È una penna intinta nel veleno quella che Zola usa per scrivere il decimo volume del ciclo Rougon – Macquart.
Scritto di getto e pubblicato dapprima a puntate in un giornale periodico poi in volume unico nel 1882, Pot-bouille venne accolto con autentico sdegno (come altre sue opere d'altronde) dalla società francese. Il romanzo, infatti, suscitò un vespaio di polemiche e un'indignazione senza precedenti sia sulle pagine dei maggiori giornali francesi sia fra gli amici e i colleghi di Zola.
Pot-bouille è uno strano titolo per un romanzo; infatti, con questa parola nell'Ottocento ci si riferiva al cibo quotidiano, in particolare ad una minestra poco raffinata mangiata in famiglia; una brodaglia composta da vari ingredienti che si confondono e si mescolano tra loro proprio come i vari elementi che compongono questo romanzo. Una minestra anzi un intruglio all'apparenza semplice ma che nasconde, invece, una cucina equivoca e ingannatrice che in questo romanzo diviene metafora della borghesia francese.
Il romanzo si apre con l'arrivo di Octave Mouret a Parigi, per la precisione in un impeccabile palazzo di Rue de Choiseul, qui sarà ospite della famiglia Campardon, una conoscenza di vecchia data. Il palazzo è uno di quei palazzi costruiti durante la grande speculazione edilizia che investì Parigi proprio in quegli anni. È un palazzo di quattro piani, dalla facciata di pietra chiara, con le porte di mogano, uno scalone lussuoso, gradini di marmo, pareti con stucchi dorati, finti marmi e specchiere, riscaldato e illuminato, a cui si oppongono le scale e la corte di servizio fredda, disordinata, invasa da miasmi e rifiuti puzzolenti. Un palazzo in cui il proprietario e il custode desiderano conservare e mostrare una facciata di moralità e rispettabilità, che servono però solo a nascondere i vizi e le grettezze più orribili che accadono al suo interno.
Pot-bouille è un altro di quei romanzi che ormai (e purtroppo) manca da tanto tempo dagli scaffali delle librerie italiane e che meriterebbe di essere ripubblicato presto. Attualmente non lo si trova in volume singolo ma solo all'interno del secondo volume dei Meridiani dedicato all'autore francese (con il titolo La solita minestra) oppure all'interno del Mammut della Newton dedicato a Zola (con il titolo Dietro la facciata). Nel nostro paese è stato pubblicato tanti anni fa anche con il titolo Quel che bolle in pentola.
Dietro la facciata – questo il titolo della mia edizione – è un titolo azzeccatissimo per questo romanzo, perché fa comprendere fin da subito cosa racconta.
Zola ci guida tra i vari piani del palazzo abitato da impiegati, architetti, notai, commercianti; un palazzo borghese impeccabile e moralista, in cui nulla è fuori posto: nessun rumore, scale e androne puliti e ordinati, finestre tutte uguali. Ma si sa a volte – anzi spesso – l'apparenza inganna.
È un palazzo claustrofobico in cui tutti sanno tutto di tutti ma nessuno dice nulla e fa finta di non vedere quello che succede al suo interno; e al suo interno ne succedono di tutti i colori: adulteri senza passione, famiglie che risparmiano sul cibo per potersi permettere di dare delle serate in cui ostentare la propria ricchezza (che non esiste) con i vicini e conoscenti, madri pronte a tutto che insegnano alle proprie figlie a comportarsi come prostitute pur di accaparrarsi un marito benestante, frodi finanziarie, questioni ereditarie, odi parentali, promesse di donazioni di dote non mantenute, ambiguità taciute, scandali, matrimoni freddi, insoddisfazioni, gravidanze non desiderate, donne che vivono al di là delle loro possibilità sfruttando e approfittandosi degli uomini. Fatti e accadimenti, questi, che divengono argomento di chiacchiere e pettegolezzi della servitù, che nelle cucine, nei loro alloggi e nelle scale di servizio, durante la notte o nel bel mezzo delle faccende domestiche è pronta a dar voce e a deridere, usando un linguaggio scurrile e sguaiato, il marciume e i vizi dei loro padroni borghesi.
