Sélim Nassib est né en 1946 et a grandi à Beyrouth. Il est issu d’une famille juive libanaise d’origine syrienne. Arrivé en France en 1969, il travaille de nombreuses années pour le quotidien Libération, couvrant en particulier l’intervention militaire israélienne au Liban de 1982. Depuis 1990, il se consacre à l’écriture.
Libanese che vive a Parigi (scrive nella lingua del paese ospite), ha scritto di Egitto, Ti ho amata per la tua voce sulla vita di Uum Kalthoum, e di Palestina- Israele, L’amante palestinese sulla storia d’amore tra Golda Meir e un ricco banchiere arabo.
In questa occasione mette insieme quindici racconti che il titolo farebbe pensare ambientati e dedicati al suo paese natale, invece continuano a occuparsi di tutto il mondo arabo, diversi per geografia, storia, e soprattutto, attualità. Nassib è giornalista e comprende bene la curiosità del mondo che l’ha accolto, quello occidentale, per quello orientale, e soprattutto islamico, dal quale proviene.
E così, in queste pagine, si passa dal conflitto del popolo saharawi con l’esercito marocchino alla prima guerra del Golfo, da un diluvio che distrugge case di fango in Egitto all’eterna crisi palestinese.
Facendo ampio ricorso all’io narrante e alla punteggiatura debole, evitando le congiunzioni, Nassib si affida ai sensi per cogliere e trasmettere il suo mondo e la sua cultura d’origine.
Una sera qualsiasi a Beirut, oltre che il titolo della raccolta, è anche quello di un racconto che in molti considerano il più bello: pur dando voce all’anima palestinese e alla sua lotta per la sopravvivenza, Nassib sa mettere a fuoco la paura israeliana, e come anche gli arabi abbiano le facce da ebrei.
È un oriente diverso da quello cui siamo abituati, meno esotico, e meno sensuale: ma rimane la diversità. Rimane il mistero di questa terra così vicina. E così lontana.
Sono undici racconti brevi, folgoranti, che si insinuano tra le pieghe del velo che nasconde le donne, mettendo a nudo un lato poco conosciuto dell’Oriente, vicino e incompreso, per noi spesso incomprensibile.
“Stai attenta, da noi tutto è possibile solo se rimane sotto il velo, solo se accade senza farsi vedere, senza increspare la superficie dell’acqua...”
Amori, tradimenti, la vita segreta delle donne abituate a dissimulare, a non tradire sentimenti ed emozioni, donne sottomesse che trovano comunque un modo per essere sé stesse:
“C’è la legge interna del quartiere, quello che si fa e non si dice, siamo libere quanto te, forse anche di più, ma non si vede”.
Amori vissuti nell’intimità della coppia, sconosciuti perfino ai figli:
“I mondi rimanevano paralleli in quella casa, una linea invisibile, un velo d’acqua gelata, trasparente, lo spazio di lei, lo spazio di lui”.
Sono passioni profonde che ritroviamo nella nostalgia per la casa abbandonata di corsa, fuggendo di notte con le poche cose che si è riusciti a mettere in salvo. Una vita nuova, con gli occhi sempre rivolti al passato,
“La strada era aperta, così, semplicemente aperta, nessun ostacolo, niente scuse, bisognava andare. La casa distava solo venti chilometri, da diciannove anni”.
Per scoprire poi, che quel passato è stato spazzato via, il villaggio dei ricordi sostituito da una cittadina, la casa del cuore abitata da altri. La diaspora palestinese, Gerusalemme dilaniata da una guerra infinita, i cui carnefici si atteggiano a vittime, lo sono stati in passato, ma non esitano a uccidere, distruggere, occupare terre non loro.
“La loro paura è il mio incubo, la riconosco, è un abisso impossibile da colmare, la sensazione di essere minacciati per noi è vecchia come il mondo, che ci potete fare”.
Le vittime si difendono, subiscono, contrattaccano, in un processo interminabile in cui tutti sono nemici.
“Ho conosciuto Gaza, ci sono andato, non ci tornerò mai più, non ne parlerò. Continueremo così, ognuno nella propria prigione, a girare in tondo nelle nostre ferite, fino alla fine”.
E ancora, la sofferenza del popolo sharawi, privata dello spazio vitale, di quel deserto di cui conoscono il respiro:
“Lui solo ha capito che la nostra tragedia non era soltanto uno sradicamento, un’oppressione, ma qualcosa di immateriale, lo stravolgimento dei segni, lo stupro del nostro universo circolare ad opera della linea retta del Muro”.
L’Oriente è in fiamme, rivolte, conquiste, dittature, assassini di stato, pulizie etniche:
“La disgrazia si è abbattuta indifferente sulla sua città, ogni luogo della sua infanzia è diventato il nome di una battaglia”.
A separarci da quelle terre ferite, il Mare Nostrum, un tempo via commerciale, ogni approdo un luogo di scambi, un incontrarsi di culture diverse. Adesso questo stesso mare sembra contagiato dalla follia dell’uomo, arabo, cristiano, ebreo, tutti figli di quell’universo salato diventato un cimitero. C’è un’ora in cui, se lo osserviamo, sembra tornare alla pace di una volta. È il momento di passaggio da luce a buio, quando il sole ormai basso sta per tramontare. È un istante magico che unisce le due rive. Ma è solo un istante, appunto.
“Questo mare non si sottomette a nessuna spiegazione, sfugge, straripa, scappa, il suo segreto è più grande di lui”.