Una storia di precarietà materiale ed esistenziale, di radici tossiche da cui emanciparsi gettandosi nel nulla che offre il presente. Martino Bux è cresciuto vicino alla base aerea di Sigonella, dove nel secolo scorso si facevano le grandi manovre per un'altra guerra invisibile. Nel paesino siciliano di Castiglioni ha avuto la sua distorta educazione sentimentale, fatta di cattiveria e violenza, che lo ha trasformato nel giovane uomo qualunquista e meschino che è. I genitori speravano in lui affinché li riscattasse e si costruisse un futuro; lui però fatica persino ad avere un presente, figuriamoci un futuro. Vive nell'inferno tutt'altro che metaforico di Roma, in una scatola di macerie ricostruite a immagine del passato e del turismo domestico chiamata San Lorenzo. Molla l'università e si ritrova a lavorare in un call center dentro uno scantinato, insieme a decine di altri giovani pagati sei euro lordi: tutti senza futuro, senza presente, senza niente. Poi però arriva Antonia, «Toni», che gli salva la vita, e lo toglie dal cornicione su cui sta a fissare il vuoto pronto a cedere alla vertigine che gli sale da sotto i piedi. Toni gli dona una percezione approssimativa ma piuttosto reale di quello che può essere il paradiso all'inferno. Purtroppo però i paradisi in terra quasi mai sono destinati a durare...
Questo libro mi lascia in conflitto. Da un lato una scrittura interessante, caotica ma sempre sotto il controllo del narratore, una storia nella quale ogni informazione che viene data comunica un mondo su Martino Bux, sulla sua vita e su ciò che lo circonda.
Dall’altro un personaggio quasi senza sostanza, il cui poco interesse verso la vita si spinge a livelli quasi insopportabili.
La fine mi è piaciuta molto, anche se già immaginavo la direzione della trama, e ha dato un ottima spiegazione a molti aspetti del libro. Forse non rientra pienamente nei miei gusti, ma di certo mi ha lasciato moltissimo a cui pensare.
Un romanzo ambizioso e commovente, con un incipit che all'inizio fa quasi pensare ad Houellebecq. Roma "provincia estrema dell'impero occidentale" sa essere spietata e per nulla accogliente per chi vi si sposta per cercare fortuna, magari con le migliori intenzioni, o semplicemente per provare a capire chi essere con l'illusione di godere di una maggiore libertà. Se si confronta la Roma di questo romanzo con la Berlino descritta in Spatriati, il paragone è impietoso. (E non solo nei romanzi: ho avuto la fortuna di vivere in entrambe e il confronto resta tale). Il romanzo è uscito nel 2006, ma potrebbe benissimo essere uscito l'altro ieri. La città sembra la stessa, con gli stessi stanchi rituali, con la stessa San Lorenzo e lo stesso Laurentino 38, permeata da un cinismo che non ha nulla a che fare con il famoso disincanto romano, ma che più spesso si rivela essere la maschera del più triste e degradato risentimento. Il lavoro che è sfruttamento, umiliante non solo nella busta paga (nel romanzo il protagonista lavora in un call center, oggi probabilmente farebbe il rider). In una città così crudele anche con chi non ha più neanche un sogno da far schiantare, al protagonista Martino non resta che prendere parte, vestirsi dell'uniforme di risentimento che la città sembra avergli offerto. L'unico antidoto è Toni, l'unica che sembra capace di resistere. E poi il finale... Desiati è come al solito minuzioso, a tratti troppo retorico, troppo alla ricerca della soluzione formale più elegante. Ma gli si perdona tutto, anche l'ambizioso incipit, per questo che è il mio romanzo preferito tra i suoi (ho letto Le spose infelici e Spatriati), quello dalla voce più sicura e con la trama più solida
Un libro scomodo, difficile da scrivere e da leggere, perché il protagonista suscita pena, ma anche rabbia. Desiati ci svela la fragilità imbarazzante che è il terreno su cui crescono fenomeni contemporanei come le teorie redpilled. Nel crogiolo di questa sofferenza nasce la colpevolizzazione delle donne da parte di uomini che ripongono in esse la loro felicità. Credo che questo romanzo possa venire frainteso e mal sopportato. Siamo costretti a entrare nella mente di un uomo che scivola in qualcosa che è un misto di nichilismo, narcisismo e autocommiserazione. Il viaggio è tutt'altro che confortevole, specie se empatizziamo con lui. D'altro canto, se non empatizziamo, ci diventa odioso senza rimedio. E dunque ci collochiamo a distanza di sicurezza. Per esempio io ho immaginato di essere la madre di un ragazzo simile e di chiedermi un giorno: dove ho sbagliato? La voce dell'attore dell'audiolibro che ho ascoltato era particolarmente cupa e fredda, il che forse può aver accentuato la caratterizzazione del protagonista o forse di averla resa più convincente. Chissà. Il mio voto è 4,5 per il coraggio dell'autore nel raccontare la faccia nascosta del maschilismo.
