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Il brigante
Pubblicato nel 1951, ispirato a un episodio di cronaca realmente accaduto in Calabria alla fine della guerra, "Il brigante" è un romanzo che si inserisce nella tradizione del neorealismo e narra la storia di un giovane diventato bandito suo malgrado, solo perché ingiustamente incolpato di aver ucciso.
- GenresFiction
199 pages, Paperback
First published January 1, 1951
About the author
Giuseppe Berto
34 books38 followersGiuseppe Berto (27 December 1914 – 1 November 1978) was an Italian writer and screenwriter. He is mostly known for his novels Il cielo è rosso (The Sky Is Red) and Il male oscuro.
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Community Reviews
Displaying 1 - 7 of 7 reviews
August 4, 2017
Concordo assolutamente con la recensione del Time che campeggia in copertina: “Uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro”. La scrittura è superba: precisa, chiara, né troppo semplice, né troppo ampollosa. Sia per lo stile, che per il contenuto, già soltanto la prefazione (dello stesso Berto) è degna di nota: in poche pagine, anzi in poche parole, riesce a tracciare un quadro dell’immediato dopoguerra e del neorealismo di estrema chiarezza e precisione.
Quello che rende l’opera notevole, pur nella sua semplicità quasi da fiaba, è la completezza: vi si racconta la lotta contadina, culminante in una occupazione delle terre incolte; la storia del brigante Michele Rende che torna dalla guerra partigiana con una coscienza marxista forse un po’ ingenua ma senza dubbio sincera; e infine la formazione del ragazzo Nino che è anche la voce narrante del tutto. Secondo Berto il fatto che questi tre elementi si intreccino senza realmente fondersi rappresenta uno squilibrio del romanzo, ma a mio avviso è forse uno dei suoi punti di forza.
Un altro aspetto notevole è l’ambientazione: la natura e il paesaggio della montagna sono protagonisti del racconto a tutti gli effetti. La vicenda si svolge in Calabria ma effettivamente potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra parte della dorsale appenninica senza apportavi variazioni di rilievo. Pur essendo l’Italia lunga e con tante differenze tra nord e sud, è proprio vero che la dorsale appenninica rappresenta un qualcosa a sé stante, un elemento che accomuna genti e tradizioni.
Concludo citando ancora Berto dalla sua prefazione: “…voglio che questo libro sia una testimonianza della ingenuità e degli errori della mia generazione, e della sua generosità. Noi non capivamo molto, e facevamo speranza di ogni illusione. Ma se poi siamo approdati ad esibizionismo o corruzione, o ad uno stanco scetticismo, la colpa non è tutta nostra.”
Quello che rende l’opera notevole, pur nella sua semplicità quasi da fiaba, è la completezza: vi si racconta la lotta contadina, culminante in una occupazione delle terre incolte; la storia del brigante Michele Rende che torna dalla guerra partigiana con una coscienza marxista forse un po’ ingenua ma senza dubbio sincera; e infine la formazione del ragazzo Nino che è anche la voce narrante del tutto. Secondo Berto il fatto che questi tre elementi si intreccino senza realmente fondersi rappresenta uno squilibrio del romanzo, ma a mio avviso è forse uno dei suoi punti di forza.
Un altro aspetto notevole è l’ambientazione: la natura e il paesaggio della montagna sono protagonisti del racconto a tutti gli effetti. La vicenda si svolge in Calabria ma effettivamente potrebbe essere ambientata in qualsiasi altra parte della dorsale appenninica senza apportavi variazioni di rilievo. Pur essendo l’Italia lunga e con tante differenze tra nord e sud, è proprio vero che la dorsale appenninica rappresenta un qualcosa a sé stante, un elemento che accomuna genti e tradizioni.
Concludo citando ancora Berto dalla sua prefazione: “…voglio che questo libro sia una testimonianza della ingenuità e degli errori della mia generazione, e della sua generosità. Noi non capivamo molto, e facevamo speranza di ogni illusione. Ma se poi siamo approdati ad esibizionismo o corruzione, o ad uno stanco scetticismo, la colpa non è tutta nostra.”
July 31, 2023
Sarò all'antica, ma gli scrittori come lui mi riappacificano con la voglia di leggere.
July 9, 2026
Mi ha preso sempre di più.
L'ingenuità e l'empatia di Nino hanno fatto breccia nel mio cuore.
Emozionante, rétro e molto, molto triste.
L'ingenuità e l'empatia di Nino hanno fatto breccia nel mio cuore.
Emozionante, rétro e molto, molto triste.
March 29, 2024
Non potevo soggiornare in “madrepatria” senza leggere un libro ambientato nella mia regione.
“Il brigante” di Giuseppe Berto è una struggente opera edita originariamente da Einaudi nel 1951, dal grande successo anche fuori dai confini nazionali: venne definito dalla stampa estera (Time Magazine) “uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro”.
Bello e tragico, come la Calabria: terra in cui Giuseppe Berto passava lunghi periodi, e della quale era così tanto innamorato che decise di essere seppellito qui (le sue spoglie oggi riposano a Ricadi, un luogo bellissimo della Costa degli Dei in provincia di Vibo Valentia).
L’autore ci porta in un villaggio dei monti della Sila e narra una vicenda realmente accaduta all’indomani della Seconda guerra mondiale, ricostruendo le vicissitudini del fuorilegge calabrese Michele Rende.
