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Paperback
First published January 1, 1986
Per nulla facile, e denso di presupposti teorici multidisciplinari (dall'antropologia, alla sociologia, alla psicoanalisi, alla storia, la linguistica e l'economia), il libro di Dale è uno di quelli che, quando riesci a percorrerli, ti fan sentire con soddisfazione quasi fisica i tuoi circuiti sinaptici danzare nel mentre apprezzano e penetrano e vivono la complessità del testo e si lasciano da essa modificare, alla ricerca di nuove configurazioni e concetti ancora non sospetti.
Dall'alto della sua erudizione e intelligenza, Dale si può anche permettere una certa ferocia, e prese di posizione anche molto nette e trancianti, nei confronti di questa mania novecentesca di tanti studiosi giapponesi, di voler fare del proprio paese un unicum intatto e immacolato, eterno di fronte alle pretese di una Storia identificata con un fantasmatico "Occidente".
Il grosso punto debole che rischia di far barcollare l'intera operazione di Dale è la sua eziologia, cioè il ricorso a spiegazioni di stampo psicoanalitico (e quindi quasi totalmente infondate per definizione, più mitologiche che empiriche): questi giapponesi affermano l'unicità profonda e l'omogeneità immutabile della propria cultura perché, dice Dale, sarebbero impigliati in un narcisismo infantile che sogna nostalgico il tempo dell'unione assoluta e incondizionata tra bimbo & madre, a fronte di una modernità e di un "Occidente" che invece assumerebbero il ruolo del padre alienante da sfidare, del principio di realtà con cui combattere e/o scendere a patti.
Il Giappone come infante pre-edipico che non accetta il travaglio della Storia e della crescita? Dale lascia intendere, poi, senza mai affermarlo chiaramente, che questo rifiuto della crescita potrebbe avere le sue origini nelle modalità educative giapponesi, che a una cura materna avvolgente, eccessiva e protratta nel tempo più del dovuto fanno seguire un'uscita brutale e improvvisa in un mondo sociale (della scuola, del lavoro) esigente, spietato, disumano.
E così, lungo il percorso, quasi sembra che Dale arrivi a riaffermare suo malgrado una tesi sull'omogeneità giapponese, proprio mentre si proponeva di smontarne le sorelle (come a dire: "quegli stranieri sono tutti razzisti"). Sebbene riservi una riga per segnalare che no, non è così, suo obiettivo non è quello di fornire la psicoanalisi di un popolo, ma solo di quella cricca di studiosi che ne affermano l'unicità. Forse una riga è troppo poco?