Campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.
Per pagare l’evasione di tre compagni dal campo, dieci detenuti, fra i quali un ebreo, un Kapò, un ex SS, una donna e un prigioniero di guerra russo, vengono rinchiusi in una baracca d’isolamento. L’ordine del comandante del campo è chiaro e spietato: se entro l’alba del giorno successivo non avranno deciso uno fra loro che sarà giustiziato, verranno uccisi tutti.
E’ incredulità, panico, disperazione, rabbia.
Hanno tutti alle spalle esperienze di vita (e di prigionia) diverse, tutti si sono in qualche modo macchiati di colpe, tutti potrebbero essere, per motivi differenti, lo sfortunato prescelto. E, nel frattempo, il comandante, gioca col figlio una partita a scacchi, le cui pedine, sembrano accomunate ai dieci detenuti in un macabro parallelismo.
Come finirà?
Devo ammettere che fra le mie ormai tantissime letture sul tema della Shoah, un thriller mi mancava. In realtà l’autore non ha scritto un thriller, o meglio, di thriller puro il romanzo ha solo il ritmo da “bomba ad orologeria”, una scadenza del tempo crudele e inesorabile, un ritmo serrato, senza fiato. Ma la storia in sé, più che scatenare pulsioni thriller, sa sapientemente scandagliare l’animo umano, in tutte le sue sfaccettature: e la baracca isolata nella quale i personaggi, tramite dialoghi e flash-back, si lasciano andare ad accuse e rivelano segreti inconfessabili, altro non è che un microcosmo del nostro stesso mondo, nel quale ci ritroviamo a puntare lo sguardo verso l’altro in situazioni di paura e di tensione. Così come la partita a scacchi del comandante altro non è che una metafora della nostra vita, e noi siamo pedine, mosse da un gesto effimero, quasi imprecettibile. Ne scaturiscono delle belle riflessioni di stampo morale sul proprio senso di dovere, sulla dignità, sul rispetto reciproco.
Insomma, caro Piero degli Antoni, senza nulla togliere al genere thriller (che io adoro) tu sei andato in là. E ci hai regalato un bellissimo romanzo.