Unendo in questa raccolta le leggende nate intorno al mare, da quelle mediterranee a quelle oceaniche e nordiche, l'autrice adopera il metodo dello studioso di Folklore, il cui compito non è quello di rielaborare la materia popolare, ma di raccoglierla qual essa è.
Maria Savi-Lopez è stata una musicista, poetessa e insegnante italiana, nota soprattutto per i suoi studi sulla tradizione popolare e sul folklore. Nata a Napoli nel 1846, si trasferì a Torino giovanissima per sfuggire al sospetto della polizia borbonica. Lì sposò il dottor Savi, che però morì poco dopo lasciandola con un figlio da mantenere. La sua attività letteraria fu molto prolifica e spaziava dalla narrativa al genere per l’infanzia. La sua scrittura è stata accostata a quella di Carlo Collodi e di Emilio Salgari, in particolare per la loro passione per il viaggio immaginario.
Questo volume fu pubblicato per la prima volta nel 1894 e l'odierna edizione in eBook ha intenzionalmente mantenuto l'ortografia originaria; tenuto conto, poi, che l'autrice era letterata e poetessa (e che - a mio avviso - di arie un po' se ne dà), ne scaturisce un linguaggio un po' (ma veramente un bel po') ridondante che - all'inizio - ho faticato a seguire, soprattutto per la coniugazione dei verbi (dicesi, leggevasi, eransi e così via), ma anche per la particolarità di alcune parole (ad es.: "alighe" per alghe, tanto per dirne una che, trattando di mare, viene usata spesso). Andando avanti, questa forma antica di scrittura diviene la "normalità" e quindi si procede con una certa scioltezza. Ma...
In verità è un gran calderone di leggende di varia origine, nordiche soprattutto, ma ci sono anche molti riferimenti al bacino mediterraneo e ai Paesi orientali, spesso basate su storie e personaggi veri ormai persi nel tempo, in molti casi affiancate ai miti del posto. Annegati, naufraghi, anime che vagano, eroi e dei, mostri terrestri e marini, navi che parlano o che veleggiano da sole, canti, grida... fantasmi... sirene... isole e animali fantastici, balene e delfini, venti e maree, onde e spuma... tutto fa leggenda.
Sono per lo più storie brevi, quasi degli appunti, veramente poche righe; alcune richiamano belle immagini e racchiudono molta poesia, come i due brani che seguono:
"Narrasi che nella notte dei morti, quando le innumerevoli schiere dei fantasmi si aggirano silenziosamente in ogni parte della terra, sale dagli abissi del mare un'anima errante sulla schiuma di ogni onda che si solleva, e va cercando un'altra anima amata nei giorni della vita serena, o che voglia esserle compagna e sorella nel dolore, nella morte, nell'esilio, in mezzo al mare. Quando incontransi le due anime che cercansi a vicenda, gemono dolcemente, e la loro voce non rassomiglia a quella delle altre anime vaganti."
"I pescatori scozzesi dicono che una gentildonna, la quale fu uccisa, appare presso una spiaggia come vivida fiammella, e prende forma umana quando si avvicina al luogo dove si trova l'ombra del suo amante, che morì annegato. Quando lo chiama, egli sorge dall'acqua accanto a lei, ed entrambi spariscono in mezzo ad un fascio di scintille."
E a proposito di conchiglie (mmm... qui c'è qualcosa di molto familiare..): "Anche i pellegrini portavano nel Medioevo ed in tempi più recenti, alcune grosse conchiglie sui loro abiti da viaggio; essi erano obbligati ad usare quelle che si vendevano nella città di Compostella, in memoria di Sant'Jago, il quale nella chiesa di San Clemente in Roma trovasi raffigurato sopra un antichissimo quadro ed è adorno con certe conchiglie." Odore di casa... (Ops! Sono di Roma, scusate...).
