V13 raccoglie gli articoli settimanali che Carrere ha scritto nell'arco di un anno, mentre seguiva il processo ai complici degli attentatori degli attacchi del novembre 2015 (Bataclan, Stade de France, i bistrot).
Carrere, in questi articoli, si mette da parte, è sempre presente, per carità, ed è anche attraverso il suo sguardo esterno in cui noi ci immedesimiamo, che possiamo avvinarci, mantenendo la dignità di imputati e vittime, al processo. La sua è una scrittura partecipata, che non nasconde simpatie o pensieri, ma al contempo è una scrittura che cerca continuamente di sollevare domande, aprire crepe nelle posizioni del lettore. Il che acquista anche un profondo significato etico nel riuscire a realizzare realmente un processo che sia giusto, ovvero che non sia la vendetta delle vittime, ma che al contempo tenga conto di loro. Cioè: gli imputati sono terroristi (alcuni di loro), porsi delle domande, interrogarsi su quale sia la giusta pena, senza dare per scontato e implicito che la giusta pena sia gettarli in prigione e buttare via la chiave, è ciò che distingue la giustizia dalla vendetta, fra le altre cose.
Altrettanto straordinaria e fondamentale dal punto di vista etico è il modo in cui Carrere tratteggia sia le vittime che gli imputati. Da una parte, le vittime, Carrere ne raccoglie le testimonianze e le riporta nella prima parte del libro, in una settantina di pagine che sono difficilmente sopportabili, tanto sono crude e dirette, e, beh, umane. Ma non c'è alcuna pornografia del dolore, alcuna ricerca dello shock o della sorpresa. Quello che fa Carrere è un lavoro di scrittura che va di pari passo con l'etica, tutto nell'ottica di rendere belli e pieni di dignità i racconti di queste persone. Dall'altra, quasi agli antipodi, ci stanno gli imputati. Qua, nella loro descrizione, si percepisce anche il fatto che questi articoli siano stati scritti nel corso di un anno, e come l'impressione di Carrere nei loro confronti sia lentamente mutata, in particolar modo come da figure scure, quasi macchiettistiche, siano diventate delle persone - persone ridicole, spesso piccole, che hanno, in alcuni casi, compiuto azioni atroci. Ma persone. La grande forza etica di V13 - e di Carrere - è quella di riuscire a restituirci queste persone, attraverso squarci, che ci ricorda come non sia un processo a delle idee o a delle figure astratte, ma, appunto, delle persone. V13 è intriso di umanità, nel senso più profondo e concreto del termine. Ci ricorda costantemente come tutti - imputati, giudici, avvocati, vittime - siano persone a 360 gradi, persone reali, concrete.
In tutto questo, infine, si inserisce, inevitabilmente, il rituale laico del processo. V13 è anche una celebrazione del processo e del suo ruolo all'interno di una società veramente civile. Un ruolo e un senso che si può trovare soltanto se ci si ricorda che i processi si fanno alle persone e non al senso di vendetta delle vittime. Cosa che, almeno leggendo Carrere, il processo pare sia riuscito a essere. "Questo è ciò che è, o dovrebbe essere un processo: all'inizio si depone la sofferenza, alla fine si rende giustizia".
Insomma, per me, V13 è un libro straordinario almeno per tre motivi: la sua scrittura, la sua portata etica, ciò che racconta.