Quando Luce e Pietro si recano in ambulatorio per fare una delle ultime ecografie prima del parto, sono al settimo cielo. Pietro indossa persino il maglione portafortuna, quello tutto sfilacciato a scacchi verdi e blu delle grandi occasioni. Ci sono voluti anni per arrivare fin qui, anni di calcoli esasperanti con calendario alla mano, di ''sesso a comando'', di attese col cuore in gola smentite in un minuto. Non appena sul monitor appare il piccolo Lorenzo, però, il sorriso della ginecologa si spegne di colpo. Lorenzo è troppo ''corto''. Ha qualcosa che non va. Nessuno sa di noi è la storia di un mondo che si lacera come carta velina. E di una donna di fronte alla responsabilità di una scelta enorme. Quale è la cosa giusta quando tutte le strade portano a un vicolo cieco? Che cosa può l'amore? E quante sono le storie di luce e buio vissute dalle persone che ci passano accanto? Come le ricorderanno le lettrici della sua rubrica e le numerose donne che incontra sul web, Luce non è sola.
Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino. Per Newton Compton ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Vive tra Roma e Singapore.
Como otros libros de la autora es una ficción bien curada. El volumen no es de ninguna manera fluido para leer, pero fue escrito con gran diligencia: expreso esto sin unirme a la masa de lectores que habrán colmado de cumplidos a la escritora romana. El tema tiende ser femenino y se aleja de mis intereses de lectura, aunque si debo admitir que la primera parte me dio a meditar.
¿Durante las primeras decenas de páginas asimilé un sentimiento de culpa por parte de la protagonista?, pero luego me di cuenta que el tema es bastante femenino. El afecto familiar está vigente. Y la protagonista durante ese período estaba experimentando la necesidad de convertirse en padres: una necesidad que dentro de un sistema complejo como el nuestro tiene derecho a exteriorizarse, probablemente para vivir un poco mejor. Tal vez para vivir un poco más en armonía con la sociedad en la que vivimos. Desde mi punto de vista Simona Sparaco abordó una necesidad estrictamente femenina, aunque si el tema de ser padres debería involucrar tanto la figura masculina como la femenina. Luce es la protagonista principal del cuento. Es ella quien siente la necesidad de maternidad. Como toda la futura madre su conciencia quiere ir al fondo de sus razones: sin embargo Luce quiere el amor de un niño, pero en su interior busca el reflejo del amor que su abuela tenía con ella. Así que el libro podría volverse también en psicológico donde juegas el saber de personas mayores. Luce ha vivido ya un tercio de vida. Es una mujer en busca de su serenidad. Una mujer en busca de cuál sería su futuro. Una situación que de persona adulta lo mejor hubiera sido una referencia emocional: no para volverse cínico, pero esta necesidad emocional de la protagonista da la sensación que es la autora que necesita el deseo de maternidad. Ni siquiera está claro si Luce es el alter ego de Simona Sparaco. Además trasluce la figura de una cristiana fiel, a veces practicante, pero podría ser siempre la autora romana que se ha identificado tanto en el personaje narrado hasta el punto de reflejar su manera de ser.
El drama de la historia contada y el concepto de un libro psicológico donde Luce quiere y desea afectos familiares se resalta cuando el niño puede tener anomalías físicas. La autora encarna la necesidad de maternidad de su personaje. Entonces Luce no da importancia a las complicaciones de los nueve meses de embarazo, porque lo que más quiere es hacer sentir bien a las que nacen. Quiere dar a su hijo tranquilidad y una familia. No hacerlo sentir diferente frentes los demás niños. [...] Sin embargo, las expectativas de la futura madre se desilusionan: Luce de esa circunstancia habrá que interrumpir el embarazo. Se siente una mujer abatida y le hubiera gustado tener la propria madre a su lado. Incluso percibía la presencia materna, pero era un espejismo debido a tanto tormento mental. Ya era convencida de abortar: a partir de ese momento el deseo de maternidad se transformó en un sueño destrozado que deja una cicatriz imborrable a todas las mujeres.
Nessuno sa di noi è stato candidato al Premio Strega 2013 e si è anche posizionato tra la cinquina finalista. Non avendo letto quasi nessun altro dei libri pubblicati in Italia lo scorso anno non posso fare paragoni: mi limito a constatare che se il romanzo di Simona Sparaco è stato considerato uno dei cinque migliori pubblicati tra il 2012 e il 2013 non voglio immaginare la qualità di tutto il resto. Racconto lungo, o romanzo breve che sia, Nessuno sa di noi è il lungo sfogo di Luce, donna in crisi segnata dalla noncuranza della futile madre e da una lunga serie di fallimenti accademici, sentimentali, lavorativi: da anni convive con Pietro, brav'uomo dato oltremodo per scontato, ma non si è mai decisa al grande passo; il suo desiderio più feroce è essere madre, ma anche questa soddisfazione le è negata. Quando, dopo cinque anni di tentativi, di passione spenta dagli stick per l'ovulazione, scopre finalmente di essere rimasta incinta, il bambino diventa un'ossessione: amniocentesi, alimentazione precisa e metodica, vitamine, controlli continui, qualsiasi cosa pur di assicurarsi che quel bambino nasca sano. Ma l'ironia della vita lascia cadere addosso a Luce la sua mannaia ancora una volta: al settimo mese di gravidanza, l'ecografia le mostra che il piccolo Lorenzo è affetto da displasia scheletrica e ipoplasia toracica, patologie dagli sviluppi imprevedibili che quasi certamente condurranno alla sua morte poco dopo la nascita. A Luce non resta che l'aborto terapeutico, impossibile in Italia al settimo mese di gravidanza.
Quando si affronta un tema così delicato, il risultato è un ottimo libro o un libro banale; spiace dirlo, si tratta del secondo caso, nonostante non manchino le lettrici che abbiano salutato la Sparaco come la nuova Mazzantini. Nessuno sa di noi vorrebbe far leva sul lato emotivo delle lettrici mature toccando una corda sensibile - la comune esperienza della maternità (passata, futura o mancata) -, ma finisce per ripiegarsi su se stesso trasformandosi in stucchevole diario al femminile che nulla di nuovo aggiunge alle voci che già si sono espresse sul tema. Un libro che vorrebbe essere un pugno nello stomaco, che vorrebbe far vibrare le lettrici di commozione e straziarle agitando davanti ai loro occhi la peggiore paura delle future mamme (la possibilità che qualcosa vada storto), e che fallisce miseramente dispiegando uno dopo l'altro tutti i cliché del caso. Viene da pensare che il motivo per cui il romanzo sia arrivato così in alto in questo Strega 2013 sia da rintracciarsi proprio nel tema particolarmente discusso: va detto tuttavia che di sensazionalistico a riguardo in Nessuno sa di noi non c'è nulla, anzi, la protagonista dialoga spesso con Dio e non mancano le osservazioni che rivestono la sua scelta di un senso di colpa tipicamente religioso. Luce opziona un aborto a Londra: potrebbe essere l'occasione di denunciare la ristrettezza dei limiti entro cui è possibile praticarlo in Italia, limiti che non contemplano quelle patologie (tra cui la displasia scheletrica) che si mostrano nel feto oltre le ventiquattro settimane, ma la Sparaco non si schiera a riguardo, e tale paradosso legislativo viene solo comunicato. La prima metà del romanzo è dedicata ai ricordi del prima e all'aborto - che al settimo mese di gravidanza è un vero e proprio parto -, descritto con inquietante dovizia di particolari palesemente volti a suscitare ribrezzo; la seconda metà è l'impatto della perdita di Lorenzo sulla vita di Luce, che si lascia andare alla deriva mettendo anche in crisi il matrimonio con Pietro. I capitoli sono talvolta inframezzati da lettere che i lettori di Luce inviano alla sua posta o messaggi inviati da donne in difficoltà ai forum al femminile che la protagonista inizia a frequentare. Le noi del titolo sono infatti quelle donne che hanno dovuto prendere una decisione: condannare il proprio bambino a una vita di difficoltà talvolta atroci, oppure optare per l'aborto terapeutico, gesto da taluni considerato infanticidio. E' solo dalle voci di queste donne che traspare talvolta quell''indignazione che invece dovrebbe permeare tutto il libro, donne che hanno preso una decisione cruciale, che ne hanno sopportato la sofferenza fisica e psicologica e che continuano a portarsi dietro un senso di colpa accentuato da coloro che condannano la loro scelta perché, come scrive una delle utenti sul forum frequentato da Luce, "non ci si può sostituire a Dio". La gestione dei personaggi, tutti visti attraverso gli occhi di Luce, rivela macchiette informi: c'è Pietro, l'uomo che tutte vorremmo al lato, certo delle sue decisioni e del suo volere rimanere accanto a una donna straziata che cerca in ogni modo di allontanarlo; c'è la madre di Luce, vanesia, inconcludente e meschina, economicamente dipendente dalla protagonista; c'è la madre di Pietro, ricca e credente, che pensa che ogni problema della vita possa essere risolto confessandosi da un prete o praticando il pilates; c'è l'ombra di qualche amico - pochi - che si presenta ogni tanto, nessuno però che in sei mesi cerchi di penetrare nel lutto di questa coppia devastata. A livello stilistico non si può negare che la Sparaco sappia usare le parole: ci sono passaggi di una bellezza poetica che tuttavia non riesce a riscattare una trama piatta, una sensazione di stucchevole noia.
