Un paio di settimane fa è morto Alberto Arbasino, esponente del cosiddetto 'Gruppo 63', autore del romanzo-fiume Fratelli d'Italia e di altri romanzi, saggi ed articoli. La maggior parte degli italiani nemmeno se ne sono accorti. Alcuni giornalisti/opinionisti/critici sì, foss'anche solo per contratto, hanno scritto due o tre righine che poi sono puntualmente rimbalzate qua e là su internet, dove tutti sono diventati improvvisamente specialisti dell'opera di Arbasino e, essendo che era appena morto, hanno diligentemente proceduto alla sua santificazione. Ci sono state però delle voci fuori dal coro, come quella di un mio amico che ha la voce di Enrico Ruggeri, e che ne ha dette peste e corna di Arbasino, che era diventato nelle ultime ore Sant'Arbasino, trasformando quindi il mio amico con la voce di Enrico Ruggeri in un bestemmiatore blasfemo. Di queste blasfemie ne parlo con un altro mio amico, che ha la voce come quella di Elvis Prestely, e che effettivamente si trova d'accordo con le bestemmie dell'altro amico. Entrambi questi miei amici dalle voci così musicali criticano lo sperimentalismo (o pseudo tale) di Arbasino, per il quale il massimo della sperimentazione era farcire i suoi romanzi di polisindeti. Il tutto accompagnato da una critica tutto sommato abbastanza superficiale, se non immotivato, al 'romanzo tradizionale', una cosa di cui molti parlano anche se nessuno, pare, lo abbia mai visto, o letto. In particolare, Arbasino se la prendeva con scrittori di 'romanzi tradizionali' a quanto pare davvero bravi, come Giorgio Bassani e Carlo Cassola, che, poverini, non si meritavano mica gli elenchi di insulti dell'elegantissimo Arbasino.
Io devo ammettere, spudoratamente, che non avevo mai letto né Arbasino, né Bassani, né Cassola. Siccome ho la fortuna di avere amici che hanno letto tutto e di tutto, mi sono fatto consigliare da Elvis Priestley qualcosa di Cassola. E lui mi ha consigliato la raccolta di racconti Il Taglio del Bosco. Spiegandomi, anche, che questi racconti risentono molto dell'influenza del primo James Joyce, quello della gente di Dublino. Prendo dunque l'ultimissima edizione della raccolta (500 e rotti pagine) e mi preparo a leggere storie Joyceane di gente comune fulminata improvvisamente da inaspettate epifanie. Non prima, però, di leggere la lunga prefazione di Manlio Cancogni. Il quale Cancogni ci spiega che i primi quattro racconti della raccolta appartengono al periodo 'subliminare' di Cassola, gli altri al suo periodo più maturo, che è stato anche il più commerciale. Che vorrà mai dire?, mi chiedevo. E l'ho capito subito.
Comincio col primo racconto, Baba: storia di partigiani comunisti e socialisti che preparano la ribellione. E la noia m'assale. Un altro fissato con le storie dei partigiani?, pensavo. Mi sbagliavo. Cassola non racconta il 'mito' dei partigiani. Al contrario: li smitizza. Per certi versi, l'approccio che Cassola ha nei confronti del mito della partigianeria italiana può addirittura essere definito 'tragico'. Nei racconti di Cassola, infatti, i partigiani sono poco più che un gruppo di giovani illusi, e non sempre intelligentissimi. Sotto la sua penna delicata ma implacabile, i partigiani sono essere umani pieni di difetti (e, spesso, pieni di sé).
Ma è con i racconti successivi che comprendo il significato del suo stile 'subliminare'. Lasciato il gruppo di partigiani, Cassola ci trascina in storie quotidiane di massaie o giovane ragazze. Tutto è normale, terribilmente normale. Eppure, sotto quella patina di normalità, di quotidianità, si percepiscono alcune crepe, qualche nota stonata: qualcosa che il nostro occhio vede, ma che la nostra mente non registra esplicitamente. Qualcosa che si fa strada fra le pieghe profonde del nostro inconscio. Poi, d'improvviso, giunge l'epifania Joyceana, come un'angoscia che si infiltra nel petto. Il culmine dello stile 'subliminale' è il racconto che da il titolo alla raccolta, 'Il Taglio del Bosco'. Un gruppo di boscaioli, guidati dal vedovo Guglielmo, vanno a tagliar legno. Si lavora duro, da mattina a sera, poi si mangia, si chiacchiera, si fumano le sigarette, si va a dormire. Il tempo passa, ma nel bosco il tempo sembra un albero agitato dal vento. E Guglielmo lavora, lavora, lavora. Guarda i suoi compagni, dal più giovane al più vecchio, che sembrano tutti più vivi di lui. È un racconto straziante, 'Il Taglio nel Bosco': l'uomo può abbattere alberi secolari, ma certi lutti non si finiscono mai di elaborare.
Poi, però, cominciano gli altri racconti, quelli che in teoria dovrebbero essere più scorrevoli, leggibili, 'commerciali'. E che io, invece, ho trovato davvero noiosi. Torna Baba e tornano i partigiani che parlano di fascismo, comunismo e socialismo. Torna il Baba del primo racconto, più una folla di personaggi spesso poco interessanti. Una marea di nomi che confondono e che si confondono. L'ultimo racconto è una storiella d'amore di un tizio che durante il militare perde la testa per una specie di femme fatale di paese: a me personalmente non fregava nulla, né dell'uno, né dell'altro!
In definitiva, questo mio primo incontro con Cassola non mi ha convinto. Ho ammirato la tecnica di Cassola, ma l'ho trovata troppo esplicita e sfacciata: come sempre, c'è un salto temporale improvviso che scombina le carte in tavola e mostra l'ironia della vita, in cui ogni cosa passa e cambia, e questa cosa, nei racconti di Cassola, c'è sempre, sempre, sempre! Ho apprezzato i primi racconti, quelli della fase 'subliminale', ma non ho urlato al capolavoro. Gli ultimi li ho trovati buoni per le fiction TV. Di questi nove racconti, in definitiva, ne salvo solo tre: 'Il Taglio del Bosco', di cui ho già parlato, ma anche 'Rosa Gagliardi' e 'La Casa di via Valadier'. 'Rosa Gagliardi' è un racconto del 'primo' Cassola, quello della fase 'subliminale', ed è davvero straordinario come uno scrittore così concentrato sul mondo degli uomini sia riuscito a creare un personaggio femminile estremamente complesso e, per certi versi, molto coraggioso. 'La Casa di via Valadier', invece, appartiene al pieno periodo commerciale. Come tutti gli altri racconti di questo periodo, è buono per una fiction TV: si tratta, infatti, di una (condensatissima) saga familiare. Ma almeno la materia del racconto è leggermente più sofisitcata rispetto alle solite storielle di giovani soldati o di partigiani rivoluzionari, con i rapporti fra i vari personaggi meno banali rispetto agli altri racconti.
Leggerò qualcos'altro di Cassola? Continuerò a seguire i consigli del mio amico con la voce di Elvis Priestley? Non so. So solo che Arbasino è morto ed io, invece di leggere lui, come fanno tutti gli internauti che si sentono in dovere di mettersi a lutto per la morte di uno scrittore che devono far finta di conoscere, se no pare brutto, mi sono messo a leggere tutt'altro. Perché, di tutte le mode, preferisco seguire quella di chi non segue nessuna moda.