Our deepest fear is not that we are inadequate. Our deepest fear is that we are powerful beyond measure. It is our light, not our dark that most frightens us. Your playing small does not serve the world. There is nothing enlightened about shrinking so that other people don't feel insecure around you. We are all meant to shine as children do. Its not just in some of us; its in everyone. And as we let our own lights shine, we unconsiously give other people to do the same. As we are liberated from our own fear, our presence automatically liberates others. (Coach Carter, 2005)
TL;DR (Troppo lungo; dammi il riassunto) La tesi di partenza è un po' superficiale nella sua enunciazione per vendere, le testimonianze sono interessanti ma incredibilmente omogenee ed ignorano una considerevole parte statistica della popolazione. È un misto fra un self help, psicologia da social, inteso come alle volte accreditata correttamente a volte no, e indagine giornalistica. Alcune problematiche analizzate sono nettamente femminili; altre, mi viene da dire, meramente umane.
Questo libro è il frutto della sfida mentale che l'autrice si è imposta nel cercare di descrivere quella sensazione di vuoto e smarrimento che ha provato nel tornare casalinga dopo anni di indipendenza.
Per farla breve: il suo primo matrimonio è fallito.
Essa ha passato diversi anni ad allevare da sola i figli e lavorando. Ora che si è ritrovata in una nuova relazione stabile con un uomo non riesce a capire perché le si sia spenta la scintilla dell'ambizione e dell'intraprendenza. Si è ritrasformata in una casalinga devota, nonostante il patto di lavorare entrambi.
Pubblicherà questi suoi dubbi in un articolo su di un giornale, e scoprirà di non essere sola in questa condizione "autoinflitta": migliaia di lettere di diverse donne le porteranno avanti la loro testimonianza, da lì nascerà l'idea del libro.
Essa cerca di capire quale sia quel demone interiore che porta le donne a negarsi da sole il successo:
La tesi di questo libro è che il bisogno di dipendenza quale è vissuto a livello personale, psicologico - il desiderio profondo che altri si prendano cura di noi - è l'elemento che più di ogni altro oggi blocca le donne. L'ho definito «il complesso di Cenerentola»: un insieme di atteggiamenti e di paure, per lo più repressi, che mantiene le donne in una sorta di penombra e impedisce loro di usare fino in fondo mente e creatività. Come Cenerentola, le donne oggi sono ancora in attesa che qualcosa proveniente dall'esterno trasformi la loro esistenza
A mio parere è ad oggi, ma anche in quel 1981, un poco riduttiva come sentenza poiché non tiene davvero conto di molti fattori quali: la differenza di salario percepita, i mariti o padri prevaricanti che negano studi o carriere, il proprio background di partenza (nel testo vengono analizzate solamente casi di donne istruite-borghesi) o l'educazione da "signorina dabbene" ricevuta in gioventù dalle madri o la propria religione. Tutti questi fattori esterni sembrano essere in secondo piano e non paragonabili all'idea catch-all e riassuntiva, più facilmente commerciabile, de: Sono donna, mi piace essere schiava e servizievole per natura, e ciò mi impedisce di farmi una carriera. Sono Cenerentola, salvatemi.
Grazie al cielo l'intento dell'autrice è dimostrare che non serve il principe azzurro e che la liberazione deve venire da se stesse. Anche se appunto questa indipendenza e presa di potere angoscia.
I rapporti con il genere maschile nel libro faranno sempre più da corollario all'assioma per cui le donne hanno paura dell'indipendenza e del successo, piuttosto che presentare un caso a sé come trauma o problematica dell'individuo. Ragazza, loro sono idioti, ma sei te che ti devi dare una svegliata.
Il problema, come si suol dire, sembra essere alla radice secondo l'autrice: le donne sono predisposte a servire e nutrire fino al martirio, e gli uomini sono prevaricatori, egoisti e distruttivi.
Parlando di radici, le fonti sono forse la parte più intrigante del libro stesso. Letteratura (Plath, Simone de Beauvoir), lettere-testimonianza e studi universitari delle facoltà di economia e psicologia. (Anche se a volte non attestati e introdotti dalla odiosissima frase: "La PsIcoLoGia diCe").
Colette è bravissima a dare voce a diverse donne e in poche righe spiegarci chi sono, perché si sentono bloccate e perché sono fuggite dalla vita. Una sequela di voci che si alternano in un canto corale e tutto femminile, che cerca di raccontare perché, ste poverette, hanno abbandonato il lavoro per la famiglia. Quali sono i diversi motivi, le loro tare mentali e da dove nascano. Obiettivo del libro spiegarlo questo dove.
Quanto la psiche "femminile" dunque differisce ed ostacola la donna, rispetto alla società o al mercato del lavoro stesso? Ma cultura ed educazione sono quindi un fattore interno o esterno?
A mio parere la paura del successo è un dilemma umano, sindrome dell'impostore o hybris se vogliamo, non di genere. La stessa Dowling lo nota nelle statistiche riguardo la popolazione maschile afro-americana. (La quote a Carter è lì per un motivo, non per mettere testosterone alla recensione, la mia edizione usava la N-word btw).
Invece che le donne, non tutte - il numero statistico è viziato qui, alla prima opportunità scelgano sempre la vita "più facile" del matrimonio, dipendenza o servitù, piuttosto che la carriera è morbosamente affascinante. Esistono dipendenze e dipendenze e l'autrice, portando le testimonianze delle donne che le hanno scritto, di volta in volta mostra come siano sinuose e pericolose per la sicurezza, il futuro e l'identità della donna queste dipendenze.
Ci ritroveremo così testimonianze di donne all'apice della loro carriera, o che decollano verso essa, che l'abbandonano per motivi domestici e alle volte tirannici: decidono deliberatamente di avere un bambino nel momento più scomodo, restano a casa per far trovare tutto pronto e pulito al marito esigente o ubriacone, o rifiutano un avanzamento di carriera perché non possono trovare una babysitter e gli uomini sono incapaci di prendersi cura di loro stessi, figurati dei figli o della casa .
C'è una mortificazione continua del valore del lavoro domestico insopportabile in questo libro, motivo della depennazione delle stelle. Posso capire l'intento di risvegliare menti atrofizzate, ma sminuire il lavoro domestico, o poco pagato, è davvero classista. Si può essere lavoratrici, madri o entrambe le cose. Fine. Non è una sconfitta prendere una scelta o vivere una esistenza ibrida. Finché di scelta si tratta e non di una imposizione. E che cavolo.
L'idea poi che tu donna debba farti il mazzo per permetterti la cameriera che ti pulisca casa è geniale, ma logisticamente paradossale.
Attraverso lo scrivere, con lo scrivere, avevo incominciato a realizzarmi. Scrivere richiede l'uso solitario della propria mente e delle proprie emozioni. Non c'è nessuno lì a incoraggiarti mentre butti giù un paragrafo dopo l'altro, nessuno che ti dica: «Brava, sei sulla buona strada!» Si decide da soli, e le decisioni da prendere non finiscono mai. Ci sono molti modi per arrivare a conoscersi ed accettarsi [...]