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Il viaggiatore

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Anarchico viscerale incapace di accontentarsi di verità ricevute, vulnerabile e malato di “simpatia”, Dagerman appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus, dei ribelli alla condizione umana. “Sua colpa fu l’innocenza”, lascia scritto come epitaffio nel Viaggiatore, la colpa di chi ha scelto di non venire a patti con la vita, non riuscendo a perdonare a se stesso neppure di aver fatto della sua disperazione un’opera d’arte. “Le grandi tragedie”, dice un suo personaggio, “sono già tutte accadute nel passato”, quelle che restano oggi sono soltanto “tragedie minori”. E “tragedie minori”, appunto, sono quelle che esplora in questi racconti, momenti di epifania in cui i protagonisti, quasi tutti adolescenti e bambini, sono costretti a riconoscere che la “grande tragedia” dell’ingiustizia del mondo si incarna nella loro piccola quotidianità, e li ha marchiati per sempre, relegandoli nel lato ombra della vita. Un giorno, come spiragli di fuga, compaiono nella loro esistenza i simboli di un destino diverso: un’auto da Stoccolma, una scacchiera da viaggio, un berretto da liceale, un lord che cerca l’acqua verde. Ma l’illusione del riscatto rende ancora più amara e ineluttabile la sconfitta: per Dagerman, come per i suoi personaggi, è “troppo tardi” per la felicità. La libertà, l’amicizia, il calore appartengono a un mondo in cui saranno sempre degli estranei: come i fuochi della notte di San Giovanni brillano lontano, dall’altra parte della baia, dove loro semplicemente “non esistono”.

140 pages, Paperback

First published January 1, 1991

4 people are currently reading
259 people want to read

About the author

Stig Dagerman

82 books243 followers
Stig Dagerman was one of the most prominent Swedish authors during the 1940s. In the course of five years, 1945-49, he enjoyed phenomenal success with four novels, a collection of short stories, a book about postwar Germany, five plays, hundreds of poems and satirical verses, several essays of note and a large amount of journalism. Then, with apparent suddenness, he fell silent. In the fall of 1954, Sweden was stunned to learn that Stig Dagerman, the epitome of his generation of writers, had been found dead in his car: he had closed the doors of the garage and run the engine.

Dagerman's works deal with universal problems of morality and conscience, of sexuality and social philosophy, of love, compassion and justice. He plunges into the painful realities of human existence, dissecting feelings of fear, guilt and loneliness. Despite the somber content, he also displays a wry sense of humor that occasionally turns his writing into burlesque or satire.

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Profile Image for Nood-Lesse.
429 reviews328 followers
January 17, 2024
I primi quattro racconti di questa raccolta (ambientati in Svezia alla fine degli anni ’40) hanno sicuramente la misura adeguata e il ritmo congeniali a questa forma di letteratura. Il velocista deve allenarsi in modo differente rispetto al fondista, il suo obiettivo non sono le cinquecento pagine

Allora mi sono detto: E tu? Anche il tuo desiderio è tale da essere capace di gettarti a mare per raggiungerlo?

Questa domanda che in un romanzo andrebbe persa nel mare dei caratteri, inserita in un racconto, usata come banchina, diventa il senso di ciò che si è letto fino a quel momento.
Io, come Dagerman, ho grande ammirazione per coloro che sono in grado di desiderare fino a diventare il loro desiderio.
Nei racconti ricorre spesso la figura del postino, deve esser stata una delle professioni dell’autore. Se i primi quattro racconti sono buoni e mettono in risalto la scarsità dei mezzi dei meno abbienti

I figli dei poveri hanno quasi sempre libri di scuola usati, comprati di seconda mano e pieni di macchie e annotazioni fatte da altri. Sul frontespizio c’è il nome del primo proprietario scritto a stampatello grosso. Non c’è verso di cancellarlo. I figli dei poveri scrivono il loro nome con tratti matita leggeri, facili da cancellare perché le loro madri possano ricavarne il miglior prezzo quando li rivenderanno alla fine dell’anno scolastico

