È un libro che lascia raggelati, un racconto che paragonerei addirittura a Se questo è un uomo. L'odissea reale di un bambino considerato ritardato perché nato con una paralisi cerebrale, perché nell'Unione Sovietica l'uso delle braccia (e magari anche delle gambe) è la cosa più importante per essere un buon comunista, e Ruben, figlio di una spagnola, col suo colorito olivastro a ricordare che ha pure origini straniere, non potrà mai contribuire al progresso economico di quella nazione. Riesce solo a tenere un cucchiaio con la mano destra - altrimenti inutilizzabile - e a battere sui tasti del computer con l'indice della mano sinistra. Ed è così che anni dopo, dopo essere passato da orfanotrofi, ospizi, manicomi sovietici ed essere riuscito a fuggire grazie all'apertura dovuta alla perestrojka, metterà tutto nero su bianco, denunciando un mondo nascosto di persone indesiderate e maltrattate, spesso lasciate a morire in condizioni terribili.
Non commuove neanche, Rubén, anche se a volte sembra piangersi addosso (ma ne ha molti più motivi di chi si piange addosso abitualmente pur non avendo veri problemi); racconta con una tale precisione asettica ciò che accadeva, da poter solo lasciare paralizzati...
NERO
Come sempre nella vita, a un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni. Tutto cambia e deve cambiare. Così dev’essere, così va il mondo. Lo so, non ho nulla in contrario, non mi resta altro che sperare. Sperare in un miracolo. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco.
Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore del l’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle sue lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito.
Il nero è il colore della lotta e della speranza. Il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche. E il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica.
E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale notte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere d’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.