Registro di classe è prima di tutto il diario di un anno di vita. Giorno dopo giorno, prende corpo una stagione passata in due classi di liceo nella periferia romana.
È un breviario rivolto agli studenti, ai genitori, alla società civile, ma che lo scrittore destina soprattutto a se stesso. In questo libro Onofri mette in gioco non tanto il suo ruolo di professore, ma la sua vita intera e in particolare quell'adolescenza che lo ha visto cosí simile agli studenti proletari con cui condivide una sorta di cromosoma interiore. E la ricerca di un modo per comunicare con quei ragazzi, con la loro timidezza e afasia, sfrontataggine e indolenza, è anche una ricerca nelle radici della propria educazione che lo ha portato da ragazzo ad amare un'idea della vita cosi diversa da quella condivisa con i suoi compagni di allora.
Le pagine di questo Registro lasciano al margine ogni riferimento alla letteratura scolastica tradizionale e vanno dritte al cuore dei problemi: dai dieci giovanissimi suicidi in tre giorni, alla speranza di affidare alla pillola della timidezza il controllo di un'età ambigua e acerba, all'indifferenza dei colleghi appartenenti a una generazione di "genitori emancipati che con i figli parlano di tutto, ma proprio di tutto". E intorno una scuola che non sembra assicurare a nessuno, neppure ai professori, "la libertà necessaria all'espressione delle differenze", e che non sa ricordare a Marco che quella sua capigliatura da rapper, i calzoni larghi, le scarpacce grosse e pesanti, sono stato adottati, molto prima di lui, nei ghetti di Los Angeles da quegli stessi "negri" contro cui oggi Marco si scaglia.
”L’attimo fuggente – Dead Poets Society”, il bel film di Peter Weir (1989), dove Robin Williams è il prof Keating, l’insegnante di letteratura che tutti avremmo voluto avere: per questo viene mandato via.
Sandro Onofri è morto a quarantaquattro anni, per una malattia feroce e fulminante. Al funerale, celebrato nella chiesa di San Gregorio Magno, nel cuore della Magliana, i suoi studenti hanno letto, con voce incrinata, pagine strappate dai quaderni. La frase più pronunciata tra le lacrime, da quei ragazzi che “tanto sono bestie” è stata «Grazie, professore!».
Julia Roberts è l’insegnate protagonista di “Mona Lisa Smile”, regia di Mike Newell, 2003.
Sono passati vent’anni da quando Onofri ha scritto questo diario, che è stato pubblicato postumo, ritrovato da sua moglie nel suo computer. Eppure non sembra passato nemmeno un giorno, sembra oggi, suona perfettamente attuale, maledettamente attuale, perfino profetico: perché stando le cose come stanno in questo paese (ma non siamo del tutto soli, sigh), tra altri vent’anni le parole di Onofri rischieranno di essere non solo attuali, ma di nuovo profetiche.
”Finding Forrester” di Gus Van Sant, 2000: Sean Connery burbero scrittore ‘via dalla pazza folla’ dopo un grande successo diventa tutor e sponsor del giovane studente Jamal.
Il mestiere d’insegnante, il più bello del mondo, dice Onofri. Non è l’unico a pensarlo. Eppure chi insegna non è trattato bene dal paese, dalla politica: lo smantellamento del sistema educativo viene da lontano, sono più di vent’anni che va avanti.
La scuola era più brillante prima che si cominciasse a tagliare investimenti a ogni manovra finanziaria e a ogni correzione di manovra finanziaria? Io c’ero, prima ero sui banchi anch’io, e le cose non mi sembravano andare meglio. Quei tredici anni mi hanno pesato come macigni.
”Il professore cambia scuola – Les grands esprits” di Olivier Ayache-Vidal, 2017.
C’ero e di prof come Onofri non ne ho mai incontrato uno. Purtroppo. Purtroppo, non rimpiango nessuno dei miei insegnanti. Diversi anni dopo mi sono ritrovato a vivere la stessa esperienza attraverso mio figlio: credo che lui possa rimpiangere un po’ più di me, le maestre dell’asilo, e un prof fantastico in seconda media (ovviamente solo supplente). Ma mi pare che le cose non gli siano andate poi così tanto meglio, la differenza è troppo piccola. E seguendolo nel suo ciclo scolastico per la maggior parte i suoi insegnanti mi sono sembrati identici ai miei: non all’altezza, non idonei, vecchi dentro non per anagrafe.
Bruno Cirino in “Diario di un maestro” sceneggiato RAI in quattro puntate di Vittorio De Seta, 1973.
