Il 6 maggio 1527 comincia il famigerato sacco di Roma. Un esercito imperiale composto di mercenari spagnoli, italiani e dai famosi lanzichenecchi luterani violenta la città e la mette a ferro e a fuoco. La storia narrata in questo libro comincia due mesi prima, quando l’amante di Benvenuto Cellini, una giovane cortigiana di nome Pantasilea, sospetta di essere incinta di lui e si avvia a pregare sulle reliquie di San Giuda, il santo delle cause disperate. Per non finire reietta da tutti, una donna senza onore, la sua speranza è di sposarlo. Ha messo da parte una dote quasi sufficiente, anche se il giovane Benvenuto Cellini (all’epoca ha 26 anni) sembra poco interessato a lei e al matrimonio. Anzi ha ceduto Pantasilea al suo amico pittore, il Bachiacca, per una prossima festa fra amici alla Locanda dell’Orso. Il caso vuole che, mentre si dirige verso la chiesa dove sono conservate le reliquie del santo, Pantasilea s’imbatta nella processione del cardinale Farnese, appena uscito dal suo palazzo ancora incompiuto. L’emerito cardinale rimane colpito dalle doti della cortigiana e, promettendole cento scudi d’oro, la invita a una «cena» con un giovane chierico «che avrà un grande futuro nella Chiesa». Una prospettiva allettante per Pantasilea, che deve completare rapidamente la sua dote e sposare Benvenuto. Una prospettiva che, tuttavia, deve fare i conti con l’esercito comandato da Carlo di Borbone che si avvicina inesorabilmente alla città. Prendendo spunto da persone e da avvenimenti veri (a cominciare dalla famosa cena alla Locanda dell’Orso), e sulla base di una documentazione storica eccellente, il romanzo illumina una delle pagine più drammatiche della storia d’Italia, oltre a offrire uno straordinario ritratto di cortigiana e donna.
Mi spiace perché l'impegno nelle ricerche storiche dovrebbe essere sempre premiato. Ma la trama è complicata e il clima veramente troppo noir. È vero che il periodo storico era senza dubbio violento, ma il quadro generale che emerge dalla narrazione è a mio parere eccessivo, quasi ci fosse compiacimento nel descrivere scene truculente. Peccato.
La vita delle donne non è mai stata facile, tanto più quando le alternative per mantenersi da sole si contavano sulle dita di una mano. Per una figlia illegittima nella Roma del Cinquecento la professione di cortigiana era quasi rispettabile. A diciannove anni Pantasilea vive in un bel appartamento in affitto, ha una tata, che è con lei da sempre, e guadagna abbastanza per pagare l'ospedale e le cure alla madre, affetta da sifilide.
Le cortigiane altro non erano che le nostre escort, belle ragazze, di discreta cultura e intelligenza, disposte, per motivi economici, a mettere temporaneamente da parte i propri principi morali. Tuttavia se oggi le escort sono mosse prevalentemente dal desiderio di possedere dei beni di lusso che io considero del tutto superflui, ai tempi di Pantasilea la scelta era veramente tra mangiare o non mangiare. Invariata invece la composizione della clientela, se non che, nella Roma rinascimentale, il potere temporale coincideva con quello spirituale, con tutte le conseguenze del caso.
Come oggi la differenza tra una cortigiana e una prostituta da strada era il fatto di avere una clientela più o meno fissa, a volte limitata ad una sola persona, che spesso le ragazze consideravano quasi un" fidanzato". Sono certa che generalmente esse fossero sinceramente innamorate, come Pantasilea del "suo" Benvenuto Cellini. Avevo il sospetto che il grande artista non fosse uno stinco di santo e la descrizione che ne fa Luca Romano non ha migliorato la mia opinione. Maria Laura Rodotà, nella sua rubrica sul Corriere della Sera, chiama quelli come lui Gran Bastardo. Pantasilea, alla luce dei fatti, sarebbe perfettamente d'accordo con questa definizione.
Lo sfondo storico alle ipotetiche sventure della favorita di Cellini è il 1527, anno del Sacco di Roma. Lo stato pontificio era alleato del re di Francia Francesco I di Valois contro Carlo V d'Asburgo, re di Spagna e del Sacro Romano Impero. A seguito del fallimento di ogni tentativo politico di riconquistare l'appoggio del papa, l'imperatore decide di attaccare militarmente la Chiesa sfruttando l'appoggio interno della famiglia romana dei Colonna, nemici giurati dei De Medici, casato al quale appartiene il pontefice in carica, Clemente VII.
Su Roma marcia un esercito composto in parte da soldati spagnoli, al comando di Carlo III di Borbone, e in parte dai lanzichenecchi guidati dal generale Frundsberg. Mentre i primi sono cattolici, i secondi sono prevalentemente luterani, quindi la loro è più che altro una crociata contro la corruzione della chiesa. Entrambi gli eserciti sono allo stremo delle forze e non vedono l'ora di mettere le mani sulle ricchezze di Roma.
