Ci tenevo molto a leggere questo libro perché (stando a letture incrociate), mi era sembrato di capire che questo fosse il testo chiave in cui Messner raccontava in prima persona della tragedia al Nanga Parbat, quella dove il suo carissimo fratello Günther perse la vita e per cui Reinold fu accusato in primis di negligenza verso il fratello (cioè di averlo abbandonato) ed in secondo luogo superbia - perché compì la prima traversata integrale del Nanga senza l’assenso del capo spedizione quando invece vi era ricorso perché non aveva altra via d’uscita. Un doppio dolore, dunque per l’alpinista sudtirolese, per cui fu tra l’altro obbligato a non poterlo comunicare a nessuno perché l’allora capo spedizione Karl Herrligkoffer aveva incluso in una clausola del contratto con cui aveva ingaggiato i vari alpinisti, il divieto di poter consegnare alla stampa una qualsiasi informazione in merito alla spedizione. Non solo: a seguito dell’incidente, pare che Herrligkoffer avesse sequestrato anche le foto e i diari di tutti.
Il nòcciolo della questione, ovvero del perché Messner fosse stato costretto ad attraversare il Nanga, stando appunto alle letture incrociate, fu in un errore di comunicazione dal campo base, il quale, a discapito di migliori mezzi di comunicazione, avrebbe dovuto comunicare a Reinhold le previsioni del tempo: “rosso” = brutto tempo, quindi solo un tentativo alla vetta, cercare di andare più in alto che si poteva e poi indietro; “blu” = bel tempo, via libera.
Quando il capo spedizione riceve le previsioni del tempo, queste sono belle, ma invece di lanciare un razzo blu, ne lancia uno rosso (pare che fossero spariti i blu, sebbene lui avesse controllato la sera prima, nel momento in cui aveva inviato il messaggio di istruzioni).
Reinhold pensa che ci sia tempo brutto e quindi parte per fare solo un tentativo alla vetta. A sorpresa, gli si affianca il fratello, non previsto in nessun accordo (lo leggo nel testo di Messner stesso), che però era già provato da un grande exploit che aveva fatto su per un canalone. Günther vuole salire anche lui in cima e considerato che sono affiatati, Reinhold non si oppone. Salgono lenti, ma il tempo è bello. Arrivano in vetta troppo tardi e Günther è molto stanco. Soprattutto non hanno più corda con loro perché l’avevano lasciata in un canalone, convinti che sarebbero ripassati. Ma le condizioni del fratello non lo permettono ora. Nel frattempo vedono che il tempo non è affatto brutto, e quindi deducono che qualcun altro salirà – e che quindi potrà aiutare Günther nella discesa. Aspettano e vedono salire Felix Kuen e Peter Scholz, altri due membri della spedizione (e qui, a mio avviso si è giocato il teatro dell’assurdo!) che sono ad un centinaio di metri di distanza, ma sebbene Reinhold abbia gridato aiuto per ore, di fatto, i due alpinisti non glielo prestano – ma non per negligenza, no! Infatti Kuen sente e vede Messner gridare e gli chiede se è tutto ok. E Messner gli risponde sì, perché, pensava che si riferisse alle loro condizioni fisiche, che erano a poso. Ma NON GLI CHIEDE DELLA CORDA! Ora, questo mi sembra proprio uno di quei casi in cui, una volta nella zona della morte, i pensieri si fanno confusi e, a cascata, anche la comunicazione. Di fatto, i due alpinisti proseguono verso la vetta e i fratelli Messner restano soli, senza corda e con Günther molto indebolito. Era impossibile scendere da dove erano saliti senza corda e così si lanciano (letteralmente) verso l’ignoto, e scendono dalla parete del Diamir, compiendo (dopo il loro primo 8000) la prima traversata del Nanga e la prima discesa dalla parte del Diamir. Il resto è storia: Günther viene travolto da una valanga e Messner viene recuperato più morto che vivo da dei pastori locali, viene riportato a casa, dove andrà in ospedale e dove sarà nell’occhio del ciclone dei media e delle accuse.
Sempre in base alle letture incrociate, sembrava che il cattivo della faccenda fosse Herrligkoffer, ma in tutta franchezza (e se ho capito correttamente) non mi sembra che abbia fatto poi qualcosa di terribile, nel senso che sia chiaro contro chi puntare il dito. Si è trattato di una serie di coincidenze che hanno creato poi quello che è succsso: è stato Günther a volersi aggregare a Reinhold anche se non era abbastanza in forma; i due erano senza corda ed infine non c’è stata una comunicazione efficace coi due compagni di squadra. Ma il “dramma del colore del razzo sbagliato”, quello che ha furoreggiato negli scritti di Messner, mi sembra onestamente che non abbia alcun rilievo. Quindi il j’accuse che speravo di vedere risolto in queste pagine, si è sgonfiato da solo. Resta il testo, pubblicato per la prima volta nel 1971, come se fosse stata una sceneggiatura (Reinhold ne voleva fare un film): mi sono occupata di sceneggiature per un po’ di anni e questa, con tutta la bontà, lascia molto a desiderare. Non è scritta in maniera professionale (non è suddivisa scena per scena, non ci sono gli esterni, gli interi, se è mattino, sera, pomeriggio, ma soprattutto è piena di riflessioni che non si capisce se vadano intuite leggendo il volto di Messner - ma è molto difficile capirle - o se invece c’è una voce fuori campo - altra indicazione fondamentale di uno script professionale). La scarsa qualità della sceneggiatura poi va a braccetto con un testo che è molto, troppo, autocelebrativo: Reinhold è uno che si autocelebra molto, lo sappiamo, ma nel ripensare a tutta la faccenda, alla tragedia, ecco che in questo caso questo aspetto del suo atteggiamento stride un po’. Infine, quello che mi ha stranita è che Reinhold alla fin fine, si guarda bene dallo sparare a zero contro Herrligkoffer (che, come sempre, sulla base delle letture incrociate sembrava il cattivone), anzi, sembra quasi che dopo tutto Karl sia un buon amico. Che anche Reinhold, all’epoca, puntasse ad un’altra spedizione con lui, famoso per organizzarle senza badare a spese? In questo caso però, sarebbe stato d’uopo una prefazione all’ultima edizione.
No, nel complesso questo libro non mi ha convinta.