19/01/2025 (* 1/2 )
Un mezzo disastro.
Peccato, gli spunti c'erano, la verve narrativa - a tratti - anche.
Tuttavia la lettura ha mostrato, a mio parere, problemi insormontabili.
Il primo, e più catastrofico, problema è la carenza del background narrativo su cui si fonda il romanzo. Siamo in un futuro lontano, la Terra appare irriconoscibile, i riferimenti geografici si sono completamente persi nei secoli: potremo essere in Europa, come in Africa, come in Australia. La popolazione è divisa in due fazioni, contrapposte da un diverso credo religioso. I Proclamanti credono in unico Dio e sono devoti sudditi di un lontano Impero in decadenza; i Confessori sono politeisti e dediti alla ricombinazione genetica, vivono in larga parte in armonia con la natura, plasmata con la bioingegneria affinché produca quanto necessario, e vorrebbero l'indipendenza dall'impero.
La protagonista, Mathembe, appartiene alla seconda schiera e quando gli imperiali scoprono che il suo villaggio nasconde dei ribelli, lo rade al suolo, costringendo la popolazione a un esodo drammatico; tale situazione poi evolve in una catastrofe umanitaria quando fra le due fazioni scoppia una guerra civile. Come sempre, senza pietà e senza prigionieri.
Tutto bene, salvo che il background narrativo è appena accennato, e in modo confuso. Gli aspetti fondamentali di queste nuove e incomprensibili - a noi - civiltà non vengono introdotti né illustrati, se non parzialmente e molto in là nel racconto. Assistiamo a episodi di cui fatichiamo a ricostruire il contorno e l'ambiente circostante, non ne comprendiamo del tutto le dinamiche. A tratti, viceversa, emergono aspetti invece a noi noti nelle cose più impensabili: riconosciamo benissimo l'avvocato di provincia, che potrebbe essere preso dall'Atticus de Il buio oltre la siepe; civiltà che riescono a piegare le leggi della fisica e della biologia sono dedite a tradizioni e costumi degni dei nostri antenati contadini ottocenteschi; utensili tipici del nostro tempo come televisori, telefoni e compagnia riproposti tali e quali.
Lo straniamento viene peggiorato dalla narrazione stessa, che all'inizio è tutto sommato gradevole e lineare ma che, proseguendo, si frammenta ben presto, perdendosi sempre più in solipsismi filosofici e pesanti viaggi interiori con controrni quasi psichedelici. Il finale è emblematico in questo senso. Sarebbe anche potuto essere interessante nell'economia della trama, ma tende a tracimare in un caotico coacervo di inutili complicazioni futuristico-mentali che hanno raso al suolo ogni mia possibile giustificazione su tutte le perplessità maturate nella lettura.
Infine, lo stile di scrittura. Mi spiace, ma a differenza di quanto letto in altre recensioni, McDonald non sa affatto scrivere. Oltre al sovraccarico di termini in ogni frase, l'uso smodato di ripetizioni, metafore e - soprattutto -allitterazioni va ad appesantire oltremodo una lettura che già di suo, vista l'ambientazione e gli argomenti, non è delle più leggere. Emblematico l'incipit del secondo capitolo: i protagonisti sono rifugiati nella città di Ol Tok e l'autore ha la brillante idea, per rimarcare l'ovvio, di sfoderare quattro pagine con frasi che iniziano tutte con "Ol Tok è ...": Ol Tok è questo, Ol Tok è quest'altro. Un supplizio. Gli esempi sono innumerevoli, e ho trovato questo insistere raccapricciante.
Immaginatevi il terzo canto dell'Inferno di Dante con tutti i versi che iniziano con "Per me si va". Una lista della spesa.
La protagonista, la giovane Mathembe, è interessante, il suo mutismo selettivo un buon argomento di narrazione. Anche se il collegamento di questo aspetto con il finale è abbastanza telefonato. Ci sarebbe pure stato, se l'autore non avesse rovinato quel poco che rimaneva di salvabile con un pippone psichedelico terrificante al cui confronto il finale di 2001 Odissea nello spazio è un trattato di logica matematica.
Male, in definitiva. Finito solo per dovere.
Peggior volume del mazzo comprato sulla pregevole iniziativa presa da RCS per i 70 anni di Urania.
Non lo consiglierei.