"Mio figlio non ha mai incontrato il mio viso, e se fosse nato, forse, non mi avrebbe neanche riconosciuta. La mia carezza è stata un ago che gli ha tolto il respiro, e il mio latte usciva al richiamo di pianti sconosciuti per andare sprecato in un reggiseno che non ho mai più indossato. Ma è da me che è partito, e dentro di me si è fermato. È dalle madri che sempre partiamo, ed è alle madri che sempre torniamo, una volta concluso il viaggio."
Straziante e molto ,troppo deprimente . Capisco ,capisco molto bene per averlo vissuto in prima persona il dolore della protagonista. Non importa se il bambino che perdi è alla nona settimana o alla 29. Trovo solo che la mamma del libro è stata molto egoista ,ha pensato solo al suo dolore lasciando solo l'uomo che la amava e credendo che solo lei soffrisse come una bestia . Ho provato molta più empatia per il compagno che per lei . Dopo avere letto il libro della Fallaci mi ero ripromessa di non leggere più libri che aprissero e facessero sanguinare ancora la mia ferita ,ma ci sono ricascata.
Vi ricordate quando qualche giorno fa, presentandovi l'anteprima di questa uscita, vi dissi che avrei voluto leggerlo a tutti i costi? Detto, fatto. E ormai non ho più dubbi. I romanzi che preferisco sono proprio questi: libri che ti entrano dentro e ti trasmettono emozioni forti, scuotendoti nel profondo.
"Nessuno sa di noi" di Simona Sparaco lo troverete il prossimo 21 gennaio sugli scaffali delle librerie grazie alla Casa Editrice Giunti, nella Collana A.
Ai più, come si può immaginare dalla sinossi, questo romanzo potrà sembrare una lettura triste e piena di lacrime. Certo, non tratta un argomento facile e sereno, ma più che triste, io lo definirei catartico. Non nascondo che in più occasioni gli occhi mi sono diventati lucidi. Una lettura che fa riflettere e che ti racconta un'esperienza di dolore e rinascita vera.
Luce, una ragazza di 35 anni è da parecchio in cerca di un figlio con il suo compagno Pietro. Finalmente le sue preghiere vengono ascoltate e si ritrova in cinta di Lorenzo. Tra visite, esami, nausee ed ecografie arrivano nello studio della ginecologa alla loro ventitreesima settimana. Purtroppo qualcosa però non è andato nel verso giusto. Si scopre infatti che Lorenzo non è cresciuto come dovrebbe e che è affetto da una forma di displasia scheletrica. Immaginatevi il vostro mondo e la vostra vita andare in frantumi in un secondo. Questo è quello che è successo a Luce e Pietro.
«Il fatto è che io questo figlio lo voglio. Chiamalo pure istinto, l'hai inventato tu»
Delicatamente le parole di Luce, sarà lei a raccontarci la sua vita, entrano nel nostro cuore in punta di piedi, narrando di quel dolore che tutti temiamo. Un uomo e una donna che avranno la forza di reagire al duro colpo che la vita ha imposto loro in tempi e modi diversi. Non sta a me entrare nel merito di argomenti delicati come l'interruzione di gravidanza o l'aborto... ma posso dire che ascoltando l'esperienza di Luce e Pietro ho solo potuto provare ad immaginare quante sofferenze abbiano provato e quanto debba essere difficile trovarsi nella loro situazione: sia che si agisca in un modo, sia che si prenda una decisione o l'altra, sul cammino si incontrerà senz'altro dolore. Si vivrà nel buio, magari nella vergogna o nel rimorso, nell'attesa che finalmente il cuore torni a battere ancora e a vivere. A volte possono essere d'aiuto i parenti, gli amici, le lettrici della rubrica che Luce tiene su una famosa rivista, quelle stesse donne che condividono le loro esperienze su un forum femminile... ma la rinascita può venire solo dalla coppia, come insegnano Luce e Pietro.
Nessuno sa di noi: il titolo è evocativo e fa pensare che si riferisca a quei figli che non hanno mai aperto gli occhi al mondo, alla vita, ma credo invece possa benissimo adattarsi a quei genitori che soffrono, per qualsiasi scelta difficile debbano compiere o abbiano già compiuto. Nessuno potrà veramente capire a fondo il loro dolore.
Un messaggio di rispetto ci viene insegnato da Luce e spero che ogni donna custodisca per sempre nel suo cuore.
Non nascondo che non sia una lettura da prender a cuor leggero... e che a me è capitato qualche volta di sentire un forte bruciore agli occhi perché gonfi di lacrime... ma la vita è anche questo, per cui, se qualcuno fosse alla ricerca di un libro che può insegnare molto e faccia riflettere, oltre che a lasciare un segno indelebile nel cuore, questo è quello giusto.
Avrebbe anche potuto essere un libro interessante, data l’importanza e la gravità del tema (l’aborto terapeutico a fronte di gravi anomalie). E l’inizio, infatti, non è niente male. Ha ritmo e credibilità. Ma poi, purtroppo, la seconda parte scade nel dozzinale, finendo per deludere. O, almeno, così è stato per me.