Il quinto “La sorpresa” è di una tristezza inesorabile. Il protagonista è un bambino di nome Åke, orfano del padre e invitato al compleanno del nonno che abita in una città vicina alla sua.
I racconti restanti mi sono piaciuti di meno ma sono comunque di buon livello, come “La scacchiera” che racconta di due alunni e del loro professore più stimato, del modo in cui nell’adolescenza sia frequente perdere tutto ciò che si ha in termini di relazioni e affetti extra familiari.
Alla fine della raccolta c’è la sezione saggi (postumi) e il primo di essi è a dir poco spiazzante. Essendo declinato in terza persona dà l’idea di essere opera di un qualche critico particolarmente duro nei confronti dell’autore, invece (ho trovato l’informazione in rete) è l’autore che parla di sé come farebbe in un diario, non risparmiandosi niente di ciò che crede gli altri pensino di lui, anzi oltrepassando il loro sentire per auto condannarsi in modo ancora più netto. Sempre in rete ho trovato l’informazione che Stig Dagerman è morto suicida a soli 31 anni.
Copio gli incipit di due dei suoi racconti, sperando che a qualcuno venga voglia di leggerne anche il seguito

Le grandi tragedie sono già tutte accadute da molto tempo. Possiamo leggerle nei libri o vederle a teatro. Ai nostri giorni accadono solo tragedie minori, del tipo di gente che mette al mondo figli senza avere i mezzi per sposarsi..
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Ci sono persone che non fanno niente per essere amate e lo sono lo stesso e altre che fanno di tutto per essere amate e non lo saranno mai
Profile Image for Ubik 2.0.
1,076 reviews295 followers
August 23, 2021
“La gente è fatta così da queste parti…”

Difficile separare il lirismo, la purezza dello stile, il nitore quasi glaciale, la capacità suggestiva, in definitiva il piacere intrinseco alla lettura di questi racconti, dalla disperazione esistenziale che promana dalle pagine di Dagerman, il senso della perdita, l’ingiustizia della vita, il paesaggio stesso della Svezia descritto negli anni immediatamente successivi alla 2a Guerra Mondiale, ancora intrisi di miseria, desolazione, assenza di speranza.

Quindi è molta la tristezza che investe il lettore, ma d’altra parte cosa sarebbero questi racconti senza il tono grigio, austero, un po’ bergmaniano che avvolge e rimpicciolisce i personaggi, molto spesso bambini o adolescenti come il protagonista del racconto per me più efficace della raccolta, Il freddo della notte di San Giovanni, la storia, anzi l’istantanea di un ragazzo di periferia e di famiglia poverissima che, a seguito di una bocciatura, dovrà abbandonare la scuola e gli amati testi, per contribuire al bilancio familiare ed impiegarsi come portalettere. Così Dagerman introduce il racconto, tracciando già in premessa le coordinate del soffocante universo circostante: …la stanza è afosa e piccola e ha una finestra stretta che da sulla vita. Attraverso la finestra il ragazzo vede il cielo come una sottile insenatura chiusa fra le alte case e le sue palpebre… la finestra dà su cinque cortili lastricati di pietra e asfalto, in uno dei cortili c’è un pioppo. In quattro ci sono sempre dei panni stesi ad asciugare, flosci e ingialliti come foglie morte.

”Il Viaggiatore” è una raccolta piuttosto disomogenea, come dimensione dei racconti, ambientazione, scelta dei soggetti, anche se costantemente domina il senso di solitudine, impotenza e delusione, come davanti a un regalo disprezzato, alla perdita dell’innocenza, alla presa di coscienza della propria ineluttabile povertà; in qualche caso l’atmosfera sfocia nella tragedia di un incidente annunciato con un ritmo che, per una tragica concatenazione di eventi, scandisce come in un conto alla rovescia il momento della cancellazione della vita di un bambino.

