La “Edizioni di Comunità”, la mitica casa editrice di Adriano Olivetti, è tornata a vivere. Al salone del libro, una giovane ed entusiasta standista della medesima mi ha convinto a comprare questo libretto. Senza fare troppa fatica del resto, dato che la mia stima e simpatia per l’utopistico uomo delle macchine da scrivere (e di molte alte cose) era fuori discussione. Non so, sarà una mia impressione dato che di filosofia della politica sono abbastanza digiuno, e bisogna anche dire che non è che da questa cinquantina di pagine ci si possa fare un’idea del pensiero dell’uomo. Ma ho trovato il libro decisamente superficiale e poco pregnante; si limita ad accennare ai limiti della democrazia, e ad ipotizzare che meglio della democrazia rappresentativa sarebbero delle comunità paritetiche, fortemente incardinate sul territorio. Probabilmente la definizione di cosa siano queste comunità è demandata ad altri scritti che non ho letto. Quello che soprattutto mi ha lasciato perplesso, è anche il continuo richiamo all’ispirazione cristiana che dovrebbe informare queste comunità. Se non si sapesse quello che Olivetti è veramente riuscito a fare a livello industriale e sociale (giù il cappello) queste poche note potrebbero essere i presupposti ai deliri di un qualsiasi cattolico destrorso (o teocon) che vede nel ritorno a Dio e al suo ordine, rigorosamente interpretato in chiave dogmatica e coercitiva, la soluzione dei mali del mondo, e per il quale la democrazia è sterco del diavolo. Ma, ripeto, probabilmente sono io che mi sbaglio, sono io che non ne so abbastanza.