Ugualmente ai contenuti degli altri libri dell’autrice questa narrativa l’ho trovata ben curata. La tematica stessa, prima della sua pubblicazione, probabilmente fu alquanto analizzata: esprimo tale concetto, non per aggregarmi alla massa di lettori che avranno sommerso di complimenti l’emergente scrittrice Simona Sparaco; se non in modo abbondante, manifestare un’ammirazione su cose o persone è sempre piacevole, sia per un uomo che per una donna, come anche per non cedere a un’apparente conflitto interiore che in primo luogo toccherebbe con una delusione le aspettative di chi scrive, sino a coloro che sono andati a comprare il libro in questione. L’opinione di una tematica ben curata, quindi analizzata con molta diligenza, lo è perché la stesura non l’ho trovata affatto scorrevole da leggere. Forse mi diede più a meditare, specie la prima parte del libro. Nonostante che l’argomento tendenzialmente al femminile è interessante: detto ciò, stando a una rappresentazione propria, non è detto che un indumento dal color rosa possa essere solo per donne; diversamente, indossare sul proprio corpo abiti con una tinta viola non significa che è mancato qualche familiare. [...] Durante prime decine di pagine, in un primo approccio, assimilai un senso di colpa: non riuscì a farmene una ragione. Però, sapevo che sarei dovuto andare oltre, dovevo finir di leggerlo. In me prevalse un sentimento di negligenza, che non avrei potuto attribuire nemmeno a una donna che nella propria vita sentì la necessità di diventare madre: dopo quelle che sono state, e che saranno le scoperte scientifiche, penso che essere genitori sia la cosa più naturale al Mondo. Un bisogno che se c’è, ed è vivo nei pensieri della quotidianità delle persone, avrebbe il diritto che sia esteriorizzato, specie in un sistema complessato come il nostro. Probabilmente per vivere un poco meglio. O chi sa, magari un po’ più in armonia con la società cittadina. Non solo, perché diventare mamma e papà dovrebbe essere anche una maniera come un’altra per stare concordi con la propria coscienza. Luce, la protagonista principale del romanzo, sente il bisogno di maternità. E come ogni futura mamma, è giusto che sarebbe andata a fondo con le proprie ragioni. Superato il senso di colpa percepì l’affetto familiare. Facilmente, un affetto che in apparenza varcò l’immagine materna di Luce, per cercare poi l’affezione della nonna: in questa altra occasione, non ho capito se Luce era proiettata su quella che sarebbe stata la saggezza delle persone più adulte; se non a scopo di lucro, i consigli delle persone anziane potrebbero essere ricchi d’esperienza. In quel contesto, immaginai che la protagonista fosse una pedina. Tuttavia, non si sarebbe potuto parlare neanche del gioco di dama: le pedine sono tutte uguali e in base alla loro posizione possono variare il ruolo, per cui muoversi. Quindi Luce, che di suo aveva vissuto già un terzo di vita, cercava la propria serenità figurativa. Quello che sarebbe stato poi il suo futuro! Come non farlo, se non con un riferimento affettivo di ugual valore, nonno o nonna che possa essere. Ho capito l‘incastro, penso. Ma fu una cosa vaga, una sensazione astratta che passo rapida per la mente, perché quando dalla testa allontanai l’esempio delle pedine del gioco dama e m’invogliai col leggere altre pagine sono caduto nel vuoto più totale; ero lucidissimo mentalmente, nonostante che la testa vagava nel nulla e i miei occhi continuavo a leggere, tipo per abitudine. Quindi feci cosciente me stesso che non stavo affatto vivendo uno stordimento, o un flashback. Anche perché non essendo stato mai un fumatore l’ultimo spinello di erba fu fumato nel 2001: in quel periodo, la marijuana era allucinogena, e non ebbi il controllo della situazione per diverse ore. Promisi che non mi sarei più stordito. Ma ho peccato, non fui fedele a quanto pensato, scusando quella seconda violazione morale col banale fatto che l’erba era psichedelica. E, in quella situazione di euforia, non potevo essere affatto il giudice delle mie azioni future. A quel punto, avevo poche opzioni, in verità non più di due: o iniziare a leggere qualcosa di diverso, che sarebbe bastato anche un altro libro di Simona Sparaco, in maniera di distrarre le attenzioni nei confronti di Luce. Oppure, scrivere alcunché. Ma in quegli istanti chissà cosa avrei voluto esprimere, magari una futile e relativa recensione, giusto per aggregarmi alla cerchia di persone che infastidiscono con complimenti gli autori. Non ci volle molto tempo, ho optato per la seconda opzione. La scrittrice suggestiona, immagino. Ma, quando iniziai a scrivere capisco che avevo a che fare con una voragine interiore: non da parte mia, poiché se dipendeva da me era per deficienza, ed era una cosa normale. Questa mancanza proveniva da parte di Luce, o a volte dell’autore stesso. Che in ogni modo, si comprende da sé che questo ipotetico vuoto fu colmato dagli studi. E il libro Nessuno sa di noi è qualcosa di coltivato. Tipo un frutto. Però non sapevo da dove cominciare. Della protagonista, inizialmente, trapela che è una cristiana fedele, magari praticante. Mentre io sono un fottuto ateo. Così ho preferito continuare a leggere nuovamente contro ogni intenzione. Ed ho riscontrato che il figlio della protagonista avrebbe potuto avere anomalie fisiche: fra le pagine del libro, l’autrice incarna l’esigenza di maternità di una donna. Eventualmente, Luce non dà importanza alle complicanze dei nove mesi di gravidanza, poiché quello che maggiormente vuole è che la propria creatura stia bene. Al proprio figlio desidera dare la serenità e una famiglia. Quindi non farlo sentire diverso da tutti gli altri bambini. Però i sogni e le aspettative della futura mamma s’infrangeranno, purtroppo: ormai pronta a interrompere la gravidanza, in quella circostanza, Luce avrebbe desiderato veramente avere la mamma al proprio fianco, percepì persino la presenza materna. Ma fu solo il miraggio reso da uno strazio mentale. Ormai era assecondata dalla decisione di abortire, tutto il resto intorno a lei faceva da contorno. […] Da quel momento in poi fu quella la realtà: un desiderio che si mutò in un sogno infranto, lasciando a ogni donna una cicatrice indelebile.
Questo romanzo affronta un argomento delicatissimo: quello dell’aborto “terapeutico” e dei connessi conflitti personali, morali e psicologici.E' un romanzo che fa molto riflettere, ma fa anche male perchè la vicenda ti pone inevitabilmente ad immedesimarti nei personaggi, a porti delle domande che non sempre trovano risposte.Ben costruito, racconta brevemente le problematiche affrontate dalla coppia per tentare di avere un figlio, la gravidanza e il fatto che sconvolge la vita della coppia all'improvviso, portandosi via speranze futuro e quell'equilibrio che pareva l'unico dato certo nella loro vita.Come in altre opere, mi viene in mente "La stanza del figlio",si racconta l'elaborazione del lutto da parte dei due genitori;qui però la morte è accompagnata dal senso di colpa, che viene vissuto e metabolizzato-o no- dai due protagonisti e finisce per minare il loro rapporto.Luce, la protagonista, si sente sola e abbandonata, incompresa e il marito tenta in tutti i modi di cercare di bucare quella bolla che lei si è costruita attorno, per restare sola con il suo dolore, un dolore che sente necessario per "lavare la sua colpa".Molto efficace la descrizione del lungo viaggio verso l'autodistruzione e l'estraneità nei confronti del mondo esterno di Luce supportata- e resa molto credibile- da un'introspezione del personaggio sempre lucida e coerente.Nessun guidizio a mio avviso traspare fra le righe del libro, anzi i punti di vista dei due protagonisti sono entrambi credibili e condivisibili. Viene da pensare che nessuno possa giudicare una persona in un dato frangente della vita, senza essere passato attraverso la stessa esperienza, ma nemmeno, secondo me, si possa conoscere fino in fondo se stessi, se non quando ci si trova a dover prendere decisioni estreme.