Racconti autonomi, privi di evidente connessione fra loro e destinati a proseguire nell’immaginazione del lettore oltre l’improvvisa conclusione di ognuno di essi; restano accomunati soltanto dalla sensazione di malinconia e incomunicabilità dei sentimenti, fino all’ultimo frammento di non più di mezza pagina, che dà il titolo alla raccolta e che più di un racconto sembra un epitaffio.
Profile Image for Federica Rampi.
704 reviews234 followers
April 25, 2021
“Ci sono persone che non fanno niente per essere amate e lo sono lo stesso e altre che fanno di tutto per essere amate e non lo saranno mai. Le persone molto povere, è facile constatarlo, fanno spesso fatica a farsi amare”

Stig Dagerman scrive con la disperazione di chi sente troppo, di chi ha l'animo ferito dall’indifferenza, dall’ingiustizia, dalla disparità.

Da artigiano della parola, la sua scrittura ha una profondità semplicissima che si fa partecipe al punto da creare un’affinità con le vite di coloro che troppo presto hanno capito cosa significhi vivere tra sconfitta ed emarginazione
Questi racconti sono storie di bambini, di giovani e giovanissimi che rappresentano le tragedie minori di chi si sente sconfitto dalle illusioni nelle quali ha creduto, nella convinzione che si potesse fare qualcosa per cambiare il mondo.
E invece si ritrovano a sopravvivere sperando che passi l'inverno, quello della grigia Svezia e anche quello del cuore.
È in questo modo che lo stile di Dagerman entra prepotentemente nella mente di chi si immerge nei racconti di queste nove vite dove la sua disperazione, impotenza e rabbia diventano anche le nostre e per un breve momento sentiamo come lui vorrebbe, diventando un po' meno sordi, perché grazie a lui, il silenzio si spegne.

“No, disse la nonna, il silenzio non esiste. Tutto si sente. Quel che noi chiamiamo silenzio non è silenzio, è solo la nostra sordità. Se non fossimo così sordi, il mondo non sarebbe così cattivo. Ma per fortuna c’è qualcuno che sente.”


Profile Image for The Frahorus.
1,000 reviews101 followers
March 4, 2019
Questo libro raccoglie dei racconti brevi dello scrittore svedese Stig Dagerman, morto suicida a soli 31 anni. Il tema centrale - a mio modesto parere - di questa raccolta è la tragedia: il bambino che viene per sbaglio ucciso mentre attraversa la strada (Uccidere un bambino) o la nonna traumatizzata dalla guerra (A casa della nonna) per citarne un paio. Lo stile di Stig è impregnato di solitudine e tristezza, in ogni racconto emerge la povertà dell'uomo (sia fisica che spirituale), e non a caso quasi tutti i protagonisti sono dei bambini (che guardano il mondo con ancora innocenza).

L'uomo che ama trova una conchiglia sulla spiaggia. Quando la porta all'orecchio non sente né il mare né il vento né gli angeli, ma la sua stessa voce che canta: Ti amo. Non ha mai udito niente di così bello.
Profile Image for Rebecca.
129 reviews45 followers
February 9, 2016
Stig Dagerman mi ha lentamente distrutto. È un autore crudo e doloroso. I suoi racconti parlano di povertà, di colpe che non si espieranno mai, di momenti in cui improvvisamente devi diventare grande e affrontare quella vita che ti ha bastonato. Mi ha ferita, lacerata. E tutto ciò è meraviglioso. Sarebbero 4.5 ma per lui anche 5.
Profile Image for SirJo.
235 reviews8 followers
September 11, 2017
Tristezza, desolazione, solitudine, angoscia.. sono i temi dei brevi racconti raccolti in questo libro. Non c'è alcuna possibilità di intravedere un barlume di speranza. Non cattura il lettore e trasmette un senso di vuoto esistenziale che, personalmente, non mi dice nulla. Camus, citato come paragone nella presentazione del libro, è tutt'altra cosa
Profile Image for Claudia  Ciardi.
9 reviews2 followers
July 30, 2011
Il Dagerman viaggiatore è schivo e solitario, cerca di superare i limiti di un’Europa irrigidita nella reprimente atmosfera del dopoguerra senza trovare un varco per se stesso né per le sue idee. Ma il naufragio del giovane scrittore svedese, nel quale è riflessa l’impressionante deriva di un’intera generazione amputata dalla guerra, non ha a che fare con il disincanto politico, almeno non solo con questo. Si tratta piuttosto in lui di uno scollamento dall’ideale, e dunque dal percorso artistico che ne è originato, il cui repentino affiorare tocca nodi irrisolti della sua personalità, come del resto ammette in alcune prose appartenenti all’ultimo periodo di attività e pubblicate postume.