Nel romanzo Zola ci mostra un ventaglio di fatti, una serie di elementi che compongono la sua “minestra borghese” in cui la piccola borghesia parigina, con tutti i suoi vizi e le sue manie, viene osservata nella vita di tutti i giorni.
In questo libro il lettore spia la vita di questo palazzo apparentemente impeccabile, ma Zola non ci fa guardare dal buco della serratura o origliare da dietro una porta o attraverso le pareti, ma ci apre la porta degli appartamenti, ci porta lì sulla scena, ci fa vivere le varie situazioni descritte in prima persona grazie al personaggio di Octave Mouret, che è sempre al posto giusto al momento giusto. È proprio lui il componente della famiglia eponima che seguiamo in questo romanzo. Octave (figlio di Marthe Rougon e François Mouret) lo avevamo già conosciuto ne La conquista di Plassans dove era un ragazzo ancora adolescente, con poca voglia di studiare ma con tanta voglia di divertirsi e bighellonare. Il padre, per portarlo sulla retta via, lo aveva mandato a Marsiglia a lavorare presso una ditta che produce cotone stampato. Sono passati alcuni anni ed Octave è diventato un uomo appassionato di commercio di lusso che vuole sfondare in questo campo; per realizzare il suo sogno si reca a Parigi ed è qui che noi lo incontriamo all'inizio del libro. Octave è un giovane alto, bruno, dai baffi e barba perfettamente curati, per cui è importante essere sempre in ordine e pulito; ma è anche un seduttore incallito, uno sciupafemmine e vuole sfruttare questa sua caratteristica per scalare la società e realizzare il suo sogno. Calcolatore, sfruttatore, superficiale, cinico, attivo, creativo, ambizioso, ma scopriamo anche economo, ha il polso per gli affari, le idee chiare sul suo futuro ed è desideroso di ottenere la sua dose di piaceri e di riuscire a realizzare il suo progetto di aprire un grande magazzino di lusso, ma per il momento si accontenta di un lavoro da commesso in un negozio di stoffe.
Octave mi è parso più somigliante al ramo dei Rougon (soprattutto a Félicité e Aristide) che alla parte Macquart della famiglia, forse perché privo di quelle tare ereditarie più viziose che caratterizzano i membri della famiglia Macquart.
In Dietro la facciata lo scrittore francese sembra aver lasciato da parte lo sviluppo della sua tesi sull'ereditarietà per buttarsi a capofitto in un attacco feroce contro la borghesia francese, impegnata a mantenere una facciata di rispettabilità, austerità, dignità e decoro (che non hanno) a tutti i costi.
Romanzo corale anzi rappresentazione teatrale in cui si confondono e si mescolano vari personaggi, è un ritratto impietoso e crudele, un atto di accusa di Zola verso la piccola borghesia del secondo impero. Lo scrittore non ha peli sulla lingua e non si fa scrupoli a calcare la mano nella descrizione della spudorata ipocrisia e meschinità di questa classe sociale; ipocrita soprattutto nei confronti del popolo a cui fa la morale ma che poi si comporta alla stessa maniera, se non peggio.
L'autore francese è un acuto e minuzioso osservatore della realtà, il suo stile è come sempre fotografico, ricco di particolari sia nel descrivere i personaggi sia gli ambienti che si imprimono facilmente nella mente di chi legge. Una menzione speciale va ad alcune scene memorabili: il marito tradito che vaga per la città alla ricerca di due padrini per il duello con il rivale, la fuga precipitosa di Berthe svestita su e giù per le scale alla ricerca di un posto in cui nascondersi, il parto di una domestica.
In questo romanzo divertente, drammatico e perfido allo stesso tempo, dalla trama ben costruita e vivace, dallo stile scorrevole e coinvolgente, dai diversi registri narrativi, in cui non manca la critica all'educazione delle ragazze, scopriamo anche un lato di Zola che di solito rimane un po' nascosto: il suo graffiante umorismo, a tratti cinico e nero, e il suo amaro sarcasmo.
Al termine della lettura mi è venuto in mente un famoso slogan pubblicitario che parafrasato regala l'immagine della borghesia, ma anche del palazzo in cui questa vive: bella fuori ma sporca dentro, proprio come i famosi sepolcri imbiancati del Vangelo.
«Vedrete, caro, è una casa proprio coi fiocchi... È abitata solo da gente perbene.»