L’operazione dello scrittore veneto, tuttavia, non è una mera ripetizione letteraria di un fatto di cronaca nera. Non è, insomma, un true crime, come diremmo oggi.
“Il brigante” si ascrive piuttosto al filone del neorealismo: raccontando la Calabria piú povera e afflitta degli anni Quaranta, dove campeggiano le distruzioni della guerra e la fame più nera, è un romanzo di autentica denuncia sociale e dal profondo impegno politico.
Mostrando a chiare lettere le profonde sperequazioni tra chi non aveva niente e chi invece deteneva ettari ed ettari di latifondo, “Il brigante” venne definito dall’autore come “un romanzo di stretta osservanza marxista”.
In queste 250 pagine ci sono tantissime tematiche: dalla miseria delle plebi diseredate, alla vendetta feroce contro i torti subiti; dalla tacita e vigliacca alleanza della autorità governative con i potenti locali, alla Resistenza come esperienza decisiva nell'educazione politica anche dei “banditi”.
Non vorrei fare la boomer ma… ragazzi, credo che libri così belli non se ne scrivano (o non se ne pubblichino) più.
“Il brigante” di Giuseppe Berto è una struggente opera edita originariamente da Einaudi nel 1951, dal grande successo anche fuori dai confini nazionali: venne definito dalla stampa estera (Time Magazine) “uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro”.
Bello e tragico, come la Calabria: terra in cui Giuseppe Berto passava lunghi periodi, e della quale era così tanto innamorato che decise di essere seppellito qui (le sue spoglie oggi riposano a Ricadi, un luogo bellissimo della Costa degli Dei in provincia di Vibo Valentia).
L’autore ci porta in un villaggio dei monti della Sila e narra una vicenda realmente accaduta all’indomani della Seconda guerra mondiale, ricostruendo le vicissitudini del fuorilegge calabrese Michele Rende.
L’operazione dello scrittore veneto, tuttavia, non è una mera ripetizione letteraria di un fatto di cronaca nera. Non è, insomma, un true crime, come diremmo oggi.
“Il brigante” si ascrive piuttosto al filone del neorealismo: raccontando la Calabria piú povera e afflitta degli anni Quaranta, dove campeggiano le distruzioni della guerra e la fame più nera, è un romanzo di autentica denuncia sociale e dal profondo impegno politico.
Mostrando a chiare lettere le profonde sperequazioni tra chi non aveva niente e chi invece deteneva ettari ed ettari di latifondo, “Il brigante” venne definito dall’autore come “un romanzo di stretta osservanza marxista”.
In queste 250 pagine ci sono tantissime tematiche: dalla miseria delle plebi diseredate, alla vendetta feroce contro i torti subiti; dalla tacita e vigliacca alleanza della autorità governative con i potenti locali, alla Resistenza come esperienza decisiva nell'educazione politica anche dei “banditi”.
Non vorrei fare la boomer ma… ragazzi, credo che libri così belli non se ne scrivano (o non se ne pubblichino) più.
April 16, 2023
Libro consigliato da GRUPPO DI LETTURA: un piccolo capolavoro a detta di molti.
Libro emozionante scritto in maniera incisiva e fluida. L’autore per me sconosciuto prende spunto dalle vicende di un noto brigante calabro degli anni 40-50. Diverse assonanze con la sua vita. La storia viene raccontata da un ragazzo, Nino affascinato sin da subito dalla figura di Michele renda, racconta la storia della sua famiglia e dell’incontro con il personaggio.
Quest’ ultimo diventa il robin hood del popolo capace di muovere le masse. E’ un libro marxista: il popolo, la terra, il padrone e le forze d’ordine. Cerca di spronare la gente ma il tempo non è maturo.
Libro emozionante scritto in maniera incisiva e fluida. L’autore per me sconosciuto prende spunto dalle vicende di un noto brigante calabro degli anni 40-50. Diverse assonanze con la sua vita. La storia viene raccontata da un ragazzo, Nino affascinato sin da subito dalla figura di Michele renda, racconta la storia della sua famiglia e dell’incontro con il personaggio.
Quest’ ultimo diventa il robin hood del popolo capace di muovere le masse. E’ un libro marxista: il popolo, la terra, il padrone e le forze d’ordine. Cerca di spronare la gente ma il tempo non è maturo.
September 15, 2022
BELLISSIMO
July 30, 2017
Chi come me ha conosciuto Giuseppe Berto grazie a "Il male oscuro" potrebbe rimanere spiazzato dalle prime pagine del "Brigante", il suo terzo lavoro, scritto quando ancora la sua poetica poteva essere inquadrata nel filone neorelista del secondo dopoguerra italiano.
Si tratta infatti di un romanzo che ha quasi del pavesiano: doloroso, dallo stile puntuale e asciutto, anni luce distante dal capolavoro indiscusso dello scrittore veneto; che qui, malgrado gli ingenui ma giustificabili sentimenti socialisti di fondo, riesce a trasmettere al lettore la sua infinita umanità, il suo essere libero e poco allineato, elemento che forse spiega anche il successo del testo all'estero e la sua scarsa fortuna in patria.
Ma nel complesso, si tratta di un testo poco riuscito, direi di transizione; senza dubbio non imprescindibile, ma comunque importante per comprendere al meglio il percorso artistico dell'autore.
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