Dagerman, non manca di osservare Goffredo Fofi nella sintetica introduzione a questo volume, s’impone nel giro di pochissimi anni, dal ’45 al ’49, quale voce dell’emarginazione: «Il giovanissimo Dagerman scrive sui giornali anarchici, è onnivoro e dinamico, viaggia e investiga, soffre e protesta, studia e propone. Legge libri, non solo romanzi; e vede film, scopre il teatro, si muove nell’agitata bohème di una Liberazione che ha molto amaro in bocca. Istintivamente sceglie sempre la parte dei perdenti (vedi il reportage sulla Germania anno zero edito dal Quadrante) e degli emarginati, in un tempo in cui l’emarginazione sembra quasi continuare a colpire le maggioranze».

Insieme a Bergman, il cui esordio alla regia avviene nel ’45, sono i narratori di caratteri spezzati, fiaccati dalle paure, vissute durante la tragedia nazista e destinate ad abitare l’immaginario collettivo per lungo tempo. La loro opera quindi si indirizza da subito a investigare una condizione umana facilmente esposta a nuovi ricatti, marcandone ansie e debolezze.
Il percorso di Dagerman brucia le tappe, il suo è un vagabondaggio in ombra che si lancia veloce verso la fine. Se il viaggio è stato da sempre un archetipo potentissimo, nel quale la letteratura ha trovato in ogni epoca elementi di grande intensità e profondità creativa, Dagerman arriva con la sua scrittura a un punto di non ritorno anche in questo.

Laddove un altro compagno di scrittura, randagio e altrettanto assediato dai fantasmi della solitudine, Robert Walser, aveva trovato nel primo dopoguerra un esito parzialmente pacato al suo tormentato divagare, gettandolo in mezzo alle vie del mondo, in Dagerman la strada si restringe irrimediabilmente. Ciò che Walser aveva superato nella sua passeggiata, summa perfetta di ogni traversata fisica e metafisica, sembra invece perseguitare senza requie Dagerman e insistere sul suo cammino fino a raggiungerlo. In Walser, come già il suo alter ego letterario Godwi, o come l’ancor più scanzonato Taugenichts, non è inficiata la volontà che spinge al compimento della ricerca. Dagerman, invece, non trae salvezza dal richiamo a eros, dunque dall’incontro con la componente femminile, nella doppia veste di perdita e pulsione, e neppure cerca conferma o sostegno al procedere della sua intima odissea nei propri modelli letterari.
Ancora Fofi ben sintetizza il violento distacco dello scrittore dal muro degli eventi che rimbalzano con impatto lacerante nella sua interiorità: «[...] la sconfitta delle sue prospettive nella Svezia e nell’Europa del dopoguerra. La “pace sociale” – con la sua “tolleranza repressiva” nel caso svedese o semplicemente oppressiva in altri luoghi e nazioni – è ora sotto il segno della guerra fredda e dello status quo del ricatto, non solo atomico».

Calpesta macerie, Dagerman, questo il dolente scenario del mondo che trafigge il suo sguardo, e non c’è un istante in cui smarrisca la consapevolezza di “levare” ogni sua parola da un simile annientamento. Mettendosi sulla scia di altri esuli, Eliot, Pound, Mandel’štam, consapevole, come loro, di aggirarsi in mezzo alla devastazione e allo sradicamento di tutto, avvia una sua personale denuncia, attraverso la quale cerca di dar voce “agli ultimi”, i bambini e gli adolescenti, ossia la parte più vulnerabile della vita, più facilmente oggetto dell’emarginazione e del tradimento. Proprio «per la gioventù europea» Dagerman conserva fino in fondo il suo «amore infelice», tanto da chiudere al suo indirizzo la confessione del 1951, non a caso intitolata Il viaggiatore, identificando in tale sentire il proprio testamento poetico e, quindi, l’arrivo del suo problematico viaggio, di cui vuole condividere idealmente la sorte con altrettanti coetanei disillusi.

