Due schieramenti nemici si sfidano ogni settimana su un terreno di rabbia e sono gli ultrà e i celerini. A Genova un gruppo di tifosi sceglie di non accettare imposizioni e ingaggia uno scontro frontale con la polizia. L'odio per le divise riesce a unire reduci del G8 ed estremisti di destra, adolescenti eccitati dalla guerriglia e uomini perseguitati dai fantasmi di un passato insopportabile. Tra le forze dell'ordine c'è chi è acceso dall'adrenalina e chi non può liberarsi da un tremendo rimorso, chi vuole raccontare in un libro la sua storia e chi potrebbe segnare la propria con un errore fatale.
Se sei di Genova, come me, sentir parlare di forze dell'ordine e manifestazioni è sempre difficile. Anche se sei troppo giovane per aver vissuto il G8, come me, quello è sempre lì, uno spettro che incombe e che non riusciamo a lasciarci alle spalle in qualche modo. È l'ansia che ti prende quando sei in coda a un corteo, entri in una delle gallerie cittadine e ti volti a guardare i carabinieri alle tue spalle, e i pensieri corrono, e ti chiedi chi fosse di loro in servizio quei giorni, ma soprattutto la notte della Diaz. Chi sarebbe pronto a rifarla da capo. Ti si stringe parecchio il culo, anche se lì non c'eri. È la rabbia e la vergogna che si prova a sentire un uomo piangere e ringraziare per essere stato maciullato a sufficienza da non poter essere dirottato su Bolzaneto. È la tristezza che io ho avvertito a un Salone del Libro, parlando con una ragazza un po' più grande sconosciuta, che a sentire che ero di Genova si è messa a tremare e con le lacrime agli occhi mi ha spiegato perché non ci sarebbe mai potuta tornare.
La questione a ogni partita calda, a ogni derby, a ogni corteo acceso torna in scena e si fa prepotente. O le occasioni in cui ti sembra che la tua città sia in mano a un drappello di delinquenti e nessuno abbia le palle per fare qualcosa. Tipo quella dannata amichevole con la Serbia o quel che era: per tutto il giorno si sono visti personaggi discutibili e molto ubriachi vagare in gruppetti inquietanti in città. A fare casino, imbrattare ovunque. Ricordo di essere uscita da una lezione in uni ed essere scappata via, perché col rimbombo in via Balbi sembrava arrivasse l'esercito del signore degli anelli. E li hanno lasciati entrare lo stesso allo stadio, ed è andata di culo che non abbiano tirato petardi sul settore dove c'era il club dei bambini.
La linea sottile su dove e quando intervenire è veramente molto, molto sottile. Sul come, ancora di più.
Ho voluto leggere questo romanzo perché mi interessava il punto di vista del poliziotto, e malgrado gli "abbellimenti" lirici e le storie lacrimevoli, specie nel finale, credo che il resoconto sia abbastanza onesto su entrambe le parti. Credo che la cosa che dia più fastidio sia vedere quanto alla fine le due frange più estreme dei due schieramenti siano terribilmente simili nel modo di pensare e intendere l'altra parte, i "nemici". Ho divorato la seconda metà, perché lo stile è incalzante e mi è piaciuto molto, anche se non so quanto sia merito dell'autore e quanto dello staff Einaudi che si è occupato di questo romanzo. Una prima opera interessante, in ogni caso.
La cosa che più apprezzo è che non cerca di dare soluzioni facili. Perché sarebbe davvero l'ipocrisia peggiore.
