Nelle taverne di un porto del mar Nero, Ismaele Baruch, il bambino prodigio, canta i dolori e le gioie dei miserabili, degli emarginati, degli esclusi. Il suo talento affascina il poeta in crisi Romain Nord e la sua amante, la "Principessa", una ricca vedova in cerca di nuove emozioni. Strappato al suo mondo di miseria, Ismaele diventerà il giocattolo di una società aristocratica, pronta all'entusiasmo quanto al disprezzo, che finirà per umiliarlo inesorabilmente.
Piccolo libro che ha una grande potenza descrittiva. Racconta la storia di un bambino di origini ebree che dà libertà alle parole che si risvegliano in lui. Racconto malinconico, che prende vita dalla piazza del mercato e dall’umanità che brulica nel porto, che incontriamo già nelle prime pagine, e segue un’armonia, tutta sua, come il ritmo naturale del vento e del mare. E’ un libro impalpabile, che però ti lascia dentro una tristezza di fondo, perché questo bambino si è sempre sentito solo, tra il mondo esterno e la sua anima si è insinuato lo specchio perfido e deformante dell’anima altrui. Ti immagini i suoi grandi occhi come pieni di un’inquietudine di fondo e pieni di sogni, che parlano però un linguaggio difficile da comprendere.
Lo capisci se lo ascolti cantare. Ed è una cosa strana, se pensi che stai leggendo di lui e che non lo puoi ascoltare. Però percepisci la sua angoscia, indistinta ma opprimente, quella che pesa sulle anime semplici. Bellissima anche la leggera ambientazione di fondo, in una Russia fredda, che nell’inverno è rivestita di zucchero, e che è bello pensare come cornice di questa piccola vita.