È necessario rivedere le nostre idee, le nostre categorie, la nostra interpretazione del passato oltre che del presente. Perché anche le categorie e le interpretazioni, come tutti gli oggetti storici, deperiscono e alla fine si inabissano, o cambiano talmente di significato da diventare creature nuove, malgrado portino il vecchio nome. Il Covid e l'invasione russa dell'Ucraina hanno illuminato di colpo l'evoluzione e la crisi delle società occidentali e facendo ciò, hanno reso evidente quanto le categorie con cui siamo cresciuti e abbiamo interpretato il Novecento, e, le nostre stesse vite, siano ormai logore. Andrea Graziosi riflette sulle cause e le conseguenze dei mutamenti che hanno progressivamente trasformato l'Occidente scaturito dal secondo conflitto mondiale. Fine del mondo contadino, individualizzazione, crollo delle nascite e straordinario balzo in avanti nell'attesa di vita che ha reso e rende tutte le società più vecchie e meno vitali, coagularsi di nuove istanze reazionarie, ricomposizione faticosa di collettività plurali dal punto di vista etnico e del colore, crisi dell'azione e delle forme della politica sono alcuni degli aspetti sui quali si sofferma. Su che cosa potremmo far leva per salvare, innovando, un tipo di Occidente e di Modernità che è in crisi ma era riuscito, pur con tutti i suoi difetti, ad aumentare libertà e dignità umane più di ogni altro sistema conosciuto, e il progetto europeo che ne è uno nei nuclei fondamentali?
Andrea Graziosi, professore di Storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II, ha studiato e insegnato in università americane, russe ed europee.
Meglio non parlare di un solo Occidente, ma di Occidenti; e meglio definire il nostro mondo non semplicemente «moderno», ma «Moderno maggiore» e «maturo», come fa Andrea Graziosi, storico che si è a lungo occupato di Unione Sovietica – da lui intesa come «Moderno minore», in ragione di un dato difficilmente contestabile: l’aspettativa di vita inferiore. Oggi Graziosi si occupa prevalentemente dei problemi del nostro presente: viviamo in Paesi in crisi demografica e sempre più anziani, conservatori per natura (chi non rimpiange la propria giovinezza?); Paesi sempre meno competitivi, nei quali molti privilegi sono considerati come dei diritti intoccabili e dove vige, se vige, una meritocrazia a tratti ottusa, che premia soltanto chi ce la fa. Per non rinunciare agli ideali di libertà e democrazia finora garantiti da un livello di prosperità e benessere mai visto nella storia dell’umanità, serve partire da una dura ma necessaria diagnosi del presente: solo così si può pensare a politiche che, senza la pretesa di prevedere il futuro, tramandino a chi verrà i valori e le istituzioni in cui crediamo. L’affermazione può suonare retorica; ma lo è tutt’altro per chi legge il libro, fatto di documentazioni puntuali e ragionamenti convincenti.
Una mappa fondamentale per capire come siamo arrivati qui e proposte teoriche su dove andare per chi ancora crede nella forza e bellezza di una società aperta e dinamica