Questa, invece, è verso la fine: "Si disse pure che, quando si cominciò a costruire Alessandria d'Egitto, certi mostri marini venivano tutte le notti a distruggere le fondamenta della nuova città. Alessandro fece fare una cassa di vetro, nella quale discese nel fondo del mare, per disegnare il ritratto di quei mostri. Quando tornò dal suo pericoloso viaggio fece eseguire certe statue somiglianti ai suoi disegni, e le fece collocare sulla spiaggia, presso la città nascente. Nella notte, quando i mostri marini uscirono dalle onde per compiere la solita opera di distruzione, videro le proprie immagini orribili, e spaventati fuggirono per sempre."
Ed ancora, a proposito di cavalli marini: "In Islanda il fantastico cavallo marino delle leggende chiamasi Hnickur; credesi che sia grigio, e se d'inverno odesi una specie di crepitio nel ghiaccio è segno che si avvicina. Spesso induce gli uomini e specialmente le fanciulle a montargli in groppa, indi balza nel mare e li porta seco nella sua dimora incantata. Nelle isole Orcadi si dice che lo spirito del mare è un bel cavallino coperto di alighe."
Basta, basta... se no riporto tutto il volume...
Peccato la forma quasi didascalica (le storie sopra riportate sono tra le più lunghe), la suddivisione per argomenti (che non aiuta affatto e i cui richiami risultano in certi casi ripetitivi) e la confusione che genera; inoltre, l'autrice ha il difetto di accennare ad alcuni fatti o a certe storie che però poi non conclude perché - dice - esulano dall'argomento trattato e rimanda ad altro volume... Anche la più pallida curiosità, a questo punto, viene stroncata. Tutto ciò mi fa fermare ad appena due stelle. Dopo tanta acqua (salata, bleah!!!), sono rimasta quasi a bocca asciutta. Ripeto: peccato.
Queste storie mi hanno fatto costantemente pensare a Max Gazze e alla sua canzone "La leggenda di Cristalda e Pizzomunno" e allora, dal momento che in questo contesto non sfigura, perché non riportarla qui di seguito? Eccola:
🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶🎶
Tu che ora non temi Ignorane nel canto quel coro ammaliante Che irrompe alla mente e per quanto mulini Le braccia oramai non potrai far più niente
Ma se ti rilassi e abbandoni il tuo viso A un lunghissimo sonno O mio Pizzomunno tu guarda quell’onda beffarda Che affonda il tuo amore indifeso Io ti resterò per la vita fedele E se fossero pochi, anche altri cent’anni Così addolcirai gli inganni delle tue sirene
Cristalda era bella e lui da lontano Poteva vederla ancora così Con la mano protesa E forse una lacrima scesa nel vento
Fu solo un momento Poi lui sparì al largo E lei in casa cantando, neppure il sospetto Che intanto da sotto la loro vendetta ed il loro lamento
Perché poveretta già avevano in cuore I muscoli tesi del bel pescatore E all’ennesimo suo rifiuto Un giorno fu punito
Ma io ti aspetterò Io ti aspetterò Fosse anche per cent’anni aspetterò Fosse anche per cent’anni
E allora dal mare salirono insieme alle spiagge di Vieste Malvage sirene, qualcuno le ha viste Portare nel fondo Cristalda in catene E quando le urla raggiunsero il cielo Lui impazzì davvero provando a salvarla Perché più non c’era e quell’ira accecante lo fermò per sempre
E così la gente lo ammira da allora Gigante di bianco calcare che aspetta tuttora il suo amore rapito E mai più tornato
Ma io ti aspetterò Fosse anche per cent’anni aspetterò Fosse anche per cent’anni aspetterò Fosse anche per cent’anni Io ti aspetterò Fosse anche per cent’anni
Si dice che adesso e non sia leggenda In un’alba d’agosto la bella Cristalda Risalga dall’onda a vivere ancora Una storia stupenda.
Un uso dell'italiano toccante, poetico, magistrale. Una lingua raffinata ormai perduta. Il libro è un piacere già solo per quello.
Le leggende qui raccolte riempiono di emozione, bellezza, desiderio degli ampi spazi marini e rendono i misteri delle acque sconfinate ancora più carichi di magia. Sirene, navi fantasma, nebbie magiche e fantasmi opalescenti sono solo alcuni dei racconti presenti tra queste pagine. Racconti nei quali immergersi e perdersi per ritrovarsi un po'.
