Questo libro è la narrazione di un giornalista del caso di Elisabeth Fritzl, tenuta segregata per 24 anni in un bunker dal padre Josef, ad Amstetten in Austria, e da lui stuprata più volte con sette gravidanze.
La storia viene seguita nel tempo con una ricostruzione dall’infanzia dell’uomo al matrimonio con la moglie Rosemarie alla chiusura della ragazza in quello scantinato fetido, fino alla sua liberazione.
È terribile vedere pagina dopo pagina la totale passività della ragazza che diventerà poi sua moglie, costretta a subire violenze di tutti i tipi, nonostante siano solo psicologiche e non fisiche.
Ammirevole la forza della ragazza che resiste per tutti quegli anni con una certa stabilità mentale, senza cedimenti della volontà come sarebbe naturale immaginare.
Non ho però ritrovato particolarmente utile quanto letto perché non viene posto l’accento in particolare sugli attori di questo tragico evento, e sui loro profili psicologici, solo accennati qua e là ma principalmente solo intuibili.
L’aspetto più sconvolgente di tutta questa storia e che viene invece ben evidenziato nel libro è quello dell’omertà degli austriaci, di come abbiano insabbiato tutto per mantenere pulita la loro immagine, fino a che non è diventato impossibile.
Rileva chiaramente come la radice della psicopatia del padre affondi nella storia di stampo nazista che ha contraddistinto questa nazione nel periodo dell’Anschluss vissuta dai cittadini come vittoria e liberazione e non come dominazione.
Nell’Olocausto gli austriaci sono stati in prima linea contribuendo allo sterminio di tantissimi rappresentanti delle categorie più varie tra ebrei, testimoni di Geova, zingari, disabili, omosessuali, testimoni di Geova e tante altre minoranze; e gli stessi erano il 75 per cento dei comandanti dei campi di concentramento e sterminio.
I valori trasmessi a Josef dal padre nazista fin nelle ossa, di ordine, disciplina e obbedienza, lo hanno guidato in tutte le sue scelte anche in quelle più mostruose.
Così come, una volta superata la tragedia della guerra, gli austriaci hanno cercato di ripulire la loro immagine nel mondo non parlandone più come se non fosse mai successo, allo stesso modo gli abitanti di Amstetten che hanno assistito ad alcuni comportamenti dell’uomo e della famiglia che avrebbero potuto destare sospetti, gli stessi assistenti sociali che non si siano minimamente insospettiti per tutti i bambini lasciati sulla porta della casa di questi nonni, perfino la polizia che non ha mai fatto ricerche della ragazza credendo senza obiezioni o dubbi all’adesione della ragazza ad una setta, hanno tutti cercato di evitare l’inevitabile, cioè di non far venire fuori un disastro di cui si sarebbe parlato attraverso i media, intaccando quell’immagine di perfezione che l’Austria ha tanto faticato a costruirsi.