RILETTURA
Esistono nella vita di tutti i giorni connubi perfetti, insieme di elementi che si sposano alla perfezione, quasi fossero stati creati per essere complementari tra di loro.
Se dovessimo traslare tale assioma in ambito letterario, non può che venire in mente l'eccellente unione che scaturisce dall'incontro tra il genere poliziesco e quello gotico.
Nulla può attirare l'attenzione del lettore giallofilo più di una bella indagine intrisa di elementi macabri, orridi e cruenti.
Le atmosfere cupe e particolarmente tetre, si sa, offrono un ideale sfondo a vicende criminose.
Peraltro non stupisce se il mystery stesso sia nato ufficialmente dalla letteratura nera: Edgar Allan Poe, considerato quasi unanimemente il capostipite del giallo, non fa altro che immettere nel celeberrimo racconto "I delitti della Rue Morgue" l'indagine su un efferato caso all'interno di un contorno particolarmente "macabre", essendo egli anche un maestro in quest'altro campo.
È naturale che molti autori di romanzi polizieschi si siano poi cimentati nel creare trame che possano nel contempo stupire il lettore attraverso l'enigma giallo e renderlo inquieto con elementi disturbanti all'interno della narrazione.
Perfetto costruttore di intrecci a metà tra il deduttivo e il grandguignolesco fu Carr, i cui romanzi riescono tuttora a impressionare il lettore con scene iconiche e sinistre tanto che esse rimangono nella sua mente per anni (parlo per esperienza personale, avendo provato momenti di vero e proprio brivido con i suoi scritti).
Pochi altri sono riusciti a fondere questi due elementi che, pur abbinandosi perfettamente, richiedono una sapiente mano che possa ben disporli in un'opera pregevole.
Tra questi senza dubbio si colloca Joel Townsley Rogers. Nato in Missouri nel 1896, studiò ad Harvard e iniziò a scrivere per giornali universitari. Prestò servizio nell'aeronautica durante la Prima Guerra Mondiale e cominciò a pubblicare le sue prime opere. Morì a Washington D.C. nel 1984.
L'autore, come dicevo, si è cimentato nel giallo ed è riuscito a creare il perfetto melange di giallo e gotico nel suo capolavoro "La rossa mano destra".
L'opera, pubblicata nel 1945, farebbe tremare d'invidia molti scrittori di thriller moderni.
Perché? Per ovvi motivi, ma prima è necessaria una premessa: tentare di riassumere gli eventi racchiusi in tale romanzo sarebbe inutile e porterebbe a sminuire quello che è già così un perfetto meccanismo narrativo e stilistico.
Per cui non proverò neanche a fornire un abbozzo delle vicende perché snaturerei il romanzo stesso.
Partendo da tale presupposto, si può sostenere che la grandezza di questo libro sta soprattutto nella sua fattura, nello stile dell'autore e nel suo aspetto formale: la vicenda, imperniata su una storia cruenta, macabra, illogica e intrisa di un'endemica inquietudine per la consapevolezza di un pericolo incombente, viene narrata anch'essa in maniera tormentata. Intreccio e fabula non possono essere più divergenti. Il romanzo suscita nel lettore già dalla sua struttura, oltre che dal suo contenuto, un senso di malessere profondo: il narratore fa cominciare il suo racconto nel momento clou, a pochi istanti dalla fine di tutto. Il lettore si trova già disorientato, non capisce di cosa stia parlando e quel poco che comprende è macabro e decisamente folle. Poi la narrazione fa un balzo in avanti, nel mezzo della trama; qualcosa viene chiarito, cominciano a delinearsi i contorni di quella che sembra una favola nera così come le figure dei personaggi. Successivamente, in una girandola di eventi icastici, visivamente incisivi, quasi fossero stati rappresentati con tecnica fotografica, si aggiungono digressioni che ci riportano indietro, all'origine della catena di infausti avvenimenti. Ed infine il tutto viene riportato nella dimensione presente, in quelle pagine iniziali inquiete, dove il protagonista sta cercando una via di fuga da una situazione che potrebbe costargli la vita.