Mi ha provocato sentimenti contrastanti, ma questo è un difetto mio, non del libro, che invece è scritto bene, e accidenti se fa riflettere. Una lettura che pur nella sua scorrevolezza tratta temi tutt'altro che leggeri. E' la storia di una gravidanza fortemente desiderata, e che incontrerà altrettanto forti difficoltà. Qualcuno nei commenti ha scritto che racconta di un dolore, ma io direi che si spiega meglio dicendo che tratta del tema della scelta: come si prende una decisione quando si sa che, indipendentemente da essa, il dolore da sopportare sarà in ogni caso enorme? Si procede con il paraocchi o ci si lascia consigliare da chi ci sta vicino? Oppure dalla fede nella religione? E in questi casi, poi, si è veramente compiuta una scelta o si è lasciato che qualcun altro scegliesse al posto nostro? Il tema della scelta si sviluppa in rapporto con i temi della nascita, dell'esser donna, del rapporto madre-figlio, figlia-madre, delle cure prenatali, aborti terapeutici inclusi, delle cure a fine vita, la presenza di un dio al cospetto di tutto questo, e di una scienza che si evolve ma che in generale non risolve i problemi dell'essere umano perché aumenta le possibilità, le scelte da prendere e dunque in ultima istanza può aiutare a diminuire il dolore fisico ma non può evitare che da certe catastrofi se ne esca comunque distrutti psicologicamente. Tutto questo raccontato con il giusto livello di drammaticità, senza eccesso di enfasi ma in modo non superficiale, con un certo bagaglio di conoscenze e con tutti quei piccoli dettagli che, non so quanto abbiano di autobiografico, ma spiegano comunque bene le situazioni di incomunicabilità, le incomprensioni e le difficoltà dei protagonisti. "Nella storia dell'evoluzione, a un certo punto, abbiamo barattato il nostro istinto primordiale per una testa pensante. Senza però mettere in conto cosa avrebbe potuto pretendere. O che cosa avrebbe sofferto nella mancanza di risposte."
Non sarei in grado di dare un voto a questo romanzo, ma quel che è sicuro è che mi ha catturato. Non sarà il capolavoo dell'anno ma è umano, triste e reale. Non ho mai vissuto l'esperienza della protagonista e spero di non viverla mai, ma mi metto nei panni di quelle donne che ci sono passate e mi rendo conto che per alcune è confortante leggere un libro così. Un libro che tratta dell'aborto terapeutico, dell'inadeguatezza delle leggi italiane, della mancata assistenza a queste donne costrette a vivere una situazione orribile che dura un attimo ma che lascia strascichi per tutta la vita. Nel libro sono presenti stralci di un forum tutto al femminile in cui donne che hanno vissuto un'esperienza simile si confrontano, si consolano, cercano di sentirsi più vicine di fronte a quelle tragedie che le accomunano. Inoltre è scritto bene e questo non guasta. Insomma, può piacere o meno, ma è un tema che dobbiamo affrontare anche nella narrativa contemporanea italiana. Io non sono riuscita a staccarmene fino a che non sono arrivata all'ultima pagina.
Libro di rara bruttezza e superficialità. I personaggi, posti di fronte a uno dei drammi più laceranti dell'esistenza (un aborto terapeutico al settimo mese di gravidanza) decidono in quattro-righe-quattro. Mancano di spessore e caratterizzazione. La lingua è spesso involuta, smarrita nella ricerca delle tonalità di colore (la canna di fucile della cucina, l'antracite del divano, gli scacchi verdi del pullover e potrei andare avanti) ma ripetitiva e stancante. Con lo Strega, ho chiuso.
Tema delicato, ma trattato con estrema delicatezza. Ottimo lo stile dell'autrice, equilibrata la struttura narrativa, essenziale la componente descrittiva. Consigliato a chi si sente incline alla riflessione e desidera un libro impegnativo dal punto di vista contenutistico.
Un libro doloroso ma necessario. La strada per la maternità vista da un punto di vista diverso: una maternità tanto desiderata che purtroppo si scontra con la malattia.
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Displasia scheletrica. Ecco cosa si sentono dire Luce e Pietro, dalla ginecologa dopo il risultato dell’ultima ecografia. Il loro bambino è affetto da una grave malattia genetica che molto probabilmente, statistiche e percentuali alla mano, non gli permetterà di sopravvivere alla nascita.
Luce, la protagonista narrante di Nessuno sa di noi di Simona Sparaco è una donna come tante altre al mondo. Una donna che sta per diventare madre. Una donna che di punto in bianco vede crollare intorno a sé il suo mondo a causa di questa terribile verità.
Questa è una storia drammatica che molto spesso purtroppo vediamo avverarsi nella realtà. Una tragedia di probabilità esistenziale che potrebbe colpire chiunque. Quando poi a pagarne le spese sono bambini non ancora nati è ancora più orribile averne solo il minimo pensiero.
I futuri genitori rimangono sgomenti di fronte alla verità agghiacciante di una malattia genetica, della quale molto spesso non si è mai sentito parlare o non si riesce neanche a pronunciarne il termine esatto. Si resta basiti, cercando dentro sé stessi la forza di volontà e il coraggio interiore nell’accettare tale situazione ed andare conseguentemente avanti.
È successo che eravamo felici. Sembravamo volare sopra le nostre vite, così meravigliosamente incoscienti. Poi, in un istante qualunque, siamo precipitati. E adesso siamo qui, senza sapere se resteremo paralizzati a vita, su una sedia a rotelle, o se incerti e zoppicanti, prima o poi, ci rimetteremo in piedi e ricominceremo a camminare.
I sentimenti che scaturiscono dalla lettura di questo libro sono davvero tanti e contrastanti. L’intensità emozionale che solo una madre nel sentire il suo bambino muoversi dentro di sé per la prima volta è qualcosa di indescrivibile quando la si prova. La forza della disperazione. La preghiera di una futura madre che cerca di far sentire alta la sua voce. L’autrice attraverso le sue parole ha cercato di dare visione a tali emozioni.
Ho lasciato scorrere le dita sul cotone della camicia da notte e mi sono accarezzata la pancia... sapevo anche che non avremmo mai potuto essere più vicini di come lo eravamo in quel momento. E allora gliel’ho detto, sottovoce: “Anche io ci sono. Sono tua madre. Sono qui. Sono il mondo intorno a te.”
In ogni singola pagina di questo testo, ci sono frasi che lasciano tracce concise e indelebili come segni di scottanti bruciature. Rammarico, tristezza, ansia. Consapevolezza di un potere decisionale su di una vita. Farla vivere o morire. La coscienza di una donna, di una futura madre, è davvero così forte? Pronta ad affrontare le conseguenze di una decisione così importante, che segnerà per sempre la sua vita?
Molto spesso nella maggior parte dei casi di quando si aspetta un figlio, si dice che si è in due persone ad aspettarne la nascita. La madre e il padre. Ma sempre e comunque in ognuno di queste circostanze, positiva o negativa, è la madre in primis a provare ogni cosa, sensazioni e dolori. È lei a dover scegliere cosa è giusto o sbagliato per il figlio che porta in grembo.
“Luce, ti prego, ascoltami. Siamo in due, ricordi?” Ha il potere di farmi piangere di nuovo. Lui non può sentirlo, Lorenzo che scalcia. Posare una mano o un orecchio sopra l’ombelico una volta ogni tanto non è come averlo dentro ogni secondo. Non può capirmi. E non è vero che siamo in due, sono completamente sola.
Attraverso le parole di Luce, conosceremo quelli che sono i pensieri e le decisioni della sua mente, riportandoci ogni tanto indietro nel tempo, in altri momenti di vita vissuta del suo passato. Tanti flashback che le hanno segnato il cammino fino a riportarla nel presente quotidiano. Un presente totalmente differente da quello che lei aveva immaginato e sperato insieme a Pietro, il suo compagno di vita. Un presente che quasi irrimediabilmente farà cadere ogni sua certezza, prima di tutto su sé stessa, poi sul rapporto verso gli altri e pericolosamente verso il suo amato.