Tra romanticismo e positivismo, importanza e limiti della divulgazione etnografica nell’Italia post unitaria
Alcuni anni fa mi capitò di leggere un corposo volume della collana La memoria di Sellerio intitolato La leggenda della morte. Scritto nel 1893, ne era autore uno scrittore ed etnografo bretone, Anatole Le Braz, che aveva trascritto, o meglio interpretato, leggende e storie popolari bretoni legate al tema della morte. Molte sono le analogie tra il libro di Le Braz e questo Leggende del mare della scrittrice italiana Maria Savi-Lopez. Entrambi i volumi sono dedicati a prodotti della cultura popolare, anche se quello della Savi-Lopez, come vedremo, si occupa di miti e leggende di tutto il mondo, mentre quello di Le Braz recupera la tradizione orale di una singola regione. I due libri inoltre escono ad appena un anno di distanza l’uno dall’altro, essendo quello di Savi-Lopez del 1894. In entrambi i volumi l’argomento trattato è suddiviso in capitoli tematici, che esplorano un aspetto particolare del tema generale. Anche il profilo letterario degli autori è simile, essendo ambedue di estrazione non accademica e dedicandosi, oltre che alla ricerca e divulgazione di carattere folklorico ed etnografico, anche alla narrativa e alla poesia. Infine, per quanto concerne la loro edizione italiana, Sellerio propone in postfazione ad entrambi i volumi due bei saggi di uno dei più eminenti antropologi italiani del secolo scorso, Antonino Buttitta, quasi a sottolineare le comuni motivazioni che hanno sotteso la loro pubblicazione. Nonostante tali similitudini, tuttavia, sia l’esito artistico, sia il valore scientifico dei due testi è a mio avviso nettamente diverso, a favore dell’opera di Le Braz; ciò è dovuto soprattutto alla diversa caratura narrativa dei due autori, ma deriva anche dalla scelta fatta da Savi-Lopez di conferire alla sua opera il carattere di una panoramica complessiva dei miti e delle leggende riguardanti il mare in tutto il mondo, con l’effetto inevitabile di ridurre a mio avviso il testo ad una sorta di bignami un po’ disordinato dell’argomento. Ma chi era Maria Savi-Lopez? Non moltissimo si sa della vita della scrittrice, ed in buona parte le notizie derivano da sue lettere, tra le quali l’intenso carteggio che intrecciò tra il 1885 e il 1901 con l’amico Antonio Fogazzaro e le lettere che scrisse negli anni al suo mentore letterario, l’etnologo e orientalista torinese Angelo de Gubernatis. Incerti sono sia la data sia il luogo della sua nascita: alcune fonti indicano infatti il 1846, altre il 1850, ma un passo di una sua lettera del 1924 nel quale afferma “Non credevo di vivere così a lungo! ora ho 78 anni” fa propendere per la prima ipotesi. Quanto al luogo, la disputa è tra Napoli e Terlizzi (Bari); anche in questo caso una lettera della scrittrice sembra indicare che sia nata nella città partenopea. Ciò che è certo è che l’agiata famiglia napoletana in cui vide la luce, di tendenze liberali, fu costretta pochi anni dopo la sua nascita a rifugiarsi a Torino, in quanto il padre era sospettato di attività antiborboniche. Sempre da una sua lettera si apprende come la sua formazione sia stata sostanzialmente domestica: ”Non sono andata a scuola, ma fin da quando ero bambina ho avuto una grande passione per lo studio, e insieme alla mamma cieca mi piaceva di leggere tanti libri serii della biblioteca di mio padre”. Nel 1875 sposò il medico torinese Edoardo Savi, da cui l’anno successivo ebbe un figlio, Paolo. Fu un matrimonio felice, che tuttavia terminò già nel 1882 con la morte di Edoardo, il che lasciò Maria e il piccolo Paolo in serie ristrettezze economiche. Per superarle, Savi-Lopez si dedicò all’insegnamento privato, professione non solo scarsamente remunerata, ma che ella viveva con un senso di umiliazione. Frequentando archivi e biblioteche, iniziò a interessarsi alle tradizioni popolari delle Alpi, e per raccoglierne