Per leggere questo libro ho impiegato così tanto tempo da credere si trattasse di una presa in giro, poi ho capito che il problema era alla base e non proveniva da me; nel frattempo, e per la prima volta in due anni, sono riuscita a leggere in contemporanea dell'altro, e per giunta a finirlo: mi sono detta "mi sa che quattro giorni sono proprio troppi per uno slice of life con presunto thriller e suspense", perciò ho deciso di mettermi a piè pari e chiudere questo capitolo una volta per tutte.
Cominciamo con le parte positiva: la copertina è davvero bella, la cura delle note a fine capitolo e della prefazione con la pronuncia delle lettere giapponesi sono approfondimenti molto interessanti.
Adesso arriva la parte con i tasti dolenti, vale a dire il corpo principale della mia recensione da una stella.
La narrazione in prima persona di un personaggio tredicenne quale che è Aoi, la nostra protagonista, avrebbe potuto serbare tantissime sorprese dai macabri risvolti e il sapore horror vero e proprio, tuttavia si è caduti nel vano slice of lice, dove si continua a ripetere come Shizuka faccia paura, come sia inquietante, come la osservi, ecc, fin quando il "sospetto" non cade sul cugino di Shizuka, e poi il nonno, e di nuovo Shizuka... insomma, un continuo passarsi la palla in questo indicatore d'attenzione con la scritta inquietante a carattere cubitale scritto sopra. E i lettori di gialli, così come di noir, confermeranno che banalmente questo modus operandi risulta un cliché noioso anche da leggere. Tutti sappiamo cosa significa: chi è inquietante non è davvero colpevole, il primo sospettato non è davvero l'assassino e bla bla bla.
La situazione familiare di Aoi poteva essere sviluppata meglio, ma anche mantenendola così e tirandola un po' per le lunghe come soggetto principale del romanzo sarebbe andata bene. Lo ammetto, c'è stato un attimo in cui ho creduto che tutto sommato non era così male, che forse si voleva trasmettere un qualche messaggio di lotta contro il disagio; dopotutto Aoi si è trovata a voler fuggire dall'alcolismo del patrigno che, in quanto soggetto violento, finiva con lo scagliarsi a caso contro di lei e la moglie... poi si è intersecata la vera trama, ossia l'intreccio con la vita di Shizuka, e lì ho capito che proprio c'era qualcosa di sbagliato alla base. Tutto il discorso sulla sopravvivenza è finito con il passare in secondo piano, perfino la donna che quell'uomo ha buttato in mare solo per andare a farsi una barretta è rimasta lì, nelle reti dei pescatori. Tutto molto casuale.
Anche l'amico d'infanzia di Aoi è lì per caso, di contorno. Sembra esserci per far vedere che lei ha la passione dei videogame, per farla bullizzare a scuola: un atto di bullismo che nasce e muore con una risata. Ed ecco che il secondo tema importante, il bullismo, viene ridicolizzato con un cazzottone in testa nel pieno di una lezione. Dunque? Fine del bullismo? Pare di sì.
Aoi contribuisce alla morte del patrigno nascondendogli alla vista le medicine per il cuore con uno stratagemma visto in tv a uno spettacolo per maghi e consecutivamente lui muore. Poteva essere un caso, senonché tutto il libro si compone di eventi a catena di questo tipo e diventa una macchietta. Prendiamo ad esempio Aoi che cerca di confessare il suo crimine: ci prova con tre persone diverse, in tre momenti diversi e in tutti e tre i momenti viene interrotta, l'ultima proprio da Shizuka che bussa sul vetro della volante di un'auto della polizia, la stessa sulla quale si trova Aoi perché i poliziotti la stanno riportando a casa. I personaggi risultano letteralmente delle marionette in mano all'autore.
Ho riso con una punta di biasimo pensando alla frase "La vita vola via davvero in un istante", frase detta da Aoi nella narrazione dopo che le muore il pesce rosso. Se ne accorge così, non dopo aver ucciso (o contribuito alla morte di) un uomo. Buffo.
Un'altra incongruenza assurda è stata che durante la gita con la scuola ha acquistato un'ascia (mi chiedo ancora come l'abbia nascosta), se l'è scarrozzata per tutto il viaggio e il ritorno, l'ha tenuta in camera fino alla fine del romanzo e poi "Ho provato a impugnarla. Ci ho messo tutta la forza che avevo in corpo, ma la sentivo pesante" cit. Stessa arma usata nelle ultime pagine come arma dell'ultimo delitto.
E sottolineo per concludere che comprendo come il linguaggio sia in continua evoluzione, comprendo tante cose, perfino che sia un romanzo dedicato ai giovani... ma parole come puccioso, bono e impanicato io non me le meritavo!