Se i giovani di cui parla Onofri sono diversi da quelli di oggi e da quelli che siamo stati io e i miei amici all’epoca non è materia di questo breve libro. Che parla di giovani in senso eterno, dell’adolescenza come età della vita che si ripete e ripropone con le sue esplosioni ed esaltazioni, incluse quelle di solitudine (un capitolo è dedicato ai suicidi degli studenti).
Albino Bernardini autore di “Un anno a Pietralata” da cui “Diario di un maestro”.
Onofri non abdica al suo mestiere di insegnante: ma non si pone mai sul piedistallo, sa accorciare la distanza, guarda i suoi studenti con rispetto, con speranza, alla pari, da uomo a uomo. Non è mai retorico, mai profetico, mai eroico, non ritiene d’avere tutte le risposte: ha tante domande, invece, ha passione, entusiasmo (a volte messo alla prova, a volte lo sconforto è palpabile), tenacia. Educatore, ancor prima che professore. Senza scuse, senza alibi, con senso di responsabilità, con partecipazione. Onofri è intelligente, sensibile, umano, il piacere di leggerlo è intenso, il rimpianto di non averlo incontrato è acuto.
È un ritratto vividissimo ed emozionante di un mondo e di un’età, l’adolescenza, vista con distacco e tenerezza, che non si vede l’ora che finisca ma poi sovente si passa la vita a rimpiangere: assolutamente necessario.
Sandro Onofri ripubblicato da Minimum Fax con "Registro di classe": il mio cuore sussulta, l'emozione è grande.
«Ecco: è mezzogiorno, è un autunno di sole fresco, ho appena perso una partita di calcetto con i miei studenti, e adesso sono qui a ridere con loro che fanno i buffoni e mi prendono in giro. Esiste un mestiere più bello del mio?»
Sandro Onofri è il professore che molti di noi avrebbero voluto avere, il giornalista che vorremmo leggere sui giornali che compriamo, l'amico con il quale ci piacerebbe parlare del presente che ci indigna, del futuro che ci spaventa, al quale raccontare le nostre speranze e a cui chiedere (e dare) consigli. La sua voce è disincantata, malinconica, piena di dubbi, ma capace di accendersi all'improvviso e di emozionarsi con la stessa genuinità di uno dei suoi alunni, talmente ricca di umanità da aumentare il rimpianto per una perdita che è stata davvero troppo prematura. Alla fine di Registro di classe sono riportati tre articoli pubblicati da Sandro Onofri; uno di questi è Storia di un condannato, apparso su Diario della settimana nel 1997: lucido, spietato, fotografia di una periferia estrema e di un magma che purtroppo avanza inesorabilmente contagiando e infettando la nostra società.
Questo libro è meraviglioso! Una perla che ha come unico difetto quello di essere troppo, troppo troppo breve. Sandro Onofri ci regala alcune pagine di diario molto intime e toccanti e pur essendo del 1998, è terribilmente attuale: i ragazzi sfrontati e 'alternativi' di cui ci parla potremmo essere noi, così come sono nostre le reazioni rispetto ai ragazzi di oggi e "Ai nostri tempi mica era così!". Da questo diario traspare un uomo di grande correttezza e dolcezza: mi ha commosso con le sue parole e con i suoi tentativi di andare in contro ai suoi ragazzi.. Ammetto che ho avuto anche una piccola fitta di gelosia al pensiero di tutti i liceali che hanno avuto la fortuna di averlo come professore di italiano!! Mi ha colpito così tanto che alcune pagine l'ho rilette più volte prima di proseguire.. :')
Breve, ma pieno di aneddoti che mi hanno fatto ricordare le mie esperienze sui banchi; io sono stata fortunata, in molti casi, insegnanti bravi e appassionati, con poche eccezioni. La descrizione della scuola, però, è calzante, come anche quella della scarsa lungimiranza e competenza della classe politica addetta ad organizzare la scuola, nella scuola dei miei figli vedo i risultati di anni di disinvestimento e scarsa programmazione. Stranamente finisco la lettura con una sensazione di pessimismo. (Menzione d'onore per "Storia di un condannato" in appendice)
Un libro trovato per puro caso sullo scaffale del libero scambio, preso senza sapere niente dell'autore (maledetta la mia ignoranza) per la curiosità che suscita sempre in me la letteratura scolastica. Cento pagine di puro buon senso, intelligenza, umana comprensione per una fase della vita, l'adolescenza, sempre incompresa e mistificata, riassunta in facili formule, lei che facile non è. La scuola di cui si parla è, ormai, una scuola di vent'anni fa, molte delle cose paventate si sono avverate come profezie nefaste: oggi la situazione è davvero peggiore di ieri e non per modo di dire o per generico rimpianto del passato. Per voler lavorare in quell'istituzione sgangherata bisogna essere votati al martirio, oppure, pieni zeppi di entusiasmo. La nostra missione di futuri insegnanti è quella di non farselo prosciugare.
