Su Andrea De Carlo, uno di quegli autori che o ami o non ami, viene operata una critica su tutte: di prendere gli stessi argomenti, gli intrecci simili, i medesimi fili di pensiero, e riciclarli in una sorta di copia-incolla infinito e profiquo.
Onestamente, in effetti in alcuni dei suoi libri si nota una sorta di ripetizione, ma personalmente proprio quell'argomento l'ho sempre trovato talmente affascinante che aveva sempre qualcosa di nuovo da dirmi e da rivelarmi.
Eppure, in Treno di Panna, è evidente o che De Carlo ha finito di dirmi quello che aveva da comunicarmi, o che ancora non era riuscito a calarsi profondamente in quello che voleva esprimere (o, semplicemente, ancora non aveva trovato il codice del successo).
Questo libro non mi ha lasciato nulla. Assolutamente vuoto, almeno quanto la personalità di Giovanni, che sa che vuole sfondare ma non sa in che campo, e si aggira per Los Angeles tra amici che non sopporta, una relazione che non lo sfiora e lavori che non sopporta, in uno stato di apatia totale che lo rendono abbastanza noioso.
Almeno lo stile di De Carlo era già quello suo definitivo, con le descrizioni intense di minuzie che nella vita reale raramente si notano realmente, eppure che improvvisamente sembrano ricoperte di un'intensità profonda e sfuggevole. Tutti gli sguardi, i movimenti, i toni, tutte le cose che fanno delle persone quello che sono veramente e che spesso vengono, sia nei libri che nella realtà, percepiti con estrema superficialità, senza che ci fermiamo a riflettere sul meccanismo di quella che è la gran parte della personalità delle persone, in De Carlo si acquistano di intensità, vigore e importanza, fino al punto che un libro intero sembra ruotare esclusivamente intorno a questi gesti, facendo meraitare ad un libro che altrimenti sarebbe passato totalmente inosservato almeno una stelletta in più.