Modernità di Collins: usare il genere per instillare il dubbio
Dopo i due ponderosi romanzi che più hanno contribuito alla notorietà di Wilkie Collins, anche nel nostro Paese, l’ultima lettura che per ora ho dedicato all’autore inglese è rappresentata dal lungo racconto La follia dei Monkton, che Sellerio ha pubblicato in volume nel 2001 ed oggi è disponibile solo come eBook. La casa editrice palermitana è stata tra le protagoniste della riscoperta dell’autore, pubblicando tra il 1985 e il 2001 nella sua principale collana, La memoria, quattro volumetti dedicati ai suoi racconti. Stranamente, oggi che in libreria si trovano numerose edizioni di opere di Collins, Sellerio lo ha abbandonato, e nessuno dei quattro volumi è più stato ristampato.
La follia dei Monkton è traduzione piuttosto libera del titolo originale, Mad Monkton, la licenza presasi dall’editore essendo comunque accettabile, in quanto, se è vero che la vicenda riguarda l’ultimo rampollo della famiglia, è anche vero che il racconto si apre informando il lettore che essa ”era tormentata da generazioni dal flagello della follia ereditaria”. Resta comunque aperto il dibattito sull’opportunità, o liceità, di cambiare il titolo di un’opera classica, il cui autore è morto e sepolto da tempo, e non può quindi dare il suo eventuale assenso a tale operazione. In fondo il titolo è parte integrante di un’opera letteraria, e cambiarlo unilateralmente a mio avviso significa travisare l’intento dell’autore.
Il racconto appartiene ad una fase precoce dell’attività letteraria di Collins: venne infatti pubblicato nel 1855, dopo che Dickens si era rifiutato di ospitarlo sulla sua rivista Household words, cui Collins collaborava sin dal 1852, in quanto temeva che la tematica del racconto avrebbe potuto urtare la sensibilità di chi aveva a che fare con la pazzia.
La struttura e la trama del racconto sono molto classiche, rifacendosi pienamente alla tradizione del racconto gotico inglese. Il giovane narratore appartiene ad una famiglia che di fatto è tra le pochissime a frequentare i Monkton di Winkot Abbey, che da generazioni fanno una vita molto appartata in quanto appunto affetti da forme di follia ereditaria, che spesso si manifesta come una sorta di monomania. A Winkot Abbey vivono il giovane Alfred con i due genitori, che sono cugini; l’unico altro membro della famiglia, Stephen Monkton, zio di Alfred, vive da anni sul continente, avendo fama di essere un terribile libertino. Apro una breve parentesi gratuita: considerato che anche ne La pietra di Luna vi sono fidanzamenti e matrimoni tra cugini, non è forse da ricercarsi in questa consanguineità la causa di tante aristocratiche tare letterariamente esposte dal buon Collins come da altri autori?
Sia come sia, gli unici altri unici ospiti ammessi a Monkton Abbey sono la signora Elmslie e sua figlia Ada, di cui il padre del narratore è tutore. Quando tra Alfred e Ada scoppia l’amore, questi si rifiuta di dare il suo consenso al fidanzamento, temendo proprio il manifestarsi in Alfred della malattia, da cui peraltro è già affetta la madre. Il risultato è che i Monkton, favorevoli alle nozze, lo escludono dalla loro cerchia.
Nel giro di poco tempo i due genitori di Alfred muoiono, ed il ragazzo, che è ormai prossimo alla maggiore età, si ritrova erede di una notevole fortuna; quando, poco dopo, anche il padre del narratore muore, la signora Elmslie dà subito il suo interessato assenso al fidanzamento tra Alfred e sua figlia. Purtroppo però la salute di Ada è molto delicata, e si rende necessario un suo lungo soggiorno nella Francia del sud, con conseguente rinvio del matrimonio. Alfred, comunque, attende il ritorno dell’amata in completa solitudine a Winkot Abbey, rifiutandosi anche di riallacciare i rapporti con il coetaneo narratore: nel villaggio circola voce che abbia riaperto ali del palazzo chiuse da secoli e consulti appassionatamente vecchi e polverosi libri.
Uscito dal college, il narratore intraprende, come si doveva nelle nobili famiglie inglesi, il Gran Tour, che lo porta a Napoli, dove un giorno vede passare per strada Alfred Monkton. Un amico lo informa che Alfred è ritenuto pazzo, perché, ormai prossimo alle nozze con Ada Elmslie, quando ha ricevuto la notizia della morte dello zio Stephen a causa di un duello svoltosi in un imprecisato luogo dello Stato della Chiesa ha lasciato Monkton Abbey per riportare in patria il suo corpo. I due divengono amici, e il narratore si rende conto che Alfred è affetto dalla monomania dei Monkton. Gli racconta infatti che in un vecchio libro ha trovato una profezia secondo la quale la sua stirpe si estinguerà quando un membro della famiglia rimarrà insepolto, ed asserisce che due settimane prima che la notizia della morte dello zio arrivasse in Inghilterra gli è apparso il suo fantasma, che da allora non lo abbandona mai, implorandolo con gli occhi di dargli sepoltura nella cripta di famiglia. D’altra parte, quando si distrae da questa sua mania, Alfred è un ragazzo del tutto normale, simpatico e colto. Nella sua ricerca è sostenuto dall’immutato amore di Ada, che lo attende fiduciosa il suo ritorno per convolare finalmente a nozze.