Molto probabilmente questo libro potrebbe non attirare le simpatie di lettori obiettori di coscienza contro l’aborto. Io ancora adesso non so bene come schierarmi. So che esistono casi e casi. Uno è diverso dall’altro. Situazioni simili ma complesse e differenti. Posso dire di approvare l’aborto nei casi accertati al 100% in cui è assolutamente necessario. Aborro e condanno senza un minimo di esitazione quelle donne (le quali non sono neanche degne di essere chiamate con questo appellativo) che compiono l’infame gesto di “gettare” il figlio appena nato magari nel cesso di un bagno pubblico o in un cassonetto della spazzatura. Episodi come questo ne sentiamo nei TG quasi ogni giorno purtroppo.
Al giorno d’oggi non è raro sentire casi di nascite e di diversità congenite. Media, informazione, progresso medico scientifico. La nostra società è abituata a tutto questo. Ma sinceramente parlando, quanti di noi possono dire di non aver tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere, magari in situazioni analoghe a quella di questo libro, di essere scampati all’eventualità di fare parte di una cruda realtà come questa? Io tristemente lo ammetto e non me ne vergogno essendo umana.
Dettagliato e preciso in una forma quasi maniacale, senza lasciare spazio a minimi mezzi termini. Una trama triste e drammatica. Dove la coscienza, la moralità e l’egoismo si contendono il passo per mettersi in primo piano. Una gravosa decisione. Il tormento dell’anima dopo tale attuazione. La caduta nell’angoscia e nel rimorso. E poi infine, uno spiraglio di luce... la forza e un ritrovato coraggio nel ritornare a provare a vivere. Credere. Rinascere.
Non so come è successo, ma a un certo punto dove prima c’era solo il buio che aveva lasciato Lorenzo, a poco a poco è rispuntata la luce. Si sono riaccesi i colori, sono tornata a essere una casa viva. Una casa abitata. Pietro è stato il primo a entrare, in questa casa rinata. Adesso, un po’ alla volta, farò posto al resto del mondo.
Tutto questo è ciò che questo meraviglioso libro è riuscito a trasmettermi. Se andate alla ricerca di un libro serio, impegnativo, duro e crudo, questo libro saprà soddisfarvi. Buona lettura a tutti!
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Un pugno nello stomaco, la cronaca di un dolore che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico, e che mi auguro di non dover mai provare... un libro che mi ha fatto male, e che non dimenticherò mai. Meraviglioso!
Questa lettura tratta un tema molto delicato: quello dell'aborto terapeutico. L'esperienza scioccante dello scoprire al settimo mese di gravidanza che il proprio figlio ha una malattia che lo condurrà alla morte o a sofferenze atroci è raccontata direttamente dalla protagonista, Luce. Cosa fare? Donare la vita o donare la morte? I dilemmi sono tanti e tanti è il dolore che pare non trovare pace e allontana da tutto e tutti. Lo stile della Sparaco è molto semplice, ma arriva. Il libro si dilunga forse un po' troppo nella seconda parte, ma trovo che l'autrice abbia il pregio di aver affrontato un tema così scottante senza giudizi e con una delicatezza estrema. Ho amato moltissimo Pietro per la sua presenza mai invadente e sempre molto tenera e comprensiva, mentre mi è risultata odiosa la mamma di Luce per il suo egoismo.
Questo libro è veramente scritto bene , mi è piaciuto molto. L'argomento principale è l'aborto terapeutico, ossia abortire volutamente prima del termine della gravidanza, oltre le settimane stabilite ,che di solito si attua nelle prime settimane. Insomma l'aborto terapeutico e' un parto terapeutico, e per chi non lo conoscesse, è una vera e propria induzione "obbligata", che può essere effettuato in Italia fino al sesto mese di gravidanza (invece in altri Paesi europei anche oltre) a causa di una grave malattia o malformazione che viene riscontrata nel feto attraverso ecografie o analisi particolari. Premetto, io sono contro ogni forma o tipo di aborto e quindi parlo solo ed esclusivamente per me e non giudico le scelte altrui, dato anche un ateo ha la coscienza,la conoscienza e l'umanita' per capire che tutto cio' non si puo' fare a cuor leggero (il libro affronta proprio il dolore ed il rimorso della protagonista). Penso di poter parlare in quanto ho vissuto ,come spettatrice,esperienze di persone a me vicine che hanno fatto scelte , dove molti avrebbero preso strade ben diverse. A 18 anni scoprii di aspettare un bambino...ero euforica, stralunata, sconvolta, spaventata, felice! Tante sensazioni insieme. Andai a fare le analisi del sangue e pregai Dio. Pregai Dio di fare in modo che questo bambino ci fosse stato davvero. Scoprii di aver paura di non averlo!! Non ho mai avuto dubbi, comunque, neanche un solo instante, comunque fosse stato, sano o malato, lui sarebbe stato la MIA VITA! Non ho pensato neanche per un istante che la mia vita sarebbe cambiata o che avrei dovuto rinunciare a qualcosa, ho pensato che ci avrei guadagnato sorrisi, manine, profumo di bimbo...in ogni caso! Oggi mio figlio ha 12 anni ed è il mio orgoglio, la mia roccia...il mio unico desiderio è sempre stato di avere lui. E voi direte: "Ma era sano, e tu che ne sai che vuol dire avere un figlio malato?". Una donna 40 anni fa ebbe un figlio perfetto, bellissimo e dopo tre mesi, quando tutto sembrava perfetto, come una spada le arrivò una notizia che nessuna mamma vorrebbe sentire. Il suo bambino era malato di anemia mediterranea, una malattia genetica, con trasfusioni di sangue ogni 10 giorni, crescita scheletrica rallentata, organi compromessi e quant'altro, e la notizia piu' devastante era che il bambino non sarebbe sopravvissuto a lungo,la sua vita sarebbe stata breve. Per 9 anni non ebbe altri figli. Poi rimase di nuovo incinta. E di lì nacque la paura, la felicità, l'incertezza...si sottopose ad un esame molto delicato che 30 anni fa era una novità, che consisteva nel prelevare il sangue del feto e di esaminarlo per sapere se anche quel bambino sarebbe stato malato.In due portatori sani di questa malattia genetica,la probabilita' che il bambino sarebbe nato malato era molto alta. La donna ha dovuto aspettare molti giorni per il risultato.In questo tempo i dubbi e le paure la assalivano.Un giorno una ragazzina che aveva la stessa malattia di suo figlio le si avvicino' e le disse:"Signora,non butti via quel bambino che ha dentro di se,perche' la vita e' bella,e' bello vivere anche per noi che siamo malati..ed io voglio vivere finche' potro'" E un giorno, parlando con il marito, aprendosi l'uno all'altra, scoprirono che entrambi avrebbero voluto tenere questo bambino qualunque sia stato il risultato. Il risultato fu che la bimba era sana,era una bambina glielo avevano detto durante tutti gli esami,ma ormai non c'era piu' paura di perderla questa bimba,perche' sarebbe nata comunque...questi genitori avrebbero dato la possibilita' anche a lei,come per suo fratelllo di vedere la vita...di sorridere...e di essere dono per tanti..come lo era il loro figlio...di portare la sua voce nel mondo. Quella donna era mia madre ed io quella bambina. E potevo non essere qui a raccontarvi la nostra storia. Mio fratello ha vissuto nella malattia per 17 anni, ma non ha mai detto che non avrebbe preferito nascere. La vita è bella anche con la malattia, questo diceva! La malattia non era piu' forte della sua voglia di vivere ed in Dio ha trovato sempre gioia. Se non fosse nato non avrebbe potuto vivere la vita che era cosi' tanto importante per lui da fargli superare , i dolori , le difficoltà e l'ignoranza della gente. Lui ha sempre sorriso! Quindi posso comprendere e capire queste donne che hanno dovuto o stanno affrontando situazioni del genere, ma prima di fare qualcosa cosa riflettete bene, perchè la vita è sempre degna di essere vissuta!Noi mamme abbiamo una grande possibilita',dare la vita,non toglierla...dobbiamo aiutare i nostri figli a vivere...ed anche se fosse per un solo giorno dobbiamo far fare loro l'esperienza di vedere quanto sono belli i colori del mondo...dobbiamo dare a noi ed agli altri la possibilita'di vedere il loro sorriso,perche' chi mettiamo al mondo non e' solo un dono per noi,ma per il mondo intero e se anche la loro vita fosse breve,sono delle stelle che ,come mio fratello ,brillano ancora nei cuori di chi li ha conosciuti,la loro vita continua nel sorriso che ancora ci mandano riconoscenti di avergli dato la possibilita' di aver vissuto.. Una mamma
Letto in un periodo particolare della mia vita, mi ha letteralmente devastato emotivamente. Non so se rileggendolo ora proverei le stesse emozioni e se mi coinvolgerebbe ancora, ma allora mi toccò profondamente.
