Non ho mai letto alcun romanzo di Sandrone Dazieri e con questo sono partita bene!
Ambientato nell’estate del 1993 (l’estate dei miei esami di maturità), la storia prende spunto dai fatti di cronaca degli omicidi paralleli a quelli compiuti dal mostro di Firenze.
L’espediente narrativo nasce dalla morte di Marcelo, il padre di Antonio.
Come scrive lo stesso Danzeri, alla fine:
“Si tratta per lo più di persone che avevano precedenti penali e che vivevano ai margini, ma la catena di delitti rimasti senza colpevoli è notevole, soprattutto nel biennio 1993/1994, attorno alle prime battute, quindi, del primo processo a Pietro Pacciani.
All’inizio della catena c’è Francesco Vinci, a lungo sospettato di essere il responsabile dei primi due omicidi del Mostro, quello di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, del 1968, e in seguito di aver venduto la pistola .22 a Pacciani. Vinci che si vantava al bar di sapere chi fosse il Mostro di Firenze. Vinci che è stato ritrovato morto con Andrea Vargiu, un suo lavorante nell’agosto del 1993. Entrambi torturati, incaprettati, bruciati dentro il bagagliaio dell’auto di Vinci, buttata poi giù per una scarpata.”
Non so perché, leggendo la storia, ho spesso pensato alla canzone di Vinicio Capossela, “Il gigante e il mago”: forse perché per Antonio, Marcelo era il suo gigante, il suo mago, come lo è ogni padre per il proprio figlio.
L’ostinazione del ragazzo e la sua determinazione farà luce su una delle storie più brutte degli ultimi trent’anni
“Nessuno è mai riuscito a provare che le morti fossero connesse tra loro o connesse con Pacciani o quelli che vengono chiamati i Compagni di Merende, ma ho continuato a pensarci da quando ne sono venuto a conoscenza, e questa novella ne è il frutto.
Sono tutt’altro che un esperto del Mostro di Firenze, e questa è un’opera di fantasia, non un’inchiesta, ma nel tracciare i miei delitti immaginari compiuti da mostri immaginari, mi sono comunque ispirato a numerose fonti che si sono occupate dei veri delitti dei veri Mostri di Firenze, pur avendole tradite quando necessario.”
Mi è piaciuta l’arguzia di Antonio nel mettere insieme i vari pezzi del puzzle, forse un po’ troppo sviluppata per un quindicenne. E in Antonio ho intravisto alcuni tratti dei personaggi adolescenti dei romanzi di Stephen King
“E io ero vivo. Poteva essere stato uno scambio. Oppure niente. Come sempre.
«Magari mi sto illudendo, però. Magari mi uccideranno lo stesso, mentre meno me lo aspetto» aggiunsi.
«Un Thug della Rosa Rossa o un mafioso?» chiese lei.
«Non ha importanza. Può succedere, anche adesso.»
Ornella rotolò sulla schiena. «Dammi la mano» disse.
Lo feci e chiudemmo gli occhi, distesi fianco a fianco.
Aspettammo.”