L'arte non ha leggi universali, di certo però in ognuna delle sue fasi vigono divieti obiettivamente vincolanti. Questi si irradiano dalle opere canoniche. L'esistenza di esse intima subito che cosa da lì in avanti non sarà più possibile. (Paralipomena, p.418)
Complessa opera postuma e incompiuta di Adorno, Teoria estetica è un enorme frammento di oltre quattrocento pagine in cui il filosofo intraprende una tortuosa ricerca alla scoperta dell'arte del XX secolo tra le opere di Beckett, Valéry, Klee, Debussy, Dalì, confrontandosi, nel mentre, con le teorie estetiche dei due secoli precedenti, in particolar modo con Schiller, Kant e Hegel.
La struttura delle riflessioni di Adorno è spiraliforme, quasi simile alla logica hegeliana, giacché l'intento di spingere l'arte dall'interno per farne emergere la sua vera essenza si snoda in un'eterogeneità di riferimenti e concetti che potrebbero cogliere impreparato qualunque tipo di lettore: per entrare nel vivo di questo lavoro, infatti, è richiesta una preparazione artistica e filosofica di alto livello, nonché una costante attenzione alla densità dei contenuti espressi dal filosofo in ogni singola frase, poiché molte tematiche si sovrappongono tra loro, si perdono per poi essere recuperate in un ragionamento assolutamente asistematico.
Nonostante questa difficoltà nel superare la barriera culturale di Adorno, l'orizzonte filosofico che viene tracciato nell'opera è di altissima qualità e di ispirazione per tutti coloro interessati all'estetica del secolo scorso, sicché troveranno tra le righe di questo impenetrabile testo un sacco di spunti per costruire il proprio percorso alla ricerca del senso dell'arte e del bello.
Tracciare, pertanto, una recensione completa su questo lavoro è impossibile, tuttavia ci sono diversi spunti che sono riuscito a trarre dalla lettura, primo tra tutti il cosiddetto "godimento dell'arte", che secondo Adorno è inesistente nei confronti delle presunte opere d'arte. Infatti, scrive il filosofo francofortese:
Chi gode delle opere d'arte in modo fattualmente concreto è un filisteo; espressioni come "delizia per gli orecchi" ne provano la colpevolezza. Ma se l'ultima traccia di godimento fosse estirpata, la domanda su perché ci sono in generale le opere d'arte creerebbe imbarazzo. Di fatto le opere d'arte vengono tanto meno godute quanto più uno ne capisce. (Arte, estetica, società - "Godimento dell'arte", p.19)
Osservando le opere di un De Chirico o di un Dalì lo stupore lascia spazio agli interrogativi su quale senso pervada le loro tele, e a detta di Adorno, l'intenzionalità deve essere taciuta:
Ma alle opere d'arte riesce sempre più difficile comporsi come connessione di senso. A ciò esse rispondono alla fine con la rinuncia all'idea di essa. Quanto più l'emancipazione del soggetto ha demolito tutte le immagini di un ordine già dato e capace di dar senso, tanto più problematico diventa il concetto del senso quale rifugio della sempre più sbiadita teleologia. (Concordanza del senso - crisi del senso, p.205)
Un'altra interessante riflessione di Adorno verte sull'evoluzione delle categorie di bello e di brutto; già a partire dai Minima Moralia, è criticato, soprattutto, il concetto di "kitsch", che si propone come punto focale di una nuova e quanto più ambigua "dialettica della bellezza" che ha attraversato tutto lo sviluppo dell'arte novecentesca:
Nella storia dell'arte la dialettica del brutto risucchia in sé anche la categoria del bello; da questo punto di vista il kitsch è il bello in quanto brutto, tabuizzato in nome dello stesso bello che esso un tempo è stato e ora contraddice in assenza del proprio antagonista. (Sulle categorie del brutto, del bello e della tecnica - sulla categoria del brutto, p.65)
In questi termini il brutto si discosta da come lo aveva inteso Rosenkranz, cioè un momento necessario per lo sviluppo del bello, e la sua mediazione attraverso il comico si perde: esso non ritorna all'idea di bello comunemente intesa, bensì fonda esso stesso una nuova "categoria" di bellezza. Il taglio nervoso e la linea incisiva di Schiele, ad esempio, tradiscono, nella loro apparente bruttezza, una bellezza psicologica ed introspettiva di altissimo rilievo, ci comunicano qualcosa di molto più profondo del semplice dolore dell'esistenza, rivelano quell'angoscia caratteristica in ognuno di noi.
Lo spirito nelle opere d'arte trascende sia la loro cosalità sia il fenomeno sensibile e tuttavia sussiste solo nella misura in cui sussistono quei momenti. In negativo ciò vuol dire che nelle opere d'arte niente è letterale, meno che mai le loro parole; lo spirito è il loro etere, ciò che parla attraverso di esse, o, in maniera forse più rigorosa, ciò che le rende scrittura. (Il bello artistico: "apparition", spiritualizzazione, evidenza - l'arte come qualcosa di spirituale, p. 117)
In aperta polemica con Kandinskij, Adorno contesta la pretesa di poter tracciare una teoria dei colori e delle linee: il loro significato può solo essere espresso mediante termini puramente trascendentali. In Kandinskij le composizioni si leggono mediante la sua teoria, in Malevich le forme geometriche trascendono i limiti del comunicabile per farsi manifesto di uno spirito a cui l'uomo può solo abbandonarsi mediante una disinteressata contemplazione, un illusorio tentativo di diventare un tutto unico con l'opera, di abbracciare la purezza della linea e l'accostamento dei colori. Mondrian, allo stesso modo, esprime una ricerca puramente spirituale, un continuo riassunto di linee e di forme che raggiunge il suo vertice nel momento in cui queste pretendono di essere lette secondo il ritmo di un ballo, e l'osservatore può solo stupirsi mentre il pittore svela quei fantasmi nascosti da tutto ciò che ci circonda per farci manifesti di un orizzonte sconfinato oltre il quale non riusciremo ad andare, la sua pittura comunica la fatica propria dell'uomo di cercare di superare il limite trascendentale.
Sotto una certa ottica, le opinioni di Adorno si intrecciano con quelle di Merleau-Ponty: entrambi riconoscono all'arte un ruolo estremamente importante, con la differenza che nel pensatore francese essa rientra in una dialettica del visibile e dell'invisibile legata alla carne e alla percezione, mentre è invece, per il filosofo francofortese, un punto focale nello sviluppo di una teoria critica della società e dei suoi consumi, ed in questo contesto è sottile quanto presente il confronto con l'opera di Duchamp e lo sviluppo delle tendenze informali: l'arte diventa una parte talmente integrante della nostra vita al punto che elaborarne una teoria, dispiegarne i vari motivi, trovarne un senso, è un compito per nulla arduo, impossibile a priori.
Il testo di Adorno è un tentativo sincero e di altissimo livello, seppur incompiuto, di svelare una parte inscindibile dell'esistenza e di valicarne quegli insormontabili limiti che richiedono pazienza e fatica per essere superati: chiunque si troverà spaesato in un lavoro del genere, bisogna solo accettare la sfida e lasciarsi travolgere dall'affascinante vortice dell'estetica.
Il carattere d'enigma è il brivido come ricordo, non come presenza in carne e ossa. (Paralipomena, p.387)