti questi uomini attratti o innamorati di giovani uomini belli e splendenti come la luna. Queste relazioni a volte sono condannate, a volte sono tragiche, a volte sono accettate e finiscono bene.
E, sicuramente, tali temi tradizionali sono anche allegorici e questi amori rappresentano prima di tutto l'amore tra l'uomo e Dio (accadeva spesso nella letteratura sufi).
Ma il fatto che, comunque, se ne potesse parlare e leggerne così è indicativo di una società che, quanto meno, non si strappava le vesti, o perseguitasse attivamente certe manifestazioni.
Ma badate, non voglio dire assolutamente che l'omosessualità fosse libera e accettata, o considerata, idealmente, come oggi: non era così. C'erano dinamiche di potere da rispettare (simili a quelle greche), che comunque non potevano essere pubbliche... ma, ecco, almeno qualche eco poteva emergere nell' arte: e ciò non mi sembra poco e dice molto di come alcune espressioni dell'umanità trovino il modo, anche subliminale, di affiorare. Perché sono lì. Mai sparite, mai spariranno.
Quindi, per tirare le somme, Il Poema Celeste, di Attar, è un'opera importante, a tratti bella e ben scritta, per i canoni dell'epoca, ma che potrebbe risultare un po' pesante per la sua ripetitività e per l'essere - sostanzialmente - monotematica. Chi apprezza la letteratura orientale può superare i limiti del testo e trovare qualche motivo di diletto nella lettura di questo libro.