Naturalmente il narratore si offre di affiancarlo nella sua ricerca, sperando soprattutto di aiutarlo a guarire.
Come si vede, si ritrovano nel racconto praticamente tutti gli elementi che caratterizzano il racconto gotico fiorito in Gran Bretagna alcuni decenni prima: la famiglia di antica nobiltà, la decrepita abbazia, la maledizione secolare, l’elemento esotico italiano. Verrebbe quindi di primo acchito quasi spontaneo assegnare La follia dei Monkton ad una letteratura di retroguardia, ad un genere che, pochi anni dopo, con i suoi grandi romanzi, lo stesso Collins avrebbe contribuito a superare facendolo evolvere nella sensation story, più affine, come ho fatto notare nel commento a La donna in bianco, al nuovo pubblico piccolo-borghese cui si rivolgevano le riviste per cui scriveva. C’è però un fattore che rende quantomeno problematica questa interpretazione semplicistica e spinge il racconto verso lidi più moderni: la sua ambiguità rispetto quale sia veramente la causa del comportamento di Alfred Monkton. Purtroppo la cosa difficile è parlarne senza svelare altro della trama di quanto già detto, che rappresenta comunque solo l’antefatto del cuore della vicenda: vedrò di riuscirvi prendendola alla lontana.
Nel 1898, oltre quarant’anni dopo la pubblicazione de La follia dei Monkton, Henry James, che tra l’altro di Wilkie Collins era stato un ammiratore, avrebbe dato alle stampe il suo racconto più famoso, Il giro di vite. Non si tratta, in questo caso, di un racconto puramente gotico, ma sicuramente di tale genere riprende alcuni stilemi ed in particolare l’ambientazione. Come noto, vi si narra la storia di due fantasmi che appaiono all’istitutrice di due bambini , che sembrano da loro posseduti. Terminata la lettura, la domanda che sorge spontanea è: i due fantasmi esistono davvero o sono il frutto della fantasia dell’istitutrice? Il semplice fatto che James non lo dica apre il racconto ad una serie di possibilità interpretative diverse, e la sua modernità - rimandando a temi decisamente novecenteschi quali la soggettività e la complessità della realtà - consiste essenzialmente nel fatto che il lettore è lasciato libero di costruirsi la propria interpretazione.
Qualcosa di molto analogo accade ne La follia dei Monkton. Il narratore è uno scettico, un razionalista, crede che quella di Alfred sia effettivamente una delle manifestazioni di monomania dei Monkton e giustifica in termini pedagogici la sua decisione di accompagnare l’amico alla ricerca del cadavere dello zio: ”Era curabile questo male? […] Se avessi rifiutato di seguirlo, certamente sarebbe partito da solo, per combinare dei pasticci e mettersi nei guai: mentre io, senza vincoli particolari e libero di disporre del mio tempo, sarei rimasto a Napoli abbandonandolo al suo destino, dopo avergli suggerito come muoversi ed averlo incoraggiato a fidarsi di me. Continuai ad analizzare il problema nella mia mente cercando di metterne in luce tutti gli aspetti concreti visto che ritenevo, essendo poco incline a credere negli ectoplasmi, che Alfred s’ingannasse nell’immaginare di aver visto il fantasma dello zio prima che la notizia della morte giungesse in Inghilterra, e per questa ragione non mi sentii influenzato da quelle strane idee quando infine decisi di accompagnarlo nella sua straordinaria impresa”. Questo passo, decisivo per comprendere l’atteggiamento del narratore, mi consente di aprire una parentesi sulla traduzione di Franco Basso, che ritengo largamente insufficiente in quanto spesso imprecisa: qui in particolare tende a mettere per così dire in sordina proprio l’evidente intento di Collins di contrapporre l’esperienza soprannaturale che Alfred afferma di star vivendo al senso pratico del suo amico. Infatti il passaggio tradotto con ”Continuai ad analizzare il problema nella mia mente cercando di metterne in luce tutti gli aspetti concreti visto che ritenevo, essendo poco incline a credere negli ectoplasmi...” nell’originale suona: ”In this way I kept turning the subject over and over again in my mind – being quite free, let me add, from looking at it in any other than a practical point of view. I firmly believed, as a derider of all ghost stories…”. La frase suona in inglese molto più netta nell’indicare l’atteggiamento razionale del narratore, ed in particolare credo andasse salvata la sua ferma convinzione, in quanto derisore di tutte le storie di fantasmi, che tra l’altro allude sottilmente proprio al genere letterario del racconto; anche il termine strane idee, con cui viene tradotto delusions risulta a mio avviso inappropriato, in quanto il termine originale richiama direttamente una mania, anche in senso medico-patologico.