«Può darsi che non ti sia necessario,
notte; dall’abisso dell’universo
come la conchiglia senza perle
sono stato tratto alla tua riva.
[…]
e le pareti della fragile conchiglia
come la casa di un cuore incolmato
riempirai di bisbigli di spuma,
di nebbia, di vento e di pioggia…»

Mandel’štam nel 1913 fa scaturire il suo verso dalla stessa materia della conchiglia, architettura vuota e seducente che contiene i cicli della storia, effimera incantatrice, «figlia della pietra e del mare biancheggiante», oggetto dello stupore dei fanciulli, secondo Alceo, labile appiglio al presente, su cui crescono fascinose evocazioni e infiniti echi, ai quali ci si può dichiarare prigionieri o risvegliare indifferenti.
Il bambino di Dagerman, che quarant’anni dopo si mette all’orecchio lo strumento delle meraviglie, ormai non sente più nulla; l’unico oggetto che lo attrae è invece lo stivale del nonno perché sa parlargli del silenzio. Così, anche ne L’uomo che ama, la conchiglia risuona del grido di un pesce, sconvolgente adýnaton in cui sembra annegare ogni possibilità di riscatto sentimentale.
«In alcuni uomini-conchiglia sente un abbaiare di cani, in altri un lontano ruggire di tigri o colpi di martello, in altri ancora un pesante rombare di macchine. Ma in una conchiglia echeggia il grido di un pesce. È questo il suono dell’uomo che ama quando qualcuno se lo porta all’orecchio».

Di una tale incombente foschia la prosa di Dagerman è ricolma, non dà tregua a nessuno dei suoi personaggi, dal barcaiolo che accompagna il Lord sul lago, dove la piccola malsicura imbarcazione che annaspa nella nebbia è una magnifica preda della solitudine, all’inverno di Parigi, da cui emerge per pochi attimi illusori la figura di Régine «un’ebrea polacca, scelta dall’esilio durante i peggiori anni di Pilsudski». Régine abbraccia con lo sguardo l’umanità deserta, in fuga dalla cortina di ferro, ma nessuno al di là di una momentanea consolazione trovata nella sua ospitalità è in grado di ricostruirsi come essere umano.
Sempre nebbia, una tela di ragno che stringe ogni cosa in una morsa soffocante, l’ossessione stesa a impedimento del viaggio, dalla quale infine lo scrittore non sa più liberarsi: «Attraverso la sottile foschia azzurra del fumo dei traghetti e del crepuscolo intravede il serpente di luce del luna-park contorcersi, impotente e disperato».
Non si può costruire un’immagine come quella della notte di S. Giovanni senza esserle profondamente legati.

