99 Elif
“Difficile dire cosa fosse in terra e cosa nel cielo; nelle notti come quella tutto cambiava di posto. Aveva l'impressione di avanzare tra gli astri, di avere la loro polvere sulla mano, quando toccava le lapidi. Si fermò quando un suono gli giunse all'orecchio. Si voltò, guardò alle sue spalle. Anche se non vedeva nessuno, udiva un suono di passi leggeri. Era la sua infanzia, quella: era chiaro da come il suo piede premeva sull'erba; lo seguiva con un incedere lento, leggero. Trattenne il respiro, nell'attesa che quei piedi nudi gli si avvicinassero nel buio. Mentre attendeva, il tempo trascorse, la notte si fece più fonda, la voce della fontana girò per sette volte attorno al cimitero. Eppure, la sua infanzia non riusciva a raggiungerlo; il suono dei suoi passi manteneva sempre la stessa distanza. Era questo ciò che chiamavano passato? Qualcosa di lontano, eppure tanto vicino da poterlo sentire.
Avdo si voltò verso le tenebre. Quel buio era un sacro vuoto. Non aveva inizio né fine. Si allargava sempre più. Nelle tenebre il nord era sud, l'est era ovest, ogni direzione era un unico punto. Ovunque ci si fermasse, quello era il centro dell'oscurità. Tutte le verità diventavano un mistero, incantato e spaventoso da far perdere la ragione. L'oscurità divenne più profonda, i suoni cupi lentamente si moltiplicarono. Soffiò un vento dalle grandi ali, fece scricchiolare i rami dei cipressi. Una civetta cantò da chissà dove. Dal punto in cui scorreva l'acqua della fontana tornò il suono di quei passi. Chi seguiva chi? Era l'infanzia a seguire Avdo, oppure era Avdo che seguiva la propria infanzia da tutta una vita?”
Avdo Usta è un gavsono, un nomade, un migrante, ha la sorte segnata: è un mastro scalpellino intagliatore di lapidi, è stato un orfano perso dalla madre in un mercato, si è innamorato della donna impossibile, Elif, come la prima lettera dell'alfabeto arabo, ha vissuto accanto a sé la guerra, la diserzione, la ribellione e la persecuzione politica, e nell'innocenza del dolore cerca di dimenticare ogni male, vivendo accanto alla tomba dell'amata vicino a un albero di Giuda, senza lasciare mai il luogo, il cimitero di Merkez Efendi.
“Non avrebbe creato soltanto una pietra tombale, avrebbe creato un'anima, e aspettava che quell'anima gli comparisse davanti agli occhi. Sapeva pazientare. E mostrando pazienza verso il tempo, contemplava le stelle. Contava gli astri che cadevano senza sosta tra i quattro punti cardinali. Ancora una volta cadde una stella. Gli ultimi gabbiani della notte sorvolarono il cimitero stridendo”.
Le anime intorno a lui dormono e si risvegliano per ricordare ai vivi che sono vivi e che il tempo è prezioso, nutrendosi di lacrime pure come l'acqua della magica fonte. Avdo voleva fuggire dal paese con Elif, che era promessa al figlio dell'aga del villaggio, ma nel mandorleto il loro piccolo aiutante Baki ha trovato la morte e Avdo la condanna per assassinio alla pena capitale e il carcere. Avdo è stato amico dell'Uomo dai Sette nomi, privo di memoria, privo di identità, dentro tante persone, tanti ruoli immaginari, tante scritture e lingue, molte religioni e etnie, infinite possibilità in un dedalo di ipotesi e incognite, in un'esistenza disperata che si batte contro ingiustizia e violenza, che fugge da marginalità e odio, da follia e fallimento, e trova ogni volta nell'altro un preciso e fluido punto di contatto, centrato con sensibilità e sapienza.
“E sai cosa facevano? Foravano un enorme masso e ci infilavano una piantina di pioppo. Poi aspettavano, con la santa pazienza. Il pioppo metteva radici e man mano che le estremità delle radici si espandevano, creavano delle crepe nella pietra e la facevano a pezzi. Josef Usta la chiamava la legge della vita, ecco: la massa più dura veniva ridotta in pezzi da quella più morbida”.