Martino Bux e la sua famiglia sono emigrati a Roma dalla Sicilia di Castiglioni, vicino a Sigonella. Una Sicilia lontana, anni 70' i tempi della guerra fredda, baluardo d'Europa con le basi americane: radar enormi che scrutavano i cieli e irradiavano micidiali campi elettromagnetici. E tanti aerei argentati e fragorosi al punto da non dormire senza tappi di cera. (Avevo dimenticato questo dazio) Poi la violenza mafiosa a cui non si può sfuggire. Allora Roma, quella ricostruita sulle macerie del dopoguerra: il Laurentino 38 e San Lorenzo. Un lavoro sicuro e malpagato per il padre, la madre perduta in se stessa dopo le violenze siciliane, Martino studente mancato che finisce in un call center ma trova l'amore incondizionato di Toni. Un racconto lucido e brillante di marginalità dove la parte migliore sono forse le descrizioni dei quartieri falansteri, fallimenti abitati da falliti. La parte più commovente è il finale: in un mondo senza possibilità di riscatto solo l'amore e la follia ti salvano.
In questo libro c’è la storia turbolenta della “periferia dell’Occidente”, l’Italia con la sua vita precaria, le sue idiosincrasie, le dinamiche disfunzionali, la mafia, il terrorismo di stato, il razzismo e la follia degli italiani. Ci siamo noi e ci sono io, che con il protagonista ho condiviso l’infanzia vicino alla base militare di Sigonella, in Sicilia, anzi ci vivevo proprio dentro da bambina), il trasferimento a quella città meravigliosa e zozza che è Roma, quel primo lavoro precario al call center che ti divora l’anima, e tutta la tristezza del mondo moderno. Uno di quei libri che ti affascina e ti turba allo stesso tempo.
Ero determinata a leggere di più di Desiati dopo aver letto "Spatriati", questo libro mantiene quello stile di scrittura che mi aveva tanto affascinato in precedenza, ma la storia non mi ha entusiasmato particolarmente (tranne per l'ultimo inaspettato plot twist finale)
La precarietà della vita può condurre all'egoismo e al qualunquismo? Il precariato visto come una ferita dell'esistenza che, forse, solo l'amore può guarire. Mi è piaciuto più di "Spatriati", vincitore del Premio Strega 2022.
Non credo sia il libro migliore di Mario Desiati. Nonostante la trama e l'intreccio siano sempre avvincenti e sorprendenti, ho trovato questo romanzo alquanto artefatto ed insincero, quasi iperbolico, non solo nella descrizione di ambienti e persone, ma anche, forse soprattutto, nei dialoghi.
Il colpo di scena finale è quasi commovente, ma per il resto la narrazione non avvince: sembra ancora un'altra storia di disorientamento generazionale tipico degli anni 2000.