Nessuno sa di noi ci racconta dei vari tentativi di Luce di mettere al mondo una creatura, tra controlli della fertilità e sesso scandito dai test di ovulazione. A starle dietro c’è Pietro, un uomo buono che la ama così tanto da non essere turbato dal fatto che, dopo una relazione di tanti anni, Luce non sia pronta al matrimonio. Quando finalmente la ragazza scopre di essere incinta, la loro vita cambia colori, per ricadere nuovamente nel grigio quando più pareri medici confermano una displasia scheletrica e ipoplasia toracica del bambino che potrebbe non sopravvivere alla nascita o presentare incurabili e imprevedibili danni di natura cerebrale e motoria. Non c’è nulla che si possa fare se non optare per un aborto terapeutico, non più possibile in Italia poiché Luce è ormai al settimo mese di gestazione. La coppia dunque parte per Londra, dove la gravidanza viene interrotta. Luce vivrà con il peso di aver deciso la morte del suo bambino, rendendosi conto che troppo spesso ha letto con troppo distacco le lettere inviatele dalle sue lettrici, sentendo i loro problemi lontani da lei e rapportandovisi spesso con estrema indifferenza. Questo romanzo parla del dramma umano dell’aborto terapeutico, ossia del dovere interrompere una gravidanza allo stadio avanzato per gravi malformazioni del feto, cosa che per la legge italiana non è possibile oltre la dodicesima settimana di gestazione. Un libro di denuncia? Un romanzo altamente medico? Un romanzo sentimentale? Affatto. Nessuno sa di noi è una storia difficilmente classificabile e – suo malgrado – credo che questa sia la più grande pecca, ma non l’unica, facilmente individuabile. Sostanzialmente, in esso si vuole fare del dolore un motivo trascinante che riesca a travolgere e sconvolgere il lettore tanto da assuefarlo. Purtroppo, il gioco di colpire nell’emotività di chi lo legge non riesce ad essere efficacie. Siamo così assuefatti dal dolore che non riusciamo più a stupircene? Forse è vero, ma mi verrebbe anche ad aggiungere che, se volessimo davvero leggere del dolore, potremmo affidarci ad un saggio di Susan Sontag piuttosto che ad un romanzo che un romanzo non è. Forse sarebbe meglio definirlo un racconto allungato, viste le oltre duecento pagine, ma anche lì saremmo fuori strada: è una storia raccontata in persona e in forma diaristica, nulla più, una sorta di teorizzazione ridondante del dolore che, di questo, vorrebbe mostrarci in maniera pedante e ostentata tutte le sfaccettatura. I periodi sono spesso lunghi e ripetitivi, non dicono nulla più della frase precedente e tendono ad “arzigogolarsi” in prossimità del punto. I protagonisti, poi, sono inconsistenti: Luce sembra non avere una personalità, vive in funzione del suo ciclo mestruale, ha un rapporto conflittuale con la madre, ma per il resto non è minimamente caratterizzata. Stessa cosa per Pietro, che appare come una nebulosa, di cui si dice solo che è credente e benestante, vorrebbe sposare Luce, continua a mettere il maglione portafortuna ed è utile in una clinica dove tutti parlano inglese. Mi sarei aspettata, in un romanzo di questo tipo, un maggiore interesse per la psicologia dei personaggi, eclissata in favore di un ben più funzionale accento su quello che stava accadendo loro in termini fisici – non saprei spiegarlo altrimenti. Inoltre in alcune parti ho avuto come un déjà-vu: nei momenti in cui la protagonista si rivolgeva a Dio, mi ricordava incredibilmente Elizabeth di Mangia, prega, ama e la sua disperazione. In comune tra i due romanzi c’è il tema del viaggio (fisico e metaforico) per ritrovare se stessi, cosa che rende ancor più pieno di cliché la storia della Sparaco. La seconda parte del romanzo è dedicata al dolore della perdita, divenendo ancor più lento, se possibile, perché sostanzialmente privo di azione. I periodi si fanno più lunghi, snervanti e divaganti. Paradossalmente, laddove ci si ricorda che nel romanzo ha spazio anche la poesia, non si riesce a fare altro che limitare l’immaginazione del lettore con una serie di ripetizioni:
«Quando Pietro mi guarda è questo che vede: una casa abbandonata. Un luogo disabitato. (..) Quello è il mio corpo, penso davanti allo specchio. È stato aperto e poi richiuso. Bombardato di ormoni, allargato di medicinali, puntellato dalla ritenzione idrica. Ora si è gonfiato come l’intonaco di una parete quando si rompe un tubo e c’è una perdita. (…) Sono una stanza inespugnabile in una casa vuota. Una casa violata, saccheggiata. È inutile insistere, quella porta non si apre».
Non occorrono tante parole per spiegare il dolore: in questo caso l’eccedenza non fa altro che ingigantire la finzione letteraria e palesarla. Devo dirlo con vero rammarico: non è una stata una lettura piacevole, né edificante. La tematica avrebbe potuto essere scottante, ma il modo in cui viene affrontata la banalizza e lo rende nient’altro che un nuovo libro letto quest’anno.
Uno dei libri più strazianti che abbia mai letto. Parto dal presupposto che il tema trattato è davvero forte, crudo e spesso difficile da affrontare. Ma la Sparaco riesce a scriverne in maniera semplice e lineare, alternando frasi colme d’amore a frasi strazianti colme di dolore. Il romanzo è scritto in prima persona, è proprio la protagonista Luce a narrare gli eventi, i pensieri e le sensazioni. Luce è una ragazza come tante che sogna di diventare mamma al fianco dell’uomo che ama. Dopo vari tentativi riescono a concepire un figlio, Lorenzo. Sembra che la vita adesso le sorrida, ma è proprio nel momento in cui si sottopone all’ecografia che si scopre che Lorenzo è un bambino affetto da una gravissima malattia, incurabile. Ho difficoltà a esprimere tutta la rabbia che queste pagine trasmettono, è come se le sensazioni provate da Luce siano un po le nostre, come se sentissimo davvero quell’oscillare tra la rabbia e lo sconforto. L’autrice è bravissima in questo, davvero incredibile come possa farci sentire il suo dolore, e più volte mi sono trovata ad alzare lo sguardo dal libro e a pensare che in realtà non posso capire realmente come ci si possa sentire in quell’inferno divenuto realtà per la protagonista. Eppure in quel preciso istante in cui leggo e sono immersa totalmente nel racconto, sono sicura di capirla e di sentirne il dolore, di percepire le pugnalate che la vita le sta dando, ogni istante di sofferenza vissuta in questo libro strapperà a piccoli brandelli anche il vostro cuore. Ma nel libro non narra solo la sofferenza di Luce, ma parallelamente si intravede l’enorme dolore provato anche da Pietro, che sembra essere impotente a tutto questo, che cerca di trovare sempre il modo giusto per non far sprofondare la loro vita nell’oblio, tentativi uno dietro l’altro che sembrano sempre sgretolarsi come tra le sue mani. Sono poche le pagine di questo romanzo ma ogni pagina ha il suo perché, ogni pagina si legge velocemente e lascia al lettore un pensiero, una riflessione sulla vita e su tutto quello che può accadere. Cosa dire del Finale… azzeccato, non poteva essere diversamente, anche se devo dire non del tutto scontato, immaginavo qualcosa di diverso, quindi da il suo effetto. Nessuno sa di noi è uno di quei romanzi che non mi sento di consigliare a nessuno, non perché non sia bellissimo, lo è e per me anche di più, ma semplicemente perché infondo ti tocca talmente tanto nel profondo, che tu sia uomo o donna, a tal punto che penso sia lo stesso lettore a dover decidere di affrontare questa lettura. è una di quelle letture che ti insegnano a vivere e ti aprono occhi su argomenti che spesso sentiamo troppo lontani da noi. È una di quelle pagine che resta impressa nel cuore e te ne ricorderai sempre. 5 stelline niente di meno.