Avdo bambino cantava canzoni verso il cielo sconfinato, e la gente intorno si fermava, interrompendo le proprie attività, incantevole sguardo su così colorato e flessuoso talento; è la terra dell'Eufrate, tra turchi, siriaci, armeni, assiri e curdi, nella culla della civiltà, negli altopiani che affrancano lo spirito oppresso, e tra gli alberi che rivendicano la libertà del singolo, con un'interiorità politica, che respinge i demoni-guardiani, le morali dogmatiche, l'idea di poter separare ciò che è inesorabilmente designato a unirsi.
C'è il mistero dei nomi nelle pagine di Sönmez, e della parola che prende forma attraverso il contatto con altre parole, come il marmo levigato con un'altra lastra di marmo, fino a che non diviene specchio, a mostrare il volto di chi sta lavorando la pietra. E così in sottofondo le vicende dell'autore, l'esilio e la lotta, la nostalgia e la passione desiderante e devota, piena di speranza, ricca di immaginazione.
Cosa significa quindi perdere la terra quando la terra è tutto ciò che ti resta?
Quale è la fine del vivere, dal momento che si ha coscienza, secondo Avdo, che il vivere è contemplare la fine?
“Papà,” disse Reyhan, “a volte anch'io penso che siamo morti. Viviamo da anni in questo cimitero. E se fossimo morti mentre ci crediamo ancora vivi? Se fossimo proprio come queste anime?”
La vicenda di Avdo ha una tonalità realistica mescolata a cadenze favolose, lo spazio del sogno si insinua a contenere le durezze del reale, il lettore viene costantemente ingannato in una specie di altalena tra armonia e disarmonia; i suoi personaggi cercano la verità e dialogano con i dormienti e si accorgono di non essere nulla, di non esistere, al termine delle loro ricerche rimane soltanto l'essenza, resta solo silenziosa l'ombra, inumana la pietra. Nei sogni di Sönmez le foglie sono azzurre e egli quindi scrive: Anch'io sono un'ombra, me sono reso conto solo con l'avanzare dell'età. Fatta di cuore, catturata nel vortice di nostalgia e dolore, sono un'ombra, ecco. La luna ora illumina la pietra che ho davanti. La mia ombra ricade sulla pietra. Questo è un sogno, non esiste la pietra, non esisto io, esiste soltanto l'ombra.
I luoghi hanno emozioni, gli animali richiamano i simboli della mitologia. La vita nelle pagine si sovverte nel suo opposto, l'unica rivelazione possibile ha natura mistica, possiede una durata effimera, e invece di portare a risposte non fa che dare origine a nuovi enigmi e nuove domande.
“Si stese per terra e chiuse gli occhi. Il giorno era lungo. La primavera era calda. Mentre tutti gli altri visitatori piangevano i loro morti, lui dormì con una calma che non sapeva nemmeno da dove venisse, come se avesse atteso per tutta la vita di riposare lì. Il respiro divenne più morbido, il corpo si rilassò. Il peso che gli era piombato sul petto un mese prima si dissolse lentamente, sciogliendosi e scorrendo sulla pelle fino a cadere sul terreno. Quando riaprì gli occhi, mentre scendeva il buio, si sentì leggero come un'ombra. Il sole stava tramontando, la terra era sempre più fresca. Le stelle avvolgevano la volta celeste come fari notturni. E non appena dal lato del mare cominciò a spirare la brezza primaverile, Avdo comprese il motivo della serenità che sentiva in sé. Aveva trovato il luogo dove sarebbe morto. Capì che mentre per tutta la vita aveva vagato alla ricerca del luogo in cui vivere, in realtà aveva cercato il luogo dove morire. Non ci aveva mai pensato prima, ma adesso, dopo aver dormito accanto a quella tomba, lo sapeva, ne era certo. Era quello il posto dove voleva morire, era lì che avrebbe trascorso quello che gli restava da vivere”.