Sebbene sia un’estimatrice di Camilleri (e non solo del Camilleri di “Montalbano”), questo romanzo mi ha lasciata un po’ perplessa e, sinceramente, non lo trovo molto riuscito. Condivido molte delle critiche che gli sono state mosse da altri utenti di aNobii.
Ad esempio, concordo con Jestercap sul fatto che l’uso del dialetto siciliano sia decisamente aumentato e che questo non giochi a favore delle fluidità espressiva. Se, all’inizio, il mix tra italiano e siciliano era ben calibrato, ora lo sbilanciamento a favore del secondo mi pare eccessivo.
Concordo anche con Procyon Lotor quando osserva che “Compaiono anche in questo alcune esplicite tirate terzomondiste e solidali sulla misera immigrazione a mo’ di lezioncina.
Preferivamo quando questi sentimenti erano mostrati attraverso la storia come nel “Ladro di merendine” e molti altre occasioni, se incollati sopra come un'etichetta diventano fervorini morali che sanno alternativamente da minculpop da librocuore e altre sventure didascaliche”. Indubbiamente questi “buonismi” così politically correct, ficcati a caso all’interno della storia, stonano, oltre che a non dire assolutamente nulla né di nuovo, né di sostanziale.
Personalmente, non ho mai letto Camilleri per la “trama gialla” che fa da sfondo ai romanzi di Montalbano. L’ho sempre considerata secondaria rispetto al particolare universo letterario che ha saputo creare. Tuttavia è indubbio che, in questa occasione, anche la storia “poliziesca” in sé faccia abbastanza acqua e venga trascinata avanti in modo fiacco, poco convinto e talmente frammentario da risultare quasi fastidioso.
Assolutamente ridicola e risibile, al limite della stupidaggine, è poi la questione sorta con Lattes e con il questore Bonetti-Alberighi circa la morte del “presunto” figlio di Montalbano. Se il fatto che Lattes non sia mai riuscito a ficcarsi in testa che Montalbano non sia sposato e non abbia figli e, di conseguenza, chieda sempre al commissario notizie di questa fantomatica famiglia era un particolare che poteva starci e che finiva per caratterizzare il personaggio, scegliere di protrarre la farsa sino alle estreme conseguenze, con tanto di invio di un cuscino mortuario, decisamente stride e travalica i limiti di “creduloneria” di qualsiasi lettore. Inoltre, resta del tutto in sospeso, perché nonostante la lavata di capo, il questore lascia poi cadere l’argomento e, dal canto suo, Montalbano semplicemente evita di parlare con Lattes. Parentesi decisamente mal riuscita.
Altro punto che, ormai, appare da troppo tempo trascurato è il rapporto con Livia. So che l’eterna “zita” non è simpatica a molti lettori e mi sa che ha ragione FelixTheCat_974 quando dice: “Mi sembra che l'affaire Livia/Salvo stia seguendo più che un'evoluzione narrativa, la "vox populi", visto che i lettori mal sopportano la donna del commissario e lo vorrebbero accompagnato da una persona più "umana". Credo proprio che questo utente di aNobii abbia centrato un punto fondamentale: Camilleri sembra voler lasciar scivolare questo particolare aspetto più verso la “soap opera” che non seguire uno sviluppo narrativo più maturo e, per così dire, di livello superiore.
Decisamente “disonesto” ho poi trovato il finale, un modo raffazzonato, frettoloso e insoddisfacente per chiudere “il problema Laura”, tanto più che è proprio su questa possibilità d’amore che, in pratica, si regge quasi tutto il romanzo. E’ “disonesto” perché evita di mettere Montalbano nella necessità di prendere decisioni e, di nuovo, rimanda indefinitamente il chiarimento con Livia. E, implicitamente, prende in giro i propri lettori. Finali così me li aspetto da scrittori di scarso talento, non certo da Camilleri che i ferri del mestiere, di solito, li sa usare bene.