Cesare Pavese non è soltanto un nome prestigioso della nostra letteratura, è un destino con un punto cieco: alla fine, il suo "valere alla penna", come lui diceva, non servì a riscattarlo dal "vizio assurdo", cioè dalla tentazione suicida, coltivata fin dall'adolescenza...
Era un pomeriggio dell’estate del 1945 quando, durante una passeggiata pomeridiana lungo le strade di Torino, Cesare Pavese fece un’osservazione a Davide Lajolo che riportava alla comune provenienza dal mondo contadino e che spinse Lajolo a rispondere: ”«Vedi, tu sei veramente un personaggio singolare, perché sempre ti riconduci alla campagna. I critici che scrivono di te e i posteri che scriveranno, falseranno spesso lo scopo, perché da una parte non riusciranno a capire come tu sia diventato tanto cittadino, e dall’altra non sapranno che non soltanto nei libri sei spesso a Santo Stefano Belbo, ma vi sei sempre, ogni giorno della vita». E scherzavo, allora, quando aggiunsi: «Io solo potrei scrivere la tua biografia, se non sarà viziata dall’amicizia». E Pavese: «Non sono uomo da biografia. L’unica cosa che lascerò sono pochi libri, nei quali c’è detto tutto o quasi tutto di me. Certamente il meglio, perché io sono una vigna, ma troppo concimata. Forse è per questo che sento ogni giorno marcire in me anche le parti che ritenevo più sane. Tu, che vieni come me dalle colline, sai che il troppo letame moltiplica i vermi e distrugge il raccolto».” Nel 1950 Pavese ricordava ancora quello scambio con Lajolo e chiuse il discorso traendone le conclusioni, ”«Ti ricordi», mi disse, «quella conversazione di Torino, quando parlammo di me, della vigna e del concime? Ora i vermi hanno divorato tutte le radici, e la vigna, gialla di filossera, è morta. È tempo di concludere. Voglio farlo da stoico, ma sono io stoico? L’ultima prova la farò su me stesso»” Fu proprio Davide Lajolo, dieci anni dopo quel 27 agosto 1950, a onorare il debito con Cesare Pavese scrivendone la biografia, perché ”diciamolo, questo libro vuol essere anche un atto di riparazione. Potevamo fare di più, allora, quando viveva accanto a noi? Potevamo capirlo maggiormente prima, anche se eravamo coatti e partecipi nella tragedia della sua e nostra generazione?”. È un tributo onesto, partecipe, amicale, mai agiografico e sempre misurato, rispettoso delle ultime parole di Pavese ”Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”, scritto con l’intento ”di distogliere i lettori di Pavese dall’errore capitale di giudicare la sua figura esclusivamente da come egli la rappresenta nel diario.” Con questo impegno Lajolo ottiene da Maria Pavese il permesso di studiare le carte che il fratello Cesare teneva custodite in un baule nella sua abitazione torinese che non era mai stato aperto dalla sorella. Due giorni prima di morire, Pavese aveva indirizzato a Lajolo una lettera in cui era riportato ”Ora non scriverò più! Con la stessa testardaggine, con la stessa stoica volontà delle Langhe, farò il mio viaggio nel regno dei morti. Se vuoi sapere chi sono adesso, rileggiti «La belva» nei Dialoghi con Leucò: come sempre, avevo previsto tutto cinque anni fa. Meno parlerai di questa faccenda con la «gente» più te ne sarò grato. Ma lo potrò ancora? Sai tu cosa dovrai fare. Ciao per sempre” Il tarlo che ha roso Pavese sin dall’adolescenza, il vizio assurdo, è già lì nel titolo, appena smussato dal fatto di essere racchiuso in un inciso; appartiene a una poesia di Pavese del 1950, ”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo” È il vizio , ”che tormenta già i suoi anni liceali e s’insinua nel suo sangue, come una malattia. È la sua sifilide - come egli scrive - una specie di febbre suicida, che appena espulsa subito torna incurabile.” Il vizio assurdo ripercorre la vita di Pavese dall’infanzia alla tragica morte e ricostruisce la sua evoluzione artistica (”Dal ’28 al ’32 egli infatti si occupa prevalentemente di traduzioni e di saggistica; dal ’32 al ’37 di poesia; dal ’37 alla morte, di prosa narrativa, tranne l’ultima parentesi con Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.”), l’ambiente, le amicizie e il periodo storico mettendo a confronto le carte e i testi delle poesie, i racconti, i romanzi e il diario, ”Ecco come la ricostruzione, pezzo per pezzo, della vita di Pavese, l’accompagnarlo passo passo attraverso le lettere che ha scritto al liceo e durante il confino, nei piccoli episodi e nelle contrastanti riflessioni aiuta a scoprire, anche nel diario, le parti vere e quelle sostenute soltanto da pose letterarie. Ci aiuta cioè a trepidare sulla vita di un uomo, non a giocare su un mito, attorno al quale finora è stato troppo comodo, per chi non l’ha