13 sono le cose da fare. Le ha segnate Emilie su un foglio di carta otto anni fa. Da allora, Alessio lo tiene sempre in tasca. Ogni tanto lo apre e lo legge come fosse un rituale, un esercizio da fare per sopportare un’assenza. Si dice che il problema sia di chi resta, non di chi se ne va. Emilie se n’è andata, portata via da un cancro. Alessio le è sopravvissuto. Sono passati otto anni ed è ora che tutto ha inizio.
Inizio facendo una specie di gioco: elencherò le annotazioni che ho preso leggendolo e le metterò in ordine sparso come se questo romanzo debba essere recensito seguendo l'istinto piuttosto che la logica.
Pensieri, introspezione, dolore. Follia, irrazionalità. Follia (di nuovo). La trama si delinea a scatti, come una specie di folle flusso di coscienza. Lavoro, cibo. Panettone, birra Birra. Questo libro ha una voce! Yeah!! Un po' fine a sé stesso? Paradiso. Fa ridere qui! Cane-giraffa. Solitudine. Definizione di felicità. Qui tende alle confusione: sogno e realtà si mescolano. Concatenamento di pensieri che portano la storia principale in una sottostoria, per poi riallacciarsi alla principale. Flash back. 13 cose. Twin Peaks.
Ora vi dico una cosa che non c'entra un cazzo: da piccolo ho provato a mangiare il fieno dando in cambio al cavallo il mio Calippo. Sembrava contento.
Mentre leggevo mi sono venuti in mente due riferimenti letterari che accosterei a questo romanzo, il primo è Paolo Nori, non tanto nel modo di scrivere quanto nel tipo di personaggio un po' strano che entrambi, Turati e Nori, usano. Tuttavia il secondo riferimento è ancora più importante: "Il Tamburo di Latta" di Gunter Grass, parliamo di uno dei più bei romanzi di questo secolo... I due romanzi sono diversi per trama, lunghezza e mille altre cose. Entrambi sono scritti in prima persona ed entrambi i protagonisti sono folli e sembrano vivere in stato di post shock. Me lo ha ricordato perché entrambi i protagonisti hanno una voce forte che prima ancora di leggerla la senti. Li senti parlare.
Il cielo è pieno di sole stamattina. Alzarsi sudati è un po' come avere il fiatone prima di una corsa campestre. Alzarsi nudi con venti lattine vuote di birra Birra a fianco è qualcosa di imbarazzante, ma mai quanto tenere in mano un giornale in inglese al contrario. Ovviamente, niente di grave. Del resto, non si tratta di violentare in serie schizzando fiche con cocci di bottiglia. Anche rivoltare lo stomaco il giorno di Natale davanti ad una suora pelata può essere peggiore. Insomma, sto semplicemente parlando di lattine di birra Birra.
"Le 13 cose" mi è piaciuto. Alessandro Turati sa scrivere. Ha trovate molto originali, talento. Riesce con grande naturalezza e forse questo è uno dei suoi pregi migliori, a saltare da un pensiero all'altro senza mai perdere il filo del discorso. Non deraglia: divaga, salta, folleggia ma poi riprende sempre il filo e riesce a mandare avanti la storia. Questo romanzo, soprattutto nella prima parte, farebbe molto ridere se non fosse che di sottofondo si avverte il dolore. La storia infatti è una specie di flusso di coscienza di Alessio in un periodo della vita in cui - il motivo è piuttosto velato - si lascia andare alla follia facendo spesso cose assurde. E' un ragazzo freak che vive solo con il suo cane in una grande casa ai margini di un bosco. E lì, in quella casa, si respira la presenza-assenza della sua ragazza, colpita da una grave malattia. Poi ci sono altri cani in paranoia, vicini di casa che non parlano con nessuno. C'è un cadavere in salotto e un barbone che gli si piazza in casa come un parassita. C'è una bimba che appare e scompare, fa buchi nel giardino. Immagini che non si capisce se siano ricordi o frammenti di realtà che lui non riesce più a ricomporre con la ragione. La prima parte è brillante, si legge bene, le trovate sono fuori dalle righe (alcune perle). La parte centrale è più faticosa, quando le divagazioni si diradano per dare corpo ad una storia vera e propria, il ritmo cala un po'. Gli ultimi capitoli sono un mix di malinconia, dolcezza e situazioni surreali.
Il romanzo finisce e ti lascia più domande che certezze. Rileggendo i primi capitoli ritrovi cose successe alla fine e comprendi che il flusso della storia non è lineare, che a volte sono sogni, che altre volte è realtà, che ciò che è prima forse è dopo. Alcune immagini (la piccola Aida o il vestito da sposi dei genitori) ricordano i film di Kusturica oppure, perchè no, Twin Peaks dove non sia mai se i certi simboli hanno significati nascosti. Ti rigiri il piccolo libro tra le mani, confuso. Sai però che Alessio ti sta molto simpatico. Che la storia è originale, scritta benissimo. Che l'autore potrebbe fare una bella carriera se saprà scrivere cose meno “flusso di coscienza” e più storia. Che Neo sa scovare sempre cose alternative, che la letteratura giovane italiana nasconde ancora voglia di sperimentare, osare, fregarsene della commerciabilità. La copertina è bellissima, l'”oggetto libro” è curato alla perfezione sia nell'editing che nella stampa e nella grafica. Stai qualche giorno con quelle pagine in testa e senti ancora la voce del protagonista dirti cose strane. Poi ti metti a scrivere una recensione e sai subito che non saprai scriverla... Un casino.
Sono contento di averlo letto, sono contento che si trovino in commercio esordi del genere.
La felicità – dicono – guarda da lontano. Cerca gli eletti, poi plana e tende una mano piena di burro. Non si afferra, si sfiora e scivola via subito, istantanea. E passa solo ogni tanto, specie quando non ha le mestruazioni.