“La scienza e la filosofia non possono condurre alla libertà. La libertà è frutto della passione, non della ragione; la passione è un dono della natura, non della civiltà. La libertà nasce dalla nostra innocenza, che la scienza ci ha tolto” (pagina 17).
“Cosa vi sarà mai di naturale nel fatto che l'uomo muore di fame, uccide, trae profitto dalla sfortuna degli altri, si accoppia solo con il consenso della comunità, si abbandona agli idoli? Sì, l'uomo ha fame e uccide, come dicono; facciamo riforme perché la sua fame abbia un senso più elevato, e che uccida solo quando ciò serva l'Ideale. Facciamo sì che possa divorziare e risposarsi – che libertà! - che possa scegliere un idolo piuttosto che un altro – che progresso! Guardatevi intorno: si direbbe che la cattiveria umana cresca in proporzione alle riforme proposte. Guerra, miseria, confusione e disperazione. Bisogna, dicono gli adepti della filosofia politica, riorganizzare lo Stato, la Chiesa, l'amministrazione, i mestieri, la scienza. Riorganizziamo! E ignoriamo che venticinque secoli di riforme non hanno portato a nulla – e che è tempo di sostituire all'organizzazione la disorganizzazione” (pagina 18).
“Cos'altro ci hanno portato le riforme? L'istruzione obbligatoria? Per fare che? Perché la marmaglia si potesse impossessare della filosofia dei borghesi? Amore della proprietà, rispetto dell'ordine e odio di tutto ciò che si eleva, di tutto ciò che è autentico. Forse che l'istruzione ha mai reso l'uomo più umano? Migliore, più ricettivo, più perspicace? La peggiore ignoranza non consiste forse in brani di sapere spogli di senso, passati al vaglio di questa o quell'altra istituzione, Chiesa, Stato, rivoluzione, monarchia, timocrazia, democrazia? L'istruzione obbligatoria è il modo più certo per rinforzare i ranghi degli imbecilli. Non obbligate nessuno ad andare a scuola; ci verrà da solo o ne farà a meno. Non date diritti obbligatori alla gente. Non datele né diritti né doveri. Datele la libertà” (pagina 20).
“Il posto della donna nella società è il segno più mostruoso della piccineria e della stupidità dell'uomo – e della donna stessa. L'uomo disprezza profondamente la donna, e i riguardi che le manifesta sono un marchio di ipocrisia inteso a dissimulare l'asservimento al quale la sottopone” (pagina 23).
“Non chiedo l'uguaglianza delle donne; parlo di libertà. L'uguaglianza non è altro che una nuova riorganizzazione della società degli uomini, una nuova riforma: si dà licenza alle donne di assomigliarci, di diventare assassini, politici, strateghi, individui irresponsabili ed egoisti, avidi di potere. Dite alla donna che ha il diritto di uccidere, mettetele un fucile in mano – diventerà sanguinaria ed esecrabile tanto quanto l'uomo. […] No – non diamo l'uguaglianza alle donne, diamo loro la libertà. […] la libertà della donna segna la fine della religione di cui è l'adepta più fervente, nell'asservimento. La libertà della donna segna la fine della società in cui il forte opprime il debole” (pagina 25).
“L'uomo ha ridotto in rovina tutto ciò che ha toccato; diamo alla donna la sua occasione. E per cominciare: aboliamo il matrimonio! Sciolta dal suo tiranno la donna prenderà coscienza di se stessa. Il matrimonio! Rossi ha cento volte ragione! Se potessi liberare l'umanità da una sola di queste calamità, cavallette, religione, colera, peste, proprietà privata, guerre, governi, parlamenti o ridestatori della nazione, sceglierei il matrimonio – fonte di asservimento, ipocrisia e stupidità” (pagina 26).
“La classe operaia non è altro che un nuovo idolo, il proletariato un frutto raggrinzito generato dall'odio, dalla vendetta e dalla mancanza d'immaginazione, una spora del pensiero borghese che finge di volersene disfare. Il suo programma? La dittatura degli uni a danno degli altri” (pagine 27-28).
“L'uomo libero non ha patria. A parte la libertà, l'uomo libero non possiede alcunché. Non ha paese, nazione, odio. Il mio pacifismo non ha niente a che vedere con Dio né con chi afferma Non uccidere. Non credo in un ordine superiore che mi proibisca di uccidere. E se pensassi che Dio esiste, sarei costretto a concludere che vuole le guerre – poiché vi sono le guerre” (pagina 29).
L'istante propizio che ci racconta Ourednik è quello colto nel 1855 da un gruppo di europei, soprattutto italiani, che migrano in Brasile per stabilire una comunità di uomini liberi e uguali, chiamata “Fraternitas”. La narrazione avviene prima attraverso una lettera-confessione indirizzata alla donna amata, datata marzo 1902, da parte del fondatore di Fraternitas, un veterinario anarchico girovago, che a distanza di molti anni racconta la sua vita, la sua visione del mondo, i suoi ideali e la sua battaglia politica, conclusasi tra delusioni e fallimenti, rimorsi e rancori. In seguito, vengono riportate le pagine di un diario scritte tra gennaio ed aprile del 1855 da un colono italiano che parte insieme a molti altri migranti a bordo della nave “Croce del Sud”, impegnata nel viaggio verso il Brasile, per raggiungere Fraternitas. Il diario si concluderà poi nell'ottobre 1855, con un resoconto degli ultimi giorni di vita della comunità, presentato in quattro versioni sempre più sintetiche e frammentarie.
