Un romanzo terribile e spietato. Già Il signore delle mosche ci aveva illustrato quanto poco possa essere edificante un mondo popolato solo da ragazzini. Questo, invece, con ben maggiore realismo e con una ferocia tutta vissuta dall’interno descrive il mondo della ragazzine. Si tratta di un pugno di adolescenti, studentesse inglesi di un collegio, che finiti gli esami vengono portate a trascorrere due settimane di vacanza in un fatiscente castello dello Yorkshire - in realtà nemmeno un castello, bensì una ex-casa di cura per malattie mentali, riadattata ad ostello a buon prezzo. Vacanza per modo di dire. Nello stile del sistema educazionale inglese, sono costrette a ritmi serratissimi di attività fisica - nuoto, bici, palestra, camminate - e ad un controllo disciplinare severo - per dire, niente telefoni cellulari, niente discman (all’epoca dei fatti, metà degli anni Novanta, i riproduttori mp3 non esistevano ancora). In questa situazione di tipo concentrazionario, le ragazze tirano fuori il loro peggio; tutte le loro energie sono tese a farsi vicendevolmente del male, a primeggiare le una sulle altre, a trovare i modi più raffinati di ferirsi. La scrittura va in soggettiva ora dell’una, ora dell’altra; le uniche lasciate fuori dalla soggettiva sono i due estremi della linea, da un lato la bellona, Caz, a cui tutte vorrebbero somigliare e di cui tutte vorrebbero essere amiche, e dall’altro la bruttona, Izzy, dalla quale tutte cercano di stare lontane e che emarginano per non farsi contaminare dalla sua bruttezza. In mezzo, soprattutto Hen e Jules, in terribile competizione tra loro; per la prima delle quali, la ricerca della perfezione sfocerà nell’anoressia. Fuori da questa linea, Ali, probabilmente l’unico personaggio con cui l’autrice ha voluto in qualche modo identificarsi, non certo protetta dalla sofferenza, ma che in qualche modo non accetta le perverse regole interne della comunità di ragazze e che quindi è costantemente alla ricerca di modi per estraniarsi: fa passeggiate in campagna e nei boschi da sola, si arrampica sugli alberi, legge moltissimo… Verrebbe anche da paragonare questo libro con “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. In quello, il giovane protagonista non riusciva ad essere quello che era perché tutti, e tutte, volevano che fosse qualcosa d’altro; in questo, invece, sono le ragazze che in tutti i modi aspirano ad essere qualcosa d’altro - di “speciale”, appunto - e sono terrorizzate dalla normalità, dalla banalità, dal non essere altro che quello che sono. Il loro modello è la splendida Caz, la quale, peraltro, le manipola come vuole, in fondo disprezzandole proprio per questo loro voler essere come lei; ma comunque non ci sono vie d’uscita, bolle d’aria in cui respirare. Nemmeno le famiglie (spesso di genitori divorziati) vengono ricordate come luogo portatore di qualcosa di diverso da dolore, ostilità, insegnamenti sbagliati, incomprensioni e superficialità. Esemplare il caso di Hen, educata dal padre al rispetto degli altri, alla fiducia nelle proprie capacità, allo sguardo aperto alla bellezza, per poi scoprire che questi insegnamenti sono del tutto inutili, se non palesemente insensati. Solo Ali, capace di guardare dall’esterno l’assurdità del mondo delle sue compagne, delle insegnanti-kapò e anche della sua famiglia, saprà fuggire, e cercare qualcosa d’altro altrove. Certo, a leggere questo libro e altri libri di letteratura adolescenziale (ovvero: che parlano di adolescenti, come sono, e non come si vorrebbero che fossero o come ci si immagina che siano) sorprende il fatto che proprio l’età dell’uomo, o della donna, che dovrebbe essere più aperta al futuro, alla speranza, a tutto quello che potrà succedere e succederà, spesso è invece la più claustrofobica, la più priva di prospettive, una specie di morte vissuta giorno dopo giorno con l’angoscia che il domani e il dopodomani non riserveranno altro che repliche di questa stessa morte. Forse i novantenni sono più ottimisti sul loro avvenire.