Ti ho lasciato aspettare per quasi un mese, continuavo a portarti con me ovunque, nello zaino, in tasca, ogni tanto ti prendevo in mano, ti accarezzavo, ti osservavo.
Mi spaventavi.
Sembravi troppo, tutto.
Troppo tempismo, troppa precisione.
Troppa perfezione intimorisce.
Ed io mi sentivo in colpa.
E mentre frugavo nello zaino e per sbaglio sentivo la tua copertina- probabilmente in via di decomposizione -vedevo i tuoi colori e mi sentivo ancora più in colpa perché sapevo che eri troppo.
Ma non volevo lasciarti andare.
E quindi rimandavo costantemente, fingendo di avere altro da leggere, altro da fare, altro da vivere.
Poi ho capito che stavo mentendo a me stesso ancor prima che a te.
Pensavo di poter mettere in pausa l'inevitabile e ci sono riuscito (non senza un prezzo) ma quel prezzo mi stava logorando, come un topo che crea la sua tana, uno spazio vuoto che il tempo fa diventare sempre più grande e insostenibile.
Quindi ti ho preso, con delicatezza, osservando ogni tua piega e sfumatura, forse per scusarmi per tutti i viaggi a vuoto, per tutte le carezze e le occhiate inconcludenti, forse per ammirarti vergine un'ultima volta.
E ti ho ascoltato.
Ma tu non avevi che poesia da donarmi, senza rancore mormoravi sicurezza e comprensione.
Sussurravi ed io ascoltavo i tuoi lemmi, ne sentivo la vicinanza, il calore, il contatto.
Non avevi bisogno di alzare la voce più del filo di fiato di cui ti servivi per entrarmi dentro, sapevi più di me di quanto potessi immaginare.
Ed io mi sentivo il colpa.
Ma tu sapevi tutto.
I vani tentativi, la finta vicinanza, il senso di colpa.
Sorridevi come un padre osserva il figlio sbagliare e riconoscere quegli errori nei suoi, senza mai operare la sufficienza di interferire.
L'attesa tollerante priva di rancore di chi, con cura discreta, mantiene il fuoco acceso fino al tuo ritorno per accogliere errori e successi senza giudizio.
Ed io non facevo che sentirmi in colpa, sempre più in colpa, per i miei errori, le mie mancanze e i miei tempi.
Una punizione avrebbe lenito il mio animo in modo più rapido, sarebbe bastato inginocchiarsi e chiedere perdono con le lacrime agli occhi e aspettare che una mano si posasse sulla mia testa e una voce sussurrasse parole rassicuranti, e finalmente mi sarei sentito meglio, avrei potuto respirare un'aria più lieve, ma tu hai scelto la strada più dura per entrambi.
Il percorso più efficace.
Non sento più il disperato bisogno di implorare perdono, di espiate una colpa irrimediabile, solo una strana sensazione nel petto:
il magro sollievo di chi, nella sofferenza, vive il tuo stesso, profondo, dolore.
Grazie.