See also Lankelot.eu:
http://www.lankelot.eu/letteratura/da...
And the Italian publisher Via del Vento with "The man from Milasia / L'uomo di Milesia" by Stig Dagerman:
http://www.viadelvento.it/catalogo/sc...
Profile Image for Paola.
761 reviews156 followers
December 14, 2010
Stig Dagerman. Anarchico viscerale incapace di accontentarsi di verità ricevute, vulnerabile e malato di "simpatia". (dalla quarta di copertina)
Affinità elettive. Cosa succede quando un autore, i suoi libri, questo é il secondo che leggo, li senti così vicini, così aderenti al tuo di sentire?
Dagerman scrive con disperazione, la disperazione di chi sente troppo. Di chi ha l'anima troppo esposta alle ferite dell'indifferenza, dell'ingiustizia, della disparità, della violenza, dell'arroganza, dell'insensibilità che fondano troppo spesso l'essere
esseri umani.
Dagerman ha troppa consapevolezza, del mondo, di sé, di sé nel mondo. Vede e sente troppo, "Quel che noi chiamiamo silenzio non é silenzio, dice la nonna al nipotino che cerca il silenzio, é solo la nostra sordità. Se non fossimo così sordi, il mondo non sarebbe così cattivo. Ma per fortuna c'é ancora qualcuno che sente, e nella sua scrittura vi é una profondità semplicissima mentre contemporanemente sferra un pugno potente all'anima corazzata di chi legge.
Diversi di questi racconti sono strazianti storie di bambini deprivati della vita, Uccidere un bambino, dei sogni, dell'infanzia perché poveri.
Parla di uomini sconfitti perché si sono fatti illusioni, perché hanno creduto che si potesse fare qualcosa per cambiare il mondo. E invece si ritrovano a sopravvivere sperando che passi l'inverno quello reale e quello nel cuore.
E la scrittura di Dagerman penetra in profondità, la sua disperazione, impotenza, rabbia a volte, diventano le nostre, per un breve momento sentiamo come lui vorrebbe, e siamo un po' meno sordi, il silenzio si spegne.
Chiudere un libro di Dagerman e essere più presenti al mondo interno ed esterno ecco che succede quando senti un autore e il suo libro così affini.
Quel momento, quando chiudi il libro che é fatto di nostalgia e di riflessioni, mentre ti dici: si é proprio così. Proprio e davvero e fino in fondo così. Un mio certo sentire si é fatto parole.
Profile Image for Pino Sabatelli.
596 reviews67 followers
January 20, 2019
La prima parte di questa raccolta contiene racconti davvero eccellenti: su tutti “Uccidere un bambino”. Poi mi sembra che il livello cali leggermente, anche se rimane comunque un ottimo libro.
Profile Image for Sephreadstoo.
667 reviews37 followers
September 30, 2025
Un breve libro che raccoglie alcuni racconti, saggi e poesie dello scrittore svedese Stig Dagerman.

Sento un viscerale attaccamento a questo autore, come l'ho sentito con #SylviaPlath, che riesce a scuotermi, a farmi emozionare e rileggere le loro opere più e più volte.

E così, a pochi mesi di distanza da #Luomochenonvolevapiangere, mi ritrovo a parlare di Dagerman ma aver difficoltà a trovare le parole.

Cominciamo dal fatto che la raccolta #IlViaggiatore è eterogenea e non contiene solo racconti, ma anche brevi saggi e alcune poesie.
Di grande impatto è l'epigrafe che l'autore stesso si scrive, scandagliando gli abissi del suo essere.

Dagerman è m0orto su1cid4 a soli 31 anni ed è indubbio che l'epigrafe si legga in maniera diversa sapendo quest'informazione.

La sua produzione è permeata da un tristezza, ma non sfocia solo in disperazione, riesce a donare momenti sublimi di tensione verso un desiderio d'amore, ricerca del sublime e della felicità.

Tocca punti di lirismo che mi ha lasciato senza fiato.

Dagerman, anarchico e insoddisfatto dell'abisso umano in cui vive, scrive di protagonisti che vivono piccole grandi tragedie, spesso meno abbienti e anche per questo emarginati.