conosciuto, disegnare con gli arabeschi della propria fantasia.” Secondo Lajolo il passaggio dalla poesia alla prosa narrativa era legata al bisogno di Pavese di superare la forma diario per parlare di sé, ”registrare le sue impressioni. Un diario non gli basta: è un’altra cosa. Il mestiere di vivere è scritto perché rimanga come confessione privata da affidare al pubblico soltanto quand’egli non sarà più, per infierire un’ultima volta contro se stesso e, come un attore capace delle più perfette metamorfosi, per rendersi irriconoscibile a chi credeva d’averlo compreso nella vita. A questi racconti Pavese affida invece il vero se stesso di allora, rifugiandosi in altri personaggi per essere più libero d’espandersi «senza il vincolo della confessione». Questi racconti lo aiutano a superare la zona di crisi morale e intellettuale perché non si sostengono sui simboli, ma partono sempre da una realtà. Lo costringono cioè a fare i conti con la vita e con le cose. Nascono così i racconti, che saranno poi pubblicati dall’editore Einaudi, dopo la sua morte, nel 1953, sotto il titolo ‘Notte di festa’. Forse Pavese non li ha voluti dare alle stampe egli stesso perché, come le lettere liceali e quelle del confino, ci riconducono alla sua esatta biografia, molto più fedelmente del Mestiere di vivere. Quello che nel diario, in quegli stessi anni, è detto sul filo spinato della disperazione, nei racconti è riscattato dai fatti che lo riaffezionano lentamente alla vita.” Lajolo ricostruisce il percorso doloroso costellato di solitudine, auto-isolamento, incapacità di aderire sino in fondo e fino alle estreme conseguenze all’impegno politico e alla Resistenza come combattente, incapacità di avere relazioni affettive stabili e la caduta in profonde delusioni amorose, e lo fa mostrando come Pavese vesta di sé i personaggi dei suoi libri, sino a rintracciare i legami con il gesto estremo, ”Vale perciò ancora la pena di tornare a riaffermare che la sua tragica decisione di darsi la morte non può derivare da una sola causa, perché molteplici erano gli interessi e le aspirazioni dell’uomo e dello scrittore che egli sentiva stroncati. Ma non v’è dubbio che più si ritorna ai momenti della sua vita e si segue la cadenza del suo soffrire, più ci si deve convincere che il motivo principale è stato quello di non sentirsi sufficientemente uomo per farsi amare e per possedere una donna. […] Il secondo motivo, in un certo senso altrettanto evidente, che porta Pavese alla sua decisione estrema è senza dubbio quello «di non valere alla penna», di non avere altro più da scrivere, di non provare più alcuna spinta alla creatività. Questo secondo motivo trae origine dall’altro assillo, dall’altro amore, dall’altra passione: quella che è stata per lui fin dai primi anni la vocazione letteraria.” Sono proprio questi riferimenti incrociati, gli intrecci tra la vita e le opere, il supporto dei testi e delle carte a rendere Il vizio assurdo una guida valida per affrontare la lettura e la rilettura dei lavori di Pavese, anche con l’ottimo supporto che può offrire Vita attraverso le lettere. Può essere interessante esaminare anche il punto di vista che esprime Eugenio Borgna in Speranza e disperazione (2020), che riprende alcuni nodi sollevati da Lajolo sessant’anni prima, affermando che ”Il venire meno della speranza mi sembra essere stato alla radice del suicidio di Cesare Pavese […] Mi chiedo, e mi sono sempre chiesto, se questa nostalgia della morte, questo deserto della speranza, abbia accompagnato Pavese nella sua giovinezza, e nella sua età adulta, o se abbia avuto nel corso della sua vita accensioni e assopimenti che si sono infine concretati nel suicidio.” Borgna si chiede ciò che Lajolo si rimprovera, ”E nessuno si è accorto della sua solitudine, e della sua disperazione? […] La solitudine gli è stata familiare, e nel diario del 6 novembre 1938 egli scrive: «Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia» Sono parole nelle quali non si può non intravedere nella solitudine la cifra tematica della vita e della morte di Pavese: nemmeno incrinata dalle sue molte relazioni sociali, e dai suoi trionfi letterari.” Segnalo qui, infine, il bellissimo racconto Il pesce nel ghiaccio, scritto da Ricardo Piglia e contenuto nella raccolta L’invasione, in cui Emilio Renzi, l’alter ego di Piglia, è in ”Italia con una borsa di studio per approfondire l’opera di Pavese” e ripercorre i luoghi e le opere dell’autore, indaga sul suicidio, ne valuta indizi e motivazioni e cita Lajolo, ”Renzi stava rileggendo quei vecchi appunti che ora gli sembravano intimamente legati alla sua ipotesi sulla fine di Pavese. La letteratura, le donne e la morte.”