This is one of those books that every woman should read. The whole story revolves around the 35-year-old Luce and her partner Pietro - a contemporary drama with a pocketful of emotions and controversy.
Luce writes articles in an Italian magazine. She interacts with her readers, constantly giving answers to their questions and carefully listening to the confessions they send her anonymously. Luce's life will get a new dimension when she finally remains pregnant after several years of constant failure. Her happiness becomes limitless. She's carrying a boy named Lorenzo and as time goes by, she dreams of that one particular day when she'll finally meet him and feel his tiny hands.
By the third trimester of her pregnancy, her doctor notes that something is wrong with Lorenzo's growth and after a series of analyses, they determine that the child would surely have a serious diagnosis when born, so Luce is advised to consider whether she wants to continue her pregnancy or not. There is one more thing: in Italy, abortion is not allowed in such a late phase of the pregnancy, so the closest destination for such an activity is based in England. Luce and Pietro have to decide what they'll do...
Luce has the feeling that she is alone on her path and that no one can comfort her. She has no close friends, her relationship with her mother is terrible, and just before she sinks even deeper into her depression, she finds support on an online forum where several hundred women have already shared stories similar to hers.
Will she find comfort for her pain and will she find the strength to move forward along with Pietro?
A wonderful book that depicts a sad reality and a cruel struggle with yourself, including everyone around you. Full of bittersweet emotions, and I personally don't believe that anyone would be indifferent to, especially a woman who at some point may or have already walked in the same shoes as Luce.
It surely will remain in my memory forever. 5-stars!
Nessuno sa di noi è uno di quei libri che trattano temi delicati, situazioni dolorose che potrebbero vedere protagonisti ognuno di noi, ma su cui spesso non ci soffermiamo troppo a riflettere.
Questa è la storia di Luce e Pietro, una donna e un uomo innamorati che, dopo anni di tentativi, finalmente sono in attesa di Lorenzo, il loro primo e desiderato figlio. Al settimo mese di gravidanza, però, si scopre che il bambino è affetto da una forma di displasia scheletrica che potrebbe comportargli una vita estremamente difficile, sempre che, ipotesi non troppo probabile, riesca a sopravvivere dopo il parto. La gravidanza, da gioia tanto immensa, si tramuta così nel più terribile degli incubi per Luce e Pietro, messi di fronte alla necessità di decidere se portarla a termine e rischiare che il bambino non sopravviva o abbia una vita dolorosa o se non far mai vedere la luce a Lorenzo.
Il tema trattato è molto delicato, ma la Sparaco riesce a farci immedesimare perfettamente nel tormento e nel dolore di questi genitori. Vedendo i loro dubbi, la loro sofferenza ci chiediamo cosa faremmo noi al loro posto, se avremmo la forza di affrontare il dolore che ci aspetta, come reagiremmo se alla fine la nostra decisione fosse quella di interrompere la gravidanza. E' una storia che parla di dolore perchè, indipendentemente dalla scelta compiuta, esso è inevitabile; ma è anche una storia che parla della necessità di trovare la forza per andare avanti, parla di amore, comprensione e supporto da parte del compagno, parla della vita e dei suoi rischi. E' un romanzo che sa far riflettere e immedesimare, un romanzo che fa pensare con tristezza a tutti quei bambini mai nati e a quelli con cui la vita è stata meno generosa.
Nessuno parla di loro Sono sincera: ho spesso dei grossi pregiudizi sulla narrativa italiana, ma in questo caso devo ricredermi perché questo libro mi ha davvero emozionato. Nessuno sa di noi. Noi sono le donne incinte di bambini con problemi più o meno gravi e di cui si parla molto poco. Donne che si trovano di fronte al bivio: lo tengo o non lo tengo? Cos’è più egoistico? La vita è un dono che vince su tutto? La legge italiana consente l’aborto terapeutico entro la 22 settimana, cosa succede se si scopre una disabilità successivamente? Lo sapevate che l’amniocentesi può provocare un aborto nello 0.7% dei casi? Non voglio entrare nella questione morale, ognuno la può pensare come vuole a seconda della propria sensibilità. Quello che mi è piaciuto di questo libro è che ti costringe a farti un’idea, a porti degli interrogativi. E’ impossibile rimanere indifferenti dopo un pugno nello stomaco. Sarà che ho rivissuto certi momenti della mia vita, certe ansie che penso tutte le madri abbiano provato, ma io alcuni passaggi li ho letti con le lacrime agli occhi e in altri ero tesa, con i pugni chiusi, in attesa di capire come sarebbe andata a finire.
Una novela de tipo testimonial, cuyo tema es la disyuntiva que presenta en una pareja la posibilidad de abortar. Resulta interesante la perspectiva del proceso, que abarca campos éticos, morales, religiosos, médicos, sociales y familiares. Aunque algunas vueltas repetitivas las habría cambiado por otro nivel de profundidad, es recomendable su lectura; la ambientación y contexto creados, donde transcurre la historia, son tan actuales como realistas.