Non so quanto si capisca di quanto io abbia amato questo libro (e l'autore in generale!), ma spero di avervi convintx a leggerlo!
Profile Image for Andrea Santinelli.
38 reviews7 followers
February 16, 2022
No, non potremo dimenticarlo. Il suo sguardo da bambino e da adolescente ci accompagnerà a lungo e spesso ci scuoterà dal torpore della maturità.
La colpa che si aggira nel mondo senza un colpevole, l’incomunicabilità come condanna inesorabile, la disperata ricerca di silenzi al di là di oscuri rumori di fondo. Ogni racconto ruota attorno a un oggetto (una barca, una scacchiera, uno stivale, un disco inciso, una macchina da cucire) attraverso il quale il giovane protagonista sperimenta le sue angosce, le sue paure. L’autore ci riporta indietro a quegli anni, a quel mondo che si apriva di fronte ai nostro occhi, giù in fondo, vicino al senso profondo delle cose.
Una lettura che aiuta a riflettere, che insinua dei dubbi, domande insidiose. Non è che la verità, l’essenza dell’esistenza, sono accessibili soltanto in quei terribili ed indimenticabili anni? Non è che la serenità che si raggiunge ad un tratto si basa soltanto su una serie di piccole, sapienti menzogne, e che tutto quello che succede dopo, con l’esperienza che supplisce al declino, è soltanto un ammasso di pratici accorgimenti, di furbi aggiustamenti, fatti quasi con la coda dell’occhio cercando di non rendersene conto, che ci permettono di dimenticare qualcosa qua e là, di rielaborare il tutto addolcendolo, smussandone i contorni, per sopravvivere a ciò che si è visto, a ciò che si è vissuto? Non so se l’ottimo Stig Dagerman avesse delle risposte a questi quesiti, ma di sicuro voleva continuare ad avere quegli occhi, quella sensibilità. E per noi rimarrà sempre in quegli anni. Niente declino, né grigiore, né abili bugie.
Profile Image for Marozzi.
91 reviews22 followers
December 4, 2019
Ci sono autori che quando li leggi ti chiedi come si possa vedere con i loro occhi, pensare con le loro teste, vivere nel mondo che vedono loro. Quel nitore assoluto, quella luce accecante della verità che sono un dono grande per chi legge devono essere un terribile incubo per chi scrive. Ad ogni pagina di Dagerman mi trovo a pensare che nessuno potrebbe vivere con questa lucidità. E infatti non ha potuto farlo. Come non lo ha potuto Wallace.
Profile Image for Luca Scoca.
40 reviews1 follower
September 25, 2021
Avevo 16 anni e questo libro mi ha semplicemente distrutto. Lo amerò per sempre, e di tanto in tanto rileggo alcuni racconti. Uno stile narrativo che mi ha segnato nel profondo. Sono stato fortunato a conoscere Dagerman in così giovane età (o forse sfortunato, non so, non importa, va bene così, di Dagerman amo tutto, anche la vita <3 )
Profile Image for Maurizio Manco.
Author 7 books132 followers
October 2, 2017
"Niente ci può aiutare contro ciò che sappiamo." (p. 56)

"Lascio sogni immutabili e relazioni instabili. Lascio [...] un'attitudine vacillante rispetto ai grandi interrogativi del nostro tempo, un dubbio usato ma di buona qualità e la speranza di una liberazione." (p. 133)
Profile Image for Gabriele Fazzina.
52 reviews2 followers
April 22, 2025
“Ci sono persone che non fanno niente per essere amate e lo sono lo stesso e altre che fanno di tutto per essere amate e non lo saranno mai. Le persone molto povere, è facile constatarlo, fanno spesso fatica a farsi amare”

In pochi giorni ho letto 3 libri di Dagerman e penso che averlo scoperto recentemente, mi abbia reso più ricco. Questa è una raccolta di racconti, un po' disorganizzati, pubblicati sicuramente singolarmente tra il 1945-19450 e poi riuniti postumi, dopo la sua precoce dipartita a 31 anni. 4 stelle ma 5.
Profile Image for Davide Ariasso.
45 reviews4 followers
April 13, 2022
Che meraviglia questa raccolta di racconti d Stig Dagerman. La violenta poesia della vita umana, il dolore colto alla sua radice, nel regno dell’infanzia con le sue infinite possibilità di aprire ferite irrimarginabili.
Profile Image for Diletta.
Author 11 books243 followers
July 7, 2023
Triste e arrabbiato ma forse non il luogo giusto da cui cominciare a leggere Dagerman.
4 reviews1 follower
July 11, 2024
Dagerman conferma di essere il Camus nordico, ma con gli occhi di un bambino
Displaying 1 - 21 of 21 reviews

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