A peggiorare le cose contribuisce la perdita del proprio leader da parte di entrambi gli eserciti. Il generale lanzichenecco è costretto a rientrare in patria per un malore, mentre il Borbone viene ucciso il primo giorno di assedio proprio per mano di Benvenuto Cellini. Quando le truppe riescono a irrompere in città è il caos. Oltre al saccheggio i soldati si abbandonano a stupri e carneficine. La ricostruzione che Luca Romano fa di quei giorni è terribile e sconvolgente. Quella che, compatibilmente alla situazione, ne esce meglio è proprio Pantasilea, ma visto le disavventure precedenti forse l'autore si sentiva in debito con lei.
Il racconto comprende alcune riflessioni di un ufficiale lanzichenecco, che mettono in evidenza le contraddizioni interne alle truppe imperiali, ennesimo esempio di come in guerra l'odio unisca piu dell'identità di vedute. Tra spagnoli e tedeschi le occasioni di scontro sono all'ordine del giorno, ma alla fine si trovano a fronteggiare un nemico molto piu pericoloso di qualsiasi esercito: la peste. Il lanzichenecco quindi conclude affermando:
"In ogni caso ho imparato una cosa dal Sacco di Roma e dall'umiliazione del papa: la vittoria è certamente preferibile alla sconfitta, ma talvolta i due esisti si rassomigliano a tal punto da non riuscire a distinguere i vincitori dai perdenti. A Roma siamo stati noi a portare l'inferno e l'inferno ci ha ingoiati."
Tra i protagonisti apparentemente minori vi è un giovane chierico, ancora indeciso se abbracciare o meno la carriera ecclesiastica. Nel 1555 un suo omonimo sarà acclamato papa con un solo voto contrario, il suo. L'autore sottolinea che niente conferma che possa trattarsi dello stesso personaggio del suo romanzo. Questo papa, uomo devoto, sobrio, umile, che dedicò ogni suo sforzo alle riforme della Chiesa, mi ricorda molto il nostro attuale pontefice. Il suo primo gesto fu di devolvere ai poveri i soldi destinati alla sua incoronazione e a lui si deve l'abolizione della pratica del nepotismo. Per cause "naturali" il suo pontificato durò solo 21 giorni. La storia a volte si ripete, a volte no. Preghiamo per Papa Francesco.
Roma, sabato 2 marzo 1527. Non si può più attendere. Bisogna porre un rimedio serio all’assurdità della circostanza di povertà. Sempre più frequentemente – ma non esclusivamente – ricorre nelle giornate di Pantasilea un senso di cupa solitudine, di timore per la serenità della propria esistenza. Per la giovane le cose ordinarie della vita, divenute fonte di preoccupazioni, sono difficilmente sopportabili. Non dimentica d’altra parte che l’amore per Benvenuto potrebbe portare con sé un notevole carico di novità: sia perché potrebbe continuare a stargli a fianco, sia perché è incinta di lui – sebbene non abbia il coraggio di rivelarlo al grande artista – e profondamente innamorata. Superficiale e insensibile, cosciente del suo fascino ma indifferente alle malinconie e alle suggestioni che può far nascere, lui «sapeva che Pantasilea era innamorata di lui. Altre volte pensava che avrebbe dovuto smettere o non si sarebbe mai disfatto di lei, ma poi ricominciava. Non c’era nulla di più esaltante di quel potere che aveva su di lei, di quella sua sottomissione. Il potere era il migliore afrodisiaco del mondo»… Dello stesso autore de L’angelo egoista, il romanzo, ambientato a Roma, è un esemplare affresco in cui paesaggi e ambienti, figure storiche e stati d’animo fanno sorgere nella fantasia del lettore un mondo lontano, il Cinquecento appunto, nel quale trova posto non solo splendore di cultura e arte, ma rievocazione di rischi, sbaragli e grandi paure. Il ritorno al passato svolto in direzione del racconto della storia di Pantasilea qui infatti è anche giocato sui toni neri del Sacco di Roma. Il disprezzo dei luterani per la Roma papale e l’alterigia dei prelati, il rischio dei trentamila mercenari spagnoli, tedeschi e italiani rappresentanti la violenza e la barbarie, gli errori e le colpe imperiali, i rovinosi calcoli di potere e i miserabili rancori – tutto l’insieme, insomma, che era rimbalzato da una corte all’altra dell’Europa del XVI secolo – approdano il 6 maggio del 1527 alla logica conclusione. Conclusione, peraltro, nefasta: «La calamità mise fine», afferma Luca Romano, «alla fase più brillante del Rinascimento e segnò l’inizio della Controriforma, in cui presero il sopravvento i puristi della religione e gli inquisitori del pensiero. Alla vigilia del Sacco, nessuno lo avrebbe potuto immaginare». Di certo, non lo sospettava Pantasilea, giovane sognatrice, amante dell’artista Benvenuto Cellini. Cortigiana di raro fascino e, nel contempo, donna di ingenuo candore. Disincantata, malgrado tutto, dalla spietatezza degli uomini. http://www.mangialibri.com/node/12211