Se dunque all'inizio sono la confusione di eventi, il non sapere dove si debbano collocare cronologicamente, le allusioni assurde e le scene grondanti di sangue e di perversione a sconvolgere la quiete interiore del lettore, il ritrovarsi a poche pagine dalla fine consapevoli di tutto ciò che è accaduto non rende affatto più tranquilli. Anzi, l'autore gioca sapientemente con le sensazioni di chi legge: prima lo scombussola attraverso una frantumazione narrativa e poi lo fa piombare nell'incubo di una fine imminente e macabra. Pur conoscendo tutte le incognite del dramma, il lettore si ritrova ancora immedesimato nel pericolo del protagonista, braccato in una casa senza protezione, nel pieno silenzio della notte. Un silenzio che non fa che acuire i battiti incessanti del suo cuore in tumulto.
È una tecnica compositiva estremamente azzeccata per questo tipo di opera, poiché dà quella sensazione di panico, di rottura delle certezze, dà l'idea di essere in un limbo di realtà e illusione quali non avrebbe potuto conferire una narrazione lineare.
Altro aspetto che rende estremamente conturbante l'opera è l'aura di dubbio e incertezza che essa trasuda: questo è un giallo deduttivo o un thriller? È un noir o un racconto gotico?
Il lettore è sbalestrato persino sul genere poiché lo scrittore instilla continuamente perplessità nel lettore, giocando sul lato ambiguo di molte cose. Non si sa chi è con certezza il narratore, così come non si sa chi è l'assassino; non si sa se la macchina con dentro il pazzo omicida sia passata per la Swamp Road o no; non si sa se sia tutto frutto di un delirio collettivo o il piano diabolico di una mente malata. Tutto si impernia sul lato psicologico, sulla paura dell'uomo di non capire, di non sapere. E si arriva persino a dubitare dei propri sensi e di ciò che si è realmente visto e ciò che invece si è solamente immaginato. È un romanzo onirico, dove tutto ha i contorni sfocati.
L'unica certezza è la paura. Una paura che è costante nella trama, che percorre tutto il libro sino alla fine.
Interessante notare il simbolismo dei luoghi che, lungi dall'esser meri sfondi, compartecipano nel conferire un senso di turbamento alle vicende: luogo principale dei fatti è una via sperduta, dove abitano poche anime. La solitudine dei posti fa da cassa di risonanza al terrore."Stony Falls" è la strada dove la macchina con dentro l'assassino è svanita come per magia e porta nel nome un significato ben preciso: la caduta psicologica e fisica che si avverte in tutta l'opera e la roccia, che avrà una certa importanza ai fini della soluzione, così come rappresenta l'assoluta spietatezza e freddezza del killer.
La campagna circostante, non luogo bucolico e idillico, diventa dimora di sinistri presagi. Civette che "ululano" nell'oscurità notturna, serpenti con occhi di fuoco, misteriosi suoni inumani arricchiscono fonicamente un'atmosfera già pregna di sventura. La stessa strada, dimessa, piena di ciottoli, pare indicare il duro cammino per arrivare al bandolo della questione.
Ma non solo, anche i nomi sono parlanti: "Dead Bridegroom's Pond", luogo del primo delitto, il cognome del narratore, "Riddle", ad indicare la tortuosità della vicenda, e quello del sergente Stone, altro riferimento alla roccia.
Insomma, un'opera dalle molte interpretazioni e dai molteplici richiami.
In questo labirinto di terrore, nefandezze e sangue, il lettore si aggira incerto fino al finale in cui tutto troverà la sua giusta collocazione. Ci si accorgerà di quanto ci si è lasciati sviare dall'atmosfera e ci si è resi ciechi di fronte ai molteplici indizi disseminati.
Un'opera grandiosa, che richiede una lettura attenta per poter cogliere tutti i suoi aspetti, tutti i dettagli sparsi che compongono una macabra e stupefacente verità.
Un romanzo che riesce a turbare con il fascino ambiguo del male.
PS: rileggendola più attentamente ho compreso meglio la soluzione, che richiede un certo sforzo da parte del lettore nel raffigurarsi mentalmente la disposizione dei luoghi, non essendoci una cartina esplicativa. Essendo un'opera affascinante, ho innalzato la votazione dalle 4 stelle precedenti a 5.