Cinquecento pagine forse sono troppe, Gazzaniga non sembra gestirle tutte al meglio e certi passaggi non sono un granchè. Ad esempio forse si poteva evitare la storia d'amore tra il poliziotto e la studentessa universitaria di sinistra, contestatrice, che finisce per comprendere le ragioni del celerino-amante "..io avevo tanti preconcetti su voi poliziotti. Poi però ti ho conosciuto e boh, non so, ho capito tante cose...". E' di imbarazzante ingenuità, sinceramente. La scrittura, in generale, non mi piace molto. Non avevo mai sentito parlare del premio Calvino e non ne conosco il valore, ma certo il nome che porta lascia importanti aspettative che rimangono, secondo me, insoddisfatte. Nonostante questo, il libro è divertente e mantiene un buon ritmo (soprattutto nella seconda parte) grazie ai capitoli brevi e incalzanti. L'autore è un poliziotto, conosce bene le dinamiche degli scontri sulla strada tra forze dell'ordine e ultrà di ogni tipo, lavora a Genova dove le vicende del G8 e della scuola Diaz sono una ferita ancora aperta con cui fare i conti. L'esperienza diretta però nel racconto mi pare abbastanza edulcorata e banalizzata, se si escludono le descrizioni degli scontri di piazza e dei movimenti dei due schieramenti in campo. Tutto molto patinato. L'intento educativo emerge troppe volte e fastidiosamente. John King e gli Headhunters sono lontani e io mi aspettavo altro, ma comunque è un romanzo con cui passare qualche piacevole ora di svago. In fin dei conti non morde.
Bello davvero questo libro: appassionante, avvincente, duro come il cazzotto di un ultrà ma, purtroppo, tristemente realistico. La storia, che si svolge a Genova ma potrebbe ahimé svolgersi in una qualsiasi altra piazza calcistica, è quella di un gruppo di ultras genoani e a raccontarcela è Riccardo Gazzaniga, uno che di professione non fa lo scrittore ma il sovrintendente di Polizia. Quello che esce da queste 500 godibilissime pagine è quindi, sotto forma di romanzo, uno spaccato della realtà malata che gira intorno al calcio, un evento mediatico e di massa che diventa per alcuni occasione di sfogo violento e di scontro con la Polizia oltre che con i tifosi nemici. Data l'ambientazione, anche il G8 gioca la sua parte e alla fine non si può non ritrovarsi a riflettere sull'animo umano e sui suoi lati più oscuri...
Primo libro scritto da un autore italiano, giovane, genovese e di professione poliziotto. Vincitore del Premio Calvino. Ambientato a Genova poco tempo dopo i fattacci del G8. Un romanzo che racconta in modo dettagliato le sfumature che può assumere il fanatismo calcistico, degli gli ultrà genoani e le difficoltà del lavoro di un poliziotto che fa servizio negli stadi. Molto bello, scritto bene e di lettura scorrevole.
Questo romanzo qualche problema di giudizio me lo provoca. ha chiaramente dei difetti che altrimenti problemi non me ne creerebbe. ma ha anche una storia potente, un punto di vista difficilmente preso in considerazione, quello della celere negli scontri con gli ultrà. questo libro dice forse qualcosa di più su questo mondo di quanto si potrebbe imparare da tanti saggi. ed è un punto di vista onesto. questa è la grande virtù del libro. il difetto è che la tecnica di scrittura è tutt'altro che perfetta. lo scrittore si è un po' lasciato prendere la mano da tanti dettagli delle storie che racconta. tutti i suoi personaggi hanno un che di irrisolto e troppe volte scrive di non sapere come comunicare certi passaggi mentali degli stessi. purtroppo il mestiere dello scrittore è alla fine proprio questo mettere in contatto con le sensazioni senza necessariamente spiegarle. per fortuna c'è tanta verità e tanta competenza nella materia trattata ed il libro, pur troppo lungo, scorre via liscio. insomma sicuramente qualcosa di molto più serio di una lettura vacanziera, ma ancora troppo grezzo. se lo scrittore c'è davvero bisognerà vedere nelle prossime prove, ma questo resta un romanzo che pur tra molte ingenuità, vale il prezzo del biglietto e la prestigiosa collana che lo pubblica
Un libro molto interessante che tratta una tematica ahimè reale e spinosa. Scritto molto bene, si legge in maniera scorrevole. Quello che ho più apprezzato è che l'autore, nonostante sia un funzionario della polizia, abbia descritto ultrà e poliziotti senza dare un giudizio negativo sui comportamenti dei primi e uno positivo sui secondi. Bello bello bello
Le due barricate... Molto bello. Per chi ha avuto la fortuna di aver vissuto di persona le esperienze descritte ed i luoghi, ogni pagina era un' emozione in piú.