Al giorno d'oggi il mondo letterario è inflazionato da giallisti "ex": avvocati, magistrati, ministri della giustizia, come nel caso di Holt- Andersen.
Così anche le storie spesso sono misteri non troppo affascinanti, cioé: le motivazioni per cui l'omicidio viene commesso sono spesso faide di famiglia, vendette banali, comuni. Storie da coronaca nera, insomma. Quello che di più ne paga il prezzo è lo stile. Inoltre, troppi gialli si confondono.
I personaggi della Holt sono ben descritti nelle loro intenzioni ed azioni, però in questo suo romanzo manca la descrizione dei luoghi, del contesto in cui un'azione si compie.
La vicenda si svolge ad Oslo, ma la Holt non appassiona con la descrizione del contesto in cui i diversi personaggi si muovono, in una trama discreta.
Alla fine, tornando ai luoghi, Oslo sembra un posto freddo ( non solo nel senso climatico: la vicenda si svolge poco prima del Natale 1999), che provoca il sistema nervoso di tutti i personaggi, la maggior parte dei quali spende la propria esistenza tra case- rifugio e centrale di polizia- caserma.
Non c'è ombra di humor, ma una malinconia sottesa, soprattutto per quanto riguarda la protagonista Hanne.
Quello che interessa a Holt, che è sicuramente il suo cavallo di battaglia sono gli interrogatori, il che non stupisce, vista la sua familiarità con la procedura penale.
Mi è piaciuto il personaggio del bambino che adotta i gatti, ma la vicenda trova poco sviluppo, a causa dei troppi personaggi in un romanzo solo.
Non è il mio genere di giallista.