miti e leggende intraprese anche una loro coraggiosa traversata. Nel frattempo aveva iniziato a scrivere e pubblicare i primi articoli, saggi e romanzi di una produzione letteraria che sarà molto intensa. Nel 1886 uscì il suo primo volume di carattere etnografico: Le valli di Lanzo: bozzetti e leggende. Nel 1888 tornò a Napoli, dove poté dedicarsi all’insegnamento in alcuni istituti superiori e l’anno successivo pubblicò Leggende delle Alpi, che le diede subito una certa notorietà non solo nazionale, essendo di lì a poco tradotto in tedesco. Entrò a far parte della Società per le tradizioni popolari italiane, fondata da De Gubernatis nel 1892: la sua opera fu apprezzata da Giuseppe Pitré, lo studioso palermitano padre dell’etnologia italiana, autore tra il 1871 e il 1913 della monumentale Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, composta da ben venticinque volumi: non è un caso che Leggende del mare sia dedicato da Savi-Lopez ”Ai miei illustri amici Angelo De Gubernatis e Giuseppe Pitré”. In questi anni di intenso lavoro pubblicò molte altre opere (in totale saranno quasi settanta), tra le quali, in ambito etnografico, il beve saggio Miti e leggende degli indigeni americani (1894) e Nani e folletti (1900), oltre a testi di carattere pedagogico dedicati a giovani e ragazzi, che riflettevano i suoi sentimenti cattolici. Collaborò anche a molte riviste sia etnografiche sia letterarie e ricevette numerosi premi e riconoscimenti, compresa una piccola pensione per meriti letterari. Fu in contatto con numerose personalità culturali dell’epoca, tra cui, oltre a quelle già citate, Benedetto Croce e Giosuè Carducci. Nel 1919 il figlio, da tempo malato e che viveva con lei, morì, e Savi-Lopez si ritirò per il resto della sua vita in un istituto napoletano retto da suore, dove entrò nel terzo ordine francescano, continuando a scrivere sino alla morte, avvenuta nel 1940. Alcuni articoli consultati per documentarmi sull’autrice definiscono Savi-Lopez un’autrice dimenticata. In realtà oggi la situazione editoriale della scrittrice napoletana è un po’ più articolata. Ricercando le sue opere in una delle librerie on-line più fornite, ho trovato ben ventiquattro volumi disponibili, pubblicati tra il 1995 e il 2023 da undici diverse case editrici, delle quali Sellerio è sicuramente la più nota. Tale varietà è però solo apparente, perché nella realtà i titoli pubblicati sono solo tre: oltre a Leggende del mare, disponibile in ben undici diverse edizioni, sono reperibili Leggende delle Alpi, in sette edizioni, e Nani e folletti, in sei edizioni. Evidentemente l’editoria italiana ha ritenuto che solo le opere etnografiche di Savi-Lopez, ed in particolare quelle che ancora vivente la scrittrice avevano avuto maggior successo, presentassero un qualche interesse per il lettore contemporaneo. La ragione per cui tanti piccoli editori si siano affannati nel tempo a ripubblicare solo pochi titoli, senza provare la curiosità di proporne qualche altro, tratto dalla sua imponente produzione, può ricercarsi forse nella stessa prosa della scrittrice che, molto apprezzata all’epoca, mostra oggi spesso tutta la sua età, grazie ad una ampollosità colma di un accademismo tardo-romantico e agli inevitabili accenni alla retorica patriottico-nazionalistica dell’Italia post-risorgimentale, che sarebbe di lì a breve divenuta il brodo di coltura culturale del fascismo. Come esempio di tale prosa, riporto di seguito l’incipit di Miti e leggende degli indigeni americani, rinvenuto in rete. ”Or sono quattro secoli, ad eterna gloria dell'Italia nostra, Cristoforo Colombo spiegò le vele verso le misteriose regioni dove riposava il sole; al di là del gran fiume Oceano, padre degli dei, del mare tenebroso, intorno al quale l'antichità classica ed il Medioevo avevano immaginato strane cose, e detto la leggenda spaventevole o gentile. E prima che egli sfidasse con