Il gruppo che lascia l'Europa è un ammasso disomogeneo di uomini (tanti) e donne (poche), anarchici e comunisti, egualitaristi e libertari, rivoluzionari e conservatori, atei e credenti, di varie estrazioni sociali e di varie nazionalità. Da queste premesse si può intuire come, già prima di metter piede nel Mondo Nuovo, a bordo della nave impegnata nella traversata atlantica, i dubbi reciproci, i conflitti, gli scontri e le tensioni tra i compagni di viaggio siano all'ordine del giorno. Emerge dalle pagine del diario il sentore che molti migranti non siano realmente spinti da ideali politici e civili, ma semplicemente stiano scappando da miseria e povertà, in cerca di fortuna. Non saranno pochi, infatti, quelli che, una volta arrivati in Brasile, da subito faranno perdere le proprie tracce. E non sarà nemmeno facile, una volta che si sarà costituita la comunità, far andare d'accordo le più ingenue “anime belle” con i più freddi e pragmatici calcolatori ed opportunisti.
L'obiettivo comune alla maggioranza di questi uomini e di queste donne sembra tuttavia ragione sufficiente, almeno inizialmente, ad accantonare le divergenze e a restare uniti, provare in tutti i modi a vivere insieme, liberi da ogni costrizione sociale e condividendo i propri beni: lasciare il Vecchio Mondo, quello di un'Europa distrutta da violenze e guerre, resa asfittica dai bigottismi, dai conformismi, dalle ipocrisie, dai pregiudizi e dai preconcetti borghesi, di un continente logoro e decadente che opprime e corrompe i propri abitanti con istituzioni – Stato, Chiesa, famiglia, matrimonio – mummificate, ingiuste e ormai obsolete, per fondarne uno nuovo in Brasile, terra vergine e innocente, rigogliosa e generosa, dove non c'è ordine costituito e dove sarà più facile vivere rispettando soltanto la legge di natura. Il progetto utopico di questi coloni, infatti, è quello di vivere in una comunità anarchica, fondata sui nuovi ideali di uguaglianza, libertà, giustizia, condivisione e pace.
Attraverso la lettera ed il diario, emergono speranze, aspirazioni, progetti, ma anche peripezie, contraddizioni, pregiudizi, incomprensioni, divieti, esperimenti falliti, sogni infranti, delusioni, misfatti, miserie di questi uomini che inseguono un'utopia forse irrealizzabile. Ben presto, già durante il viaggio transatlantico, le speranze utopiche si scontrano con le fatiche della traversata e le difficoltà pratiche nella definizione di una società costituita sull'uguaglianza e sulla comunione dei beni. Nella nuova colonia si presenteranno presto tutte le contraddizioni da cui i coloni volevano fuggire, la vita in comunità sarà resa durissima da fame, razzismo, povertà, convivenze forzate con le comunità vicine, carenza di donne, aspettative irrealizzabili, opportunismi, ipocrisie e incoerenze, ed infine il progetto naufragherà tra divergenze di pensiero, incomprensioni, diserzioni, diaspore e invidie personali, per finire in un clima demoralizzante di sospetto e di sfiducia, reso insostenibile anche a causa di una serie di delitti misteriosi. Nemmeno l'insistita applicazione dei metodi democratici, mediante assemblee interminabili, inconcludenti ed inefficaci, non sortirà altro effetto se non quello di amplificare le tensioni e di rendere ancora più insanabili le fratture all'interno della comunità.
Con un altro dei suoi fertili esercizi di stile, l'autore ceco si cimenta in un romanzo di ambientazione storica (le vicende narrate sono palesemente ispirate alla figura dell’agronomo rivoluzionario Giovanni Rossi e al suo progetto di Comune anarco-comunista basata sull'amore libero, realizzato nel 1890 in Brasile), cogliendo non soltanto lo spirito del tempo passato, ma anche tutta una serie di sentimenti, aspirazioni e ambizioni che ci trasciniamo ancora oggi. Leggendo alcuni passi, soprattutto nella prima parte, quella della lettera del fondatore di Fraternitas, non si può non pensare di trovarci di fronte ad un contemporaneo, diviso tra una sfiducia irrimediabile verso il genere umano e un'amore fraterno per i propri simili, tra un cinismo disilluso e una spinta anarchica che lo vuole far combattere, ancora una volta, per i propri ideali di libertà, uguaglianza e pace.
Come in altri suoi lavori, ad esempio Europeana, anche in questa prova l'autore ceco fa emergere le sue caratteristiche peculiari, in primis l'utilizzo di un postmodernismo che mette in ridicolo i lati più grotteschi, stupidi e dannosi dell'essere umano, attraverso una serie di sentenze da filosofia della strada, perle di saggezza spicciola, pensieri scontati, facili luoghi comuni, idiozie, ingenuità, visioni stereotipate, false credenze, citazioni travisate e aforismi fraintesi. Il tutto condito da una riflessione filosofica sui dubbi costumi e sulla controversa moralità dell'essere umano, sulla sua difficoltà, ieri come oggi, nel vivere in una società davvero libera e giusta, senza pregiudizi e senza ordini costituiti. Una scrittura sottilmente ironica e amara, spietata e disincantata, quella di Ourednik, sempre strepitosa, spassosa, gustosa e molto divertente, che fa ridere però a denti stretti, perché siamo proprio noi il principale bersaglio critico dell'autore.