“Avete fatto voi questo orrore, maestro?”, chiese l’ufficiale nazista.
"No, l’avete fatto voi”, rispose Picasso”.
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Ricorreva ieri l'anniversario del bombardamento di Guernica (26 aprile 1937) e mi è venuta voglia di rileggere un celebre lungo racconto di Sciascia sulla guerra di Spagna.
L'ANTIMONIO
Un povero giovane siciliano, in fuga dalla miniera dove lavora, si arruola per andare a combattere nella Guerra civile spagnola.
C'è stato l'ennesimo incidente, nella zolfara, e sa che l’antimonio (il pericoloso gas grisou nella lingua degli zolfatari) non perdona: suo padre ci ha lasciato la vita ed il terrore ha il sopravvento.
Il giovane protagonista senza nome non ha dubbi: non vuole morire incenerito dal gas, meglio arruolarsi come volontario nelle milizie fasciste a fianco delle falangi di Francisco Franco. Meglio la guerra della miniera.
"Mio zio ancora raccomandò "basse le acetilene" e un minuto dopo dal fondo della galleria venne un ruggito di fuoco, come avevo visto al cinematografo l’acqua precipitare dalle chiuse aperte, così il fuoco venne verso di noi urlando; ma questo sto pensandolo ora, non sono sicuro fosse proprio così, mi vedevo il fuoco sopra e non capivo niente, mio zio che gridava “l’antimonio” e mi trascinava, e io già correvo come in un sogno. Corsi anche dopo che uscii dalla bocca della zolfara, scalzo e nudo corsi per la campagna finché non sentii il cuore che mi schiattava, mi buttai a terra piangendo forte come un bambino e tremando. [...] sempre avevo avuto spavento dell’antimonio perché sapevo che bruciava le viscere, così mio padre era morto, o gli occhi: conoscevo molti che per l’antimonio erano ciechi. L’indomani mi sentivo vecchio di cento anni, decisi che mai più sarei tornato alla zolfara. Sapevo che c’era una guerra in Spagna, molti erano andati a quella d’Africa e avevano fatto i soldi, uno solo era morto in Africa del mio paese. E poi morire alla luce del sole non mi faceva paura."
Nel corso della guerra si rende conto di avere scelto la parte sbagliata, capisce cosa sia il fascismo e arriva a liberarsene, come già si era liberato della miniera.
"Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse, mio padre aveva lavorato nella zolfara, e anche mio nonno, e come loro io nella zolfara lavoravo: leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli."
Per tanti italiani della generazione di Sciascia, la guerra di Spagna fu un punto di svolta fondamentale, la loro maturazione politica avvenne ascoltando le testimonianze dei reduci. “Avevo sedici anni -ricorda l'autore- quando in Spagna esplose la guerra civile; ma non ne seppi niente, fin quando non vidi partire i ‘volontari’, i braccianti disoccupati del mio paese. Non poteva essere giusta una guerra in cui come ‘volontari’ venivano cacciati i morti di fame: ci doveva essere qualcosa nell'Italia di Mussolini e nella Spagna di Franco di ingiusto, di insensato, di indegno. E poi ecco, c'erano i preti, e dicevano che Mussolini e Franco stavano dalla parte di Dio, mentre dall'altra parte, dalla parte della Repubblica, c'erano Dos Passos e Chaplin”.
L'amore per la Spagna, prima ancora che per la Francia di Stendhal e Montaigne, accompagnerà Sciascia per tutta la vita. Prestissimo intuì la sicilitudine della Spagna e la spagnolità della Sicilia, intraviste nel lessico e nella toponomastica (dove differiscono l'Aragona regione spagnola ed Aragona cittadina nei pressi di Girgenti-Agrigento?). Da ragazzino studiò da autodidatta lo spagnolo («Comprai uno di quei manuali del poliglotta della casa editrice Sonzogno divorandone le lezioni») e più volte visitò quel Paese, lasciandone magnifiche testimonianze. «Avevo la Spagna nel cuore e l'ho ancora», dirà.
Per tutta la vita accumulò libri, cartoline, manifestini... tutto ciò che riuscì a trovare di quella guerra, di quel popolo e naturalmente di tutti gli autori amati, da Lorca, Machado, Unamuno sino ovviamente a Cervantes...
«La guerra di Spagna è stata un crogiuolo» scriverà tanti anni dopo. «Ma l'oro puro che ne rimane è, come sempre, quello della verità. E della letteratura, che della verità è figlia».
Una rilettura importante per me, adesso che ho alle spalle due o tre biografie sciasciane.