tanto sapere e tanto coraggio i pericoli, certo della meta gloriosa, vedendola colla fervida fantasia, non era stata soltanto la difficoltà del viaggio verso l'ignoto, lungi dalle coste, che aveva atterrito molte genti innanzi alle acque dell'Atlantico sterminato. [...] E se i vikings pagani, re del mare, avevano già osato navigare prima del mille verso le tristi regioni della Groenlandia, ciò era avvenuto forse perché sapevano dire i magici runi del mare, che, secondo le loro credenze, vincevano le burrasche e le divinità degli oceani; e perché Odino e le Valkirie, a quanto dicono le saghe, stavano sulle loro navi vermiglie, appoggiati alle sponde coperte di pelli preziose, guidandoli nei pericolosi viaggi, all'ombra delle vele di seta che non andavano ammainate tra la furia delle tempeste, ma alzavansi più superbamente, come a sfidarle. Invece le navi dell'italiano immortale andarono innanzi sull'Atlantico senza l'aiuto dei magici runi del mare, e se le bionde Oceanidi non uscirono a danzare intorno ad esse, che pur seguivano l'eterna via del sole; se non sorrisero ai marinai le fate dei Celti, incoronate d'alighe e di conchiglie, non uscirono neppure dagli abissi tenebrosi, dai palazzi di corallo gli dei possenti e i mostri spaventevoli del mare, irati contro l'audace che per la prima volta domava la loro potenza secolare”. Leggende del mare è forse un poco più sobrio, quanto a prosa, ma risente anch’esso fortemente del gusto per il linguaggio forbito, per la bella frase e per l’iperbole retorica che caratterizza tanta parte della letteratura italiana dell’epoca, ed a cui si stava ribellando proprio in quegli anni il romanzo verista. A mio avviso, però, oltre che nel linguaggio i punti di maggior debolezza dell’opera si rinvengono proprio nella sua struttura enciclopedica. Come già accennato sopra, l’autrice sceglie di parlare dei miti e delle leggende legate al mare in tutto il mondo, dal Mediterraneo ai mari nordici, dalla Russia all’India alle isole del Pacifico. Inevitabilmente ciò si traduce in uno sguardo superficiale su mondi culturali affatto diversi, e in qualche modo la stessa autrice è conscia dei limiti della sua opera, quando nell’introduzione afferma che ”per non uscire dai limiti di un sol volume” tratterà solo parzialmente dei miti extraeuropei. Ma anche se si fosse limitata alle leggende europee il compito sarebbe stato probabilmente immane, e una loro analisi (o anche solamente una loro semplice collezione) esaustiva avrebbe comportato ben altro sforzo, come indirettamente dimostrano i venticinque volumi dedicati al solo folklore siciliano del suo maestro Pitré. Savi-Lopez sembra peraltro quasi scusarsi, nell’introduzione, dell’ampiezza spaziale delle sue ricerche, quando asserisce che relativamente poche sono le leggende italiane legate al mare. Significativo è che colleghi tale carenza alla capacità italica di solcare i mari sin dall’antichità: insomma, affiora anche in lei il popolo di navigatori... Anche dando per buono l’assunto che ella abbia selezionato le leggende più significative, resta comunque il fatto che esse vengono proposte al lettore sotto forma di riassunto, una di seguito all’altra in ciascuno dei quindici capitoli tematici in cui il volume è suddiviso, senza che siano affrontati – sicuramente per la carenza degli strumenti analitici che sarebbero diventati il fondamento dell’antropologia comparata – le basi storiche e sociali del sorgere dei miti, il loro essere il risultato dell’intreccio tra archetipi culturali comuni e specificità ambientali, la loro evoluzione nel tempo. Con una visione tipicamente romantica, il sorgere delle leggende per l’autrice è legato alle paure e superstizioni ancestrali di antichi popoli, in particolare indoeuropei, nei confronti del mare e dei suoi sconosciuti pericoli, o all’ammirazione per i pochi eroi che il mare hanno saputo affrontarlo e dominarlo, ed agli