All in all this was a fascinating bio of one of my favourite writers. Along with Lajolo covering the key moments of Pavese's life, from his childhood, to his tragic death, he includes many letters that Pavese wrote to various persons during his career, including friends and love interests, and the book goes some ways to answer the questions I've been pondering on since reading Pavese's diaries last year. I now have in my head a bigger and better understanding of man who was seemingly not to be understood.
Lajolo, amico di Pavese, ha creato una nuova immagine di lui. Per quanto non mi sento completamente di descrivere quest'opera una biografia, posso dire che è uno splendido racconto di un amico che osserva da fuori e che forse non riesce a cogliere tutto o lo coglie solo dal suo punto di vista. Sono in disaccordo con alcune delle posizioni prese da Lajolo in merito al "vizio assurdo" e sul grande amore della vita di Pavese, ma ho potuto apprezzarne il punto di vista. Un libro che forse non è adatto a tutti, dal momento che da per scontate tantissime informazioni che prevedono uno studio pregresso dell'autore.
Non è facile scrivere la vita di un amico (più che di uno scrittore) di cui senti l’assenza e, in più, il senso di colpa per la tragica fine. Pavese emerge, leggermente mitizzato, attraverso le lettere, gli scritti, gli estratti dei romanzi e tanti racconti personali con lo stesso sapore dei fioretti dei santi. E finisci per volerlo amico. Quello stesso Cesare che aveva scritto nel suo diario del pressante dubbio di proporsi come amico, per la paura di sentirsi mancante e bisognoso tutta la vita.
Although this is written by a close friend of Pavese, the book manages to remain a fairly impartial account of his life rather than a hagiography. As is often the case with figures from certain periods of history, the account goes a little too in depth regarding Italian Fascism and Pavese's political activities during this period - and while his exile had a vital impact on his life and work, I would have like to have read a little more of the personal rather than the political...
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” -cantilenava placido e costante il nostro professore di latino e greco tra un Plutarco e un Cicerone, spesso ripetendo origini e contesto dei suoi moniti al nostro debole comprendonio. Che Pavese fosse uomo da accostare a una Teubner era già allora facile immaginazione, come sa chi ha provato a capire i Dialoghi con Leucò prima dei vent’anni. Il lavoro presto diventato imponente nell’immaginario italiano su Pavese, “Il «vizio assurdo»” (su queste caporali, ottimo Andrea Bajani nella postfazione), aveva reso però presto giustizia al lungo e incessante incontro di Pavese con le lettere greche, rendendo disponibile anche al grande pubblico quel ruolo decisivo che la ricerca accademica solo da pochi decenni ha degnamente rivalutato. Serviva forse egregiamente far decantare un lavoro di ricostruzione filologica della figura dello scrittore che privilegia esplicitamente due categorie, l’erotico e il politico, per ricostruire ragioni letterarie ed esistenziali di questa figura. Come firma dell’Unità in anni decisivi per la sinistra italiana, Davide Lajolo documenta con affetto partigiano i complessi interiori di Pavese e la sua forte partecipazione alla Resistenza. Permane ancora oggi, ovviamente senza ancoraggio nelle fonti e nelle loro opere, la antitesi con un Fenoglio (che è altra figura, diversissima), come se invece il confino di Pavese fosse stata una precoce sbagliata vacanza in Calabria. Rileggere una biografia seria e densa serve anche a questo.
In queste pagine si nasconde una lettura molto intima di Cesare Pavese, attraverso gli occhi di un amico e collega. Il punto di vista è sempre interessante, ma spesso vengono date per scontate tantissime informazioni, soprattutto nella prima parte più corposa dove vengono concentrate riflessioni e racconti sugli scritti e sulla vita dello scrittore. Aiuterebbe molto leggere subito "La breve guida alle opere di Pavese" che si trova a fine libro, quantomeno per aiutarsi nella collocazione temporale di fatti e pubblicazioni.