Dà una sensazione curiosa trovarsi a riflettere dopo la lettura di un libro importante proprio nel giorno in cui l'autore ci lascia. ancora di più se si parla di Amos Oz, una figura assolutamente centrale nella politica e nella cultura dello stato di israele a cavallo del terzo millennio.
Questo "altrove, forse" è però un romanzo novecentesco in tutto, perchè del secolo scorrso è davvero l'istituzione che racconta, il kibbutz, nel mezzo della tormentata storia della Palestina di quegli anni. Anche se le cose in Medio Oriente di certo non sono migliorate (anzi direi che vanno molto peggio): il fuoco della guerra sembra essersi spostato a nord, lo stato di Israele e quello palestinese sembrano aver trovato un faticoso equilibrio, sperando che regga al vento destrorso e nazionalista che spira anche laggiù.
Il Kibbutz è un modello di convivenza economico e sociale radicalmente socialista e comunitario che ha preso piede nel nascente stato di Israele a metà del novecento: è una istituzione molto difficile da capire per una persona dell'occidente liberale, soprattutto a causa della sua evidente ispirazione al modello sovietico (anche se dal punto di vista politico questo non viene MAI ammesso); ma del resto gli anni erano quelli. In questo libro il soldato, il politico OZ si fa carico di rappresentare al lettore che cosa davvero il Kibbutz sia stato, a fianco di una dolorosa ma delicatissima vicenda umana.
Verso l'esterno, il Kibbutz è un blocco granitico chiuso a riccio e non conosce relazione che non sia di esclusione dell' altro. Si scontra col vicino ed ostile popolo palestinese, della cui terra peraltro ci si appropria in modo violento ed unilaterale nel nome di un diritto e di una sensibilità le cui regole però non sono condivise. Vale la pena ricordare qui l'acutissima analisi di Mohsin Hamid, che proprio in questa violenza prima di tutto economica ma anche culturale, in questo voler sostituire questo efficientismo forzoso ad una sopravvivenza povera ma pacifica individua la radice profonda del terrorismo che è molto più politica che religiosa.
Ma il Kibbutz si scontra, seppure non in modo guerresco, anche con gli altri modi di pensare il popolo ebraico nel Novecento. Con gli ebrei della diaspora, che confondono la loro identità nel bene e nel male con il liberalismo occidentale nel quale si disperdono.
E' una umanità raccontata benissimo da Philip Roth, ma che anche qui si incarna in maniera mirabile nel personaggio di Sigfried Berger. Ebreo tedesco ricco, inquadrato, educatissimo ma profondamente ipocrita. in peda a smanie di distruzione (le relazioni sociali adamantine del kibbutz lo sconvolgono e non le può accettare) e di possesso (non riesce a pensare ad una relazione con gli altri che non sia volontà di potenza e di dominio), Sigfried Berger è occidentale fino al midollo e da buon uomo della diaspora non ha più niente di ebraico, come proclama compiaciuto. Oz con questo personaggio lo proclama esplicitamente: l'occidente è fuori dal mondo ebraico in quanto sa solo dominare e possedere, anche a livello umano. La brama segreta di possesso sessuale della giovane Noga, il godimento nell'umiliare Ruben in un rapporto che sa pensare solo competitivo, i tentativi di distruggere la famiglia del fratello Ezra (che incarna invece l'uomo del Sionismo socialista del kibbutz), la disgustosa ansia di autocompatirsi di Sigfried ne sono la testimonianza.
In un mondo rocciosamente chiuso verso l'esterno e regolato all'interno da un minuziosissimo codice di leggi (ma non è sempre stato così, per il popolo ebraico, fin dall'antichità?) che definisce la vita di ciascuno fin nei minimi particolari, si muove una umanità che Oz ci restituisce con grande sensibilità, con le sue debolezze, con le sue ansie di autoaffermazione strozzate sul nascere (non c'è spazio per l'individuo in una società comunitaria e socialista) ma che è capace di trovare sempre nuove forze per combattere battaglie sempre nuove proprio appoggiandosi ad un sistema solido e chiuso, che non lascia spazio a dubbi o inganni. Il rifiuto di Noga che condanna Sigfried ad una sconfitta penosa ed inaccettabile per un maschio alfa occidentale (come è patetico il tentativo finale di comprarsi un parziale riscatto offrendo del denaro!) si fonda in fondo su questo.
NOn è un romanzo leggero nè piacevole, ma è un romanzo che ha tanto da insegnare, sul popolo ebraico in tutte le sue declinazioni, ma anche sulla umanità in generale.