Un libro intenso, in grado di toccare le corde del cuore e dell'anima. Perfino le mie, quelle di una ragazza giovane che non ha figli e che al momento non ha neppure intenzione di averne. L'antefatto della vicenda è un'ecografia che mostra un bambino "troppo corto". La protagonista è una giovane mamma che ha la speranza nel nome: Luce. Il suo bambino, Lorenzo, quel bambino "troppo corto", lei l'ha disperatamente cercato e voluto, attraverso rapporti controllati, terapie, consulenze. Alla fine è arrivato lui, inaspettato, e su di lui sono riposte tutte le speranze di lei. Finalmente sarà una donna completa, una donna come tante altre, non dovrà più sentirsi inferiore a chi magari di figli ne ha già due e, sotto sotto, la guarda con pietà. L'handicap di Lorenzo crolla su di lei e sul suo compagno, Pietro, come una spada di Damocle: non si sa se il bambino sopravviverà al parto, e anche se ce la facesse andrebbe incontro a una vita di sofferenza. Il problema è che Luce è già al settimo mese di gravidanza, ben oltre il termine consentito per un'interruzione: secondo la legge italiana, non può abortire. Lei e Pietro devono prendere la decisione più difficile di tutta la loro vita: condannare Lorenzo a una vita di sofferenza oppure rivolgersi all'estero e non fargli vedere mai la luce. La decisione deve essere presa in fretta e, in qualunque caso, sarà tragica. Luce sceglie di non dare alla luce il bambino. E questa è la prima parte del romanzo, la storia dolorosa di una discesa all'inferno. Ma poi c'è la seconda parte, quella più toccante, più intensa, quella che ti scava dentro. C'è il momento dell'apatia, quel disperato chiedersi se le cose non sarebbero potute andare diversamente. C'è il dolore buio, sordo, quel senso di vuoto e di incompletezza, il fantasma di un bambino che non ti lascia, ciò che sarebbe-accaduto-se... e il dolore della madre, il dolore che lei sola può comprendere perché lei sola ha avuto il bambino nella pancia, rischia di mandare a rotoli tutto ciò che lei si è costruita: il lavoro, le amicizie, l'amore di Pietro. Proprio lui, come dice il nome, è la vera roccia: si sforza sin da subito di reagire, di confortare Luce, è il suo paracadute. E soffre in silenzio, piange da solo la morte di quel figlio che da solo ha avuto il coraggio di vedere, dopo l'induzione del parto. Luce, nella sfortuna, è stata fortunatissima ad averlo accanto. Inconsciamente, la consapevolezza della presenza del compagno è ciò che la spinge a crogiolarsi nel suo dolore, a non trovare né la forza né il desiderio di uscirne. Tuttavia, la redenzione arriva. Pian piano il dolore spinge per essere buttato fuori. Lei che s'era chiusa in casa, lei che piangeva, lei che non lavorava neppure più e che temeva il giudizio e gli occhi della gente, trova la forza di rivelare al mondo la sua perdita, davanti a perfetti estranei. Riesce finalmente a liberarsi, in un attimo splendido di catarsi che segna la sua rinascita. Il suo è un mettere al mondo se stessa, un divenire genitrice di se stessa e non più soltanto figlia tradita da una madre troppo fredda. S'accorge dei sentimenti di Pietro, riescono di nuovo ad abbattere il muro, a comunicare. Riscopre di avere una madre, cresce fino al punto di mettersi nei suoi panni, di capire che anche sua madre le ha voluto bene, a modo suo. Una madre imperfetta, sì, ma un essere umano. Luce comprende che gli esseri umani sono imperfetti, cercano di stare a galla sulle proprie ombre, di tendere le mani per afferrarne altre, e sollevarsi. Il dolore che ha provato le è servito, poiché è la sofferenza che serve, non la felicità. Tramite il dolore si cresce, e il sacrificio di Lorenzo è servito a lei per partorire la "nuova Luce". Questo romanzo è una storia di madri, coraggiose e imperfette, ognuna con le proprie decisioni da prendere, il proprio modo di vedere l'esistenza. Spesso sono madri senza volto, come le sconosciute che Luce conosce tramite lettere e forum, unite da un dolore simile e dalla stessa solidarietà. Oppure madri troppo fredde, come quella di Luce, incapaci di esprimere il proprio affetto e perse dietro un amore perduto. Madri che aspettano, come nonna Iolanda, nella vita come nella malattia e nella vecchiaia. Aspettano di tornare al grembo, in quel luogo dove tutto inizia. E poi madri come quella di Pietro, attente alle apparenze, forse troppo gelose e possessive, ma che sanno all'improvviso regalare gesti di inaspettata gentilezza. E' una storia di madri che cercano di fare del loro meglio, magari sbagliando, che fanno di tutto per non rimpiangere le proprie scelte. Una storia di rinascita, di grande sensibilità e bellezza, profondamente intima e sinceramente vera. E lo dice una ragazza di venticinque anni che non vuole avere bambini ma che, leggendo, ha sentito per un attimo nel grembo lo stesso graffiante vuoto che sentiva Luce. Questa è la grandezza delle parole. Un libro coraggioso, che tocca un tema etico particolarmente vivo e importante. Un libro di cui c'era davvero bisogno.
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“Nessuno sa di noi” è un romanzo difficile, da leggere e da recensire. Nonostante non abbia ancora potuto provare cosa voglia dire essere madre o essere in attesa di un figlio, la Sparaco è riuscita a instillare dentro di me una miriade di sensazioni, prima tra tutte il dolore. Un dolore lacerante, annientatore, di quelli che ti tolgono il respiro e fanno del tuo cuore una lancinante poltiglia di sofferenza.
Si parla di genitorialità, più nello specifico di maternità perché a raccontare l’intera storia è Luce. Il romanzo diventa una sequela di pensieri, una sorta di diario intimo in cui la protagonista si mette a nudo, con le sue paure prima e la sua sofferenza poi. La Sparaco affronta una tematica ostica e scomoda per il nostro paese, quella dell’aborto terapeutico, e lo fa con coraggio raccontandoci la storia di una coppia, due persone qualunque, che potremmo essere noi stessi, i nostri amici, i nostri vicini, insomma gente che non è così impossibile incontrare e che a volte è proprio ad un passo da noi.
Luce e Pietro, il suo compagno, dopo anni di lotte, di test di ovulazione e sesso comandato, sono riusciti a concepire il piccolo Lorenzo. Proprio quando i due erano in procinto di arrendersi, un barlume di speranza ha ripreso ad illuminare il grigiore delle loro vite. Un piccolo cuore pulsante che, di settimana in settimana ha assunto sempre più le caratteristiche di un piccolo essere umano. L’attesa di Lorenzo è gioia infinita, è sinonimo di completezza, di preparativi che si concretizzano nella piccola stanzetta da decorare e arredare, di speranza. Durante un’ecografia, quando ormai Luce è al settimo mese, si scopre che Lorenzo ha qualcosa che non va. Ha una grave malattia con cui diventa necessario e obbligatorio fare i conti ed è proprio da questo punto che prende il via l’intera narrazione.
“Nessuno sa di noi” è un romanzo che coinvolge il lettore emotivamente. È una storia che parla di scelte e, come recita lo stesso titolo, della solitudine che coppie come Luce e Pietro devono affrontare per prenderle. Una solitudine e un dolore che in modi diversi coinvolgono sia l’uno che l’altra portandoli quasi ad allontanarsi definitivamente. Luce vive le sue paure e i suoi dubbi chiusa ermeticamente in una bolla, completamente annullata, senza alcun contatto con l’esterno, sentendosi colpevole come se fosse stata lei, una sua mancanza o un comportamento sbagliato a causare la malattia del suo bambino.
È un romanzo estremamente vero, reale, non racconta qualcosa di impossibile, ma soprattutto si sofferma su tutti quei cambiamenti che, a seguito di scelte dolorose, vanno ad incidere su diversi aspetti della quotidianità delle persone che le vivono e nello specifico sul rapporto di coppia. Luce e Pietro arrivano ad odiarsi, a respingersi, a non comprendersi più. Troppo chiusa in sé stessa lei a detta di lui, troppo voglioso di tornare a vivere lui a detta di lei, ma in realtà alla fine si comprenderà che entrambi sono attanagliati dallo stesso dolore, quello della perdita. Eppure in tutto questo un piccolo barlume di speranza inizia a riaffiorare nel momento esatto in cui entrambi riusciranno ad accettare la decisione presa. Dopo il buio, ecco riaffiorare la luce.
La scrittura della Sparaco è una lama affilata, schietta, di una precisione chirurgica e proprio per questo capace di raccontare la sofferenza facendola avvertire in ogni sua sfumatura di dolore. L’autrice entra nel vissuto dei protagonisti, li spoglia di ogni corazza, espone le loro debolezze e fragilità, le loro paure più recondite.
“Nessuno sa di noi” è un romanzo intenso, trascinante. Un romanzo coraggioso. Un romanzo permeato di dolore ma anche di tanta luce, quella che permette di far rifiorire la voglia di tornare a vivere. Una lettura che mi ha sconvolta e coinvolta in maniera viscerale e che, irrimediabilmente, mi ha portata a riflettere, e credo che questo fosse il fine ultimo dell’autrice. Spingere il lettore a porsi determinate domande, a compiere un viaggio in sé stesso.