Sin dal loro incontro, però, la sicurezza che Alfred sia malato è in qualche modo messa in discussione dall’insistenza con la quale sia il narratore sia l’amico che a Napoli gli parla per primo di lui affermano che egli è quasi sempre un ragazzo del tutto normale, e solo in alcuni momenti sembra perdersi dietro una particolare assenza di sguardo. Inoltre, lo stesso narratore ammette che la sua versione razionale sta in piedi solo a patto che Alfred si sia sbagliato circa la data in cui ha iniziato a vedere l’immagine dello zio, e quindi essa sia solo dovuta alla suggestione conseguente l’aver appreso la notizia della sua tragica morte. Ma, razionalmente, come può Alfred essersi confuso riguardo un particolare così importante, durante il dettagliato e perfettamente logico resoconto che fa all’amico delle ragioni per le quali è venuto in Italia lasciando il suo grande amore?
Addentrandosi nel racconto, via via che le supposizioni di Alfred trovano riscontro, anche le certezze del narratore sembrano essere sottoposte quantomeno ad un serio auto-esame: in un punto focale del racconto si domanda (ometto quanto potrebbe svelare elementi della trama): ”Se Alfred mi avesse detto: «La profezia indica […]. La profezia parla di […]. Sulla base della profezia ti ho detto [...]», come avrei potuto rispondergli «Queste dopotutto sono soltanto strane coincidenze»?”
Se la storia quindi formalmente si chiude, vengono lasciate aperte per la riflessione del lettore le ipotesi sulle cause che l’hanno generata, esattamente come farà più di quarant’anni dopo Henry James. Se a Collins appaiono sconosciuti i tormenti esistenziali dell’uomo del novecento, cui sembra preludere il racconto di James, sicuramente conosceva invece bene il clima di ottimismo positivistico che permeava la sua epoca. Una storia come questa, la cui morale appare essere che forse non è possibile ridurre gli strani avvenimenti di una vita a semplici coincidenze, che forse la tesi di una malattia mentale non basta per spiegare ciò che è successo, sembra fatta apposta per indurre nel lettore del tempo qualche dubbio che tutto fosse così semplice come la vulgata corrente raccontava, e probabilmente non solo in campo medico. Mi pare quindi di poter affermare che l’elemento di modernità che si ravvisa nel racconto consista proprio in una antesignana, ancorché velata, critica allo spirito del tempo che per alcuni decenni ancora avrebbe permeato l’Era vittoriana. Ancora, Collins anticipa una tendenza, che sarà di James e più recentemente di autori come Glauser e Hammett, solo per citarne alcuni che conosco, di rifarsi al genere per superarlo.
Da un punto di vista strettamente letterario, ritengo che la forma racconto lungo - almeno a giudicare da questo esempio – sia quella che meglio si adatti alla creatività di Collins, che nei romanzi maggiori appare essere troppo preso dalla necessità di farli attendere, dando vita a creature letterarie ipertrofiche, nelle quali a volte prende il sopravvento una non necessaria – se non appunto a fini commerciali – prolissità. Qui, al contrario, la narrazione è asciutta, e la suddivisione del testo in capitoli scandisce perfettamente l’avanzare della vicenda, che nulla perde del suo potere di attrazione per il fatto di essere piuttosto breve.
In definitiva, al termine di questo ciclo di letture collinsiane posso dire che la mia percezione dell’autore è andata crescendo, e quello che dalle mie lontane letture avevo considerato un minore si è elevato ad autore di una certa importanza, soprattutto grazie alla lettura di questo ultimo racconto.
Chiudo informando che molte delle considerazioni sviluppate in questo commento mi sono state ispirate dalla breve Nota finale del curatore e traduttore, Franco Basso. A differenza della traduzione, che come detto mi era parsa per molti versi inadeguata, la Nota si sofferma infatti su ciò che a mio modo di vedere è l’aspetto centrale del racconto, quello dell’ambiguità, del finale aperto. Al fine di verificare puntualmente le critiche alla traduzione, mi sono avvalso del volume, consultabile in rete, Mad Monkton and Other Stories, edito nel 1994 dalla Oxford University Press. Il volume presenta dodici racconti di Collins, e significativamente il titolo è dedicato proprio a questo. È corredato da una lunga introduzione del curatore, Norman Page, che parla in generale dell’attività letteraria di Collins e dedica qualche pagina a ciascuno dei racconti raccolti nel volume. Naturalmente sono andato a leggere, oltre alla parte generale, le pagine riferite a Mad Monkton, e quale non è stata la mia sorpresa nel ritrovarvi intere frasi che avevo letto nella Nota di Basso. Non oso parlare di plagio, ma è indubbio che, non solo come detto per via di alcune frasi identiche, ma anche quanto a struttura, tesi sostenute e citazioni testuali a supporto i due testi si somigliano parecchio. Ora, non so chi abbia scritto per primo: mi limito a constatare che l’edizione che contiene la nota di Basso è apparsa sette anni dopo quella inglese, e che non ho trovato alcuna citazione o tributo reciproco. Francamente, non mi pare una pagina esemplare per la critica letteraria.