adattamenti medievali di tali miti. Su questi assunti, che avevano del resto costituito la base della riscoperta romantica della poesia del popolo nella prima metà dell’800 ad opera dei fratelli Grimm ed altri, Savi-Lopez innesta una vena documentaristica schiettamente positivista, che però si risolve, come detto, in una semplice enumerazione descrittiva dei miti narrati, nei quali il lettore tra l’altro a volte rischia di perdersi. Si potrebbe dire che l’autrice collochi Leggende del mare a metà strada tra un’opera letteraria e un saggio etnografico, e per forza di cose, anche a causa della vastità della materia che tratta, non riesce a conferirgli alcuna di tali due precise identità. Per tornare a quanto detto all’inizio, ben diversa è la forza, sia in senso letterario sia in senso documentaristico, dell’opera di Le Braz, che delimita nettamente il campo spaziale e culturale della sua indagine e si limita a riprodurre quanto ascoltato direttamente dalle fonti orali. Relativamente a Leggende del mare vi è anche da dire che il lettore contemporaneo percepisce inevitabilmente la contraddizione tra il carattere popolare di molte delle storie che vi sono narrate e la lingua colta con la quale vengono narrate. Del resto, nell’Italia dell’ultimo scorcio di ottocento il pubblico di Savi-Lopez non poteva giocoforza essere parte di quegli stessi popoli che erano depositari delle leggende e dei miti narrati, i quali erano lontani nel tempo e nello spazio oppure, nel caso delle poche leggende di tradizione italiana, era composto in gran parte da analfabeti. Il compito che l’attività divulgativa della scrittrice si prefigge è di fare da mediatrice culturale tra le espressioni della cultura materiale popolare e i possibili recettori di tali espressioni, rappresentati dalle classi colte o perlomeno alfabetizzate cui si rivolgeva. Ne deriva che accanto ad un sincero amore per il folklore, cui nell’introduzione al libro ella attribuisce senz’altro il valore di poesia, nei seguenti termini: ”Per questo motivo, senza trasformare le leggende, perché il popolo è poeta sovrano, e l’opera sua va rispettata dall’artista che ammira la sublime poesia formatasi nei secoli, lungi dalle scuole anguste e fredde […] ho scritto per i poeti, per gli artisti, per ogni essere gentile che sogni ed ami guardando il mare”, Savi-Lopez manifesta anche tutta la sua distanza dagli individui concreti che sostanziano tale popolo poeta sovrano, definendoli ”gente semplice ed ignorante che abita sulle spiagge”; del resto anche la poesia di cui è depositario è ”un mondo strano e fantastico” che ”raccoglie tanta parte […] degli errori secolari e delle credenze superstiziose di genti innumerevoli”. Il suo, insomma, è decisamente uno sguardo dall’alto verso la cultura materiale, che intende comunque più come prodotto culturale di antichi e mitici popoli marinari, comunque ignoranti e superstiziosi, che come patrimonio vivente e in qualche modo elemento fondativo della cultura ufficiale. Leggende del mare è quindi un’opera che mostra plasticamente i limiti letterari e metodologici entro i quali si muovevano la ricerca e la divulgazione etnografica di Maria Savi-Lopez: allo stesso tempo è un documento importante se collocato nel panorama dell’avvio complessivo di tale sforzo di ricerca e documentazione, che - nell’Italia postrisorgimentale affannosamente alla ricerca di una ideologia unificante - può essere anche visto come un tentativo oggettivamente democratico di riaffermare le specificità culturali del mosaico nazionale.
Un archivio infinito di miti e leggende che Maria Savi Lopez ho raccolto per noi e non so quale modo perché mi lascia stupito la conoscenza molto profonda di ciò di cui tratta in cui parla.
Interessantissima raccolta di leggende e storie del mare provenienti da ogni angolo d'Europa, dal tono saggistico e scientifico ma anche squisitamente ottocentesco e scorrevole