Che soddisfazione leggere un Simenon ancora pressochè inedito in Italia, dopo che Adelphi ha colmato così tante lacune (e mi ha tolto tante volte questo senso di privilegio! Questo romanzo fu tradotto per Mondadori nel 1934 come “L’asino rosso”, ma credo non più da allora: se qualcuno vuole pubblicare una nuova traduzione, eccomi!).
Questo “All’Asino rosso” è un romanzo di un Simenon ancora giovane, ma già celebre e padrone degli strumenti letterari.
Jean Cholet, giovane giornalista della Gazette de Nantes, si risveglia dopo una terribile ubriacatura: era stato incaricato per la prima volta di seguire un’importante conferenza, e per festeggiare i colleghi lo hanno fatto bere. Peccato però che alla bevuta sia seguita una nottata “All’Asino rosso”, locale notturno di dubbia fama.. il nostro giovanotto, però, incantato anche dall’incontro con il brillante impresario teatrale Speelman, non riesce a rassegnarsi alla sua vita piccolo-borghese e sviluppa sogni di gloria e di grandezza: nonostante la disperazione di mammà, comincia a frequentare sempre più assiduamente quel tabarin, dove chissà perchè ha sempre un posto d’onore tra i proprietari, i coniugi Layard, e gli artisti, e addirittura gode dell’usufrutto (se non esclusivo, quanto meno gratuito) delle artiste: la tenera e malinconica Lulu soprattutto, all’occasione la più allegra e scafata Nelly.. anche se, tra una bottiglia di champagne e l’altra, Simenon lascia capire tra le righe che il ragazzo deve aver visitato anche l’innominabile casa che, rispetto all’Asino rosso, sta ancora più a fondo nel vicolo (l’autore sguazza nell’evocare lo squallore di questi amorazzi in stanze maleodoranti, anche se la censura degli anni ’30 impediva le descrizioni esplicite e “seminali” che troveremo nella Chambre bleue).
Ma intanto la sua situazione lavorativa degenera: Jean si è indebitato con tutti, scopiazza alla meno peggio gli articoli per il giornale (rischiando di scriverne uno su un evento che, a sua insaputa, in realtà è stato annullato..) e, grazie alla sua influenza di giornalista, si presta a bassi servizi per gli amici dei Layard, come un tale Gybal, dalla seducente immagine di uomo di successo e niente meno che sedicente amico del misterioso Speelmann.. quando Lulu viene licenziata perchè Nelly stimola di più il pubblico, Jean decide di rompere con famiglia e lavoro e di seguirla a Parigi. Come finirà questo amour fou?
SPOILER
Finisce non tanto in un disastro quanto nella meschinità; costretto a fingere un amore che non prova per la povera Lulu, nonchè a scroccare ancora soldi dal padre, impiegato modello ma sempre molto indulgente verso il figlio (che gli millanta avventure degne di Porfirio Rubirosa), il nostro Jean viene improvvisamente informato della morte del povero padre. Pianta quindi in asso Lulu, torna a casa e si lascia convincere a essere ormai “l’uomo di casa”.
Un’ultima tentazione lo coglie proprio durante la cerimonia funebre: la città è piena di manifesti che annunciano il ritorno in città della compagnia di Speelman.. ma un magistrale colpo di scena finale lo riporta sulla retta via: viene convocato dal superiore del padre pensando di ricevere l’attesa (e tanto necessaria a casa!) liquidazione, ma viene invece informato che il ritrovamento del cadavere del padre alla scrivania, stroncato da un infarto a metà panino durante la pausa pranzo, è stata una pietosa bugia a tutela vuoi della vedova vuoi del buon nome della società; in realtà il pover’uomo è stato trovato morto nella casa d’appuntamenti adiacente, che aveva iniziato a frequentare (forse suggestionato dai racconti del figlio?); e per frequentarla aveva anche lasciato un buco nei conti, che si potrà coprire appunto con la liquidazione.. al ragazzo non resterà che tornare a casa scornato e, dopo un farsesco tentativo di uccidere Speelman nel locale dei Layard, rassegnarsi a prendere il posto del padre, innanzitutto occupando la poltrona che lui amava.