Ultimo libro di Sandro Onofri rimasto incompiuto. Un diario del suo lavoro, schietto e dubbioso. Ancora molto attuale: la scuola è palesemente rimasta quella che era allora, nel 1999. Noi siamo andati avanti e i giovani sono sempre più immersi in una società ipertecnologica, ma la scuola è rimasta ferma: metodi di studio e insegnamento ormai antiquati non fanno che sfornare ragazzi sempre meno pronti al mondo del lavoro pratico. Splendida la nuova edizione minimum fax con approfondimenti di Vanessa Roghi e articoli extra di Onofri, scritti in quegli anni, che avrebbero dovuto far parte del progetto di lavoro finale.
Visto che mi sono iscritta alle liste per la supplenza, forse è il caso di informarsi.
Ci sono insegnanti e ci sono insegnanti appassionati.
Chissà a quale categoria apparterrei?
Siamo in un istituto tecnico della periferia di Roma. E la differenza del mio Friuli si sente parecchio, a partire dal modo di parlare. Manca il concetto di periferia, innanzitutto. Ma non credo che manchino i genitori che avrebbero fatto meglio ad allevare conigli, invece di figli.
È stato scritto tra il 1998 e il 1999. A parte i riferimenti alla cultura popolare un po' antiquati, è un libro attuale. Che dovrebbe essere letto da un po' di quelle persone che son lì a scaldare la sedia al MIUR, senza aver la minima idea di cosa sia la scuola. Perché gia a definire gli alunni «clienti» c'è qualcosa di vagamente sbagliato.
Mi sa che dovrei procurarmene una copia. Per andare a rileggerla in cosa di bisogna senza bisogno di farlo arrivare da Arba tutte le volte.
Ti aspetteresti il solito libro goliardico sulla scuola. Quel registro di classe è fuorviante , fa pensare immediatamente a comportamenti scolastici che hanno come epilogo note colorite e , a volte, esilaranti comminate da insegnanti esasperati che cercano nell ironia un ancora di salvezza. Invece no. È il diario di un anno scolastico vissuto nella trincea di una scuola difficile nella periferia di Roma. Raccoglie pensieri e riflessioni mai banali su adolescenti e adulti da parte di un insegnante che tutti avremmo voluto incontrare sui banchi di scuola , un insegnante che è in classe , ti vede, ti ascolta , ti fa dono di se e del suo amore per la cultura. Da insegnante ho trovato spunti di riflessione interessanti senza annoiarmi mai. Sicuramente più godibile di un corso di aggiornamento !
Questo libro mi è capitato per caso ( un negozio nel mio quartiere da un anno espone davanti alla vetrina libri che la gente può scegliere e portarsi via..) e non ne avevo mai sentito parlare . Pur stampato nel 2000 parla di una scuola superiore che un po' è stata...ma un po' è ancora così, soprattutto nei suoi limiti Sandro Onofri è un prof di lettere come tanti, che in queste 100 pagine parla a genitori, colleghi, ragazzi e un po' a tutta la società. Lo fa parlando anche a se stesso ( è un vero e proprio diario di alcuni momenti di un intero anno scolastico) e all' adolescente e lo studente che era, provando così a calarsi nell' animo dei suoi studenti. Alcune pagine sulla scuola sarebbero da leggere al primo collegio docenti di settembre in tutte le scuole!
Il diario di un grande scrittore e giornalista che ha scelto di fare l'insegnante nelle scuole della periferia della capitale. Più che un lavoro è una missione e un commosso omaggio all'amico Pier Paolo Pasolini. Passione e rabbia per le ataviche storture di un sistema scolastico che fa acqua da tutte le parti si mescolano nelle parole di Sandro Onofri. Da leggere e rileggere per chi ha deciso di votarsi alla difficile vocazione di educatore.
Un breve scritto incompiuto di uno degli autori più sensibili ed intelligenti dei nostri anni. Spogli appunti sparsi di giornate scolastiche, essenziali nella forma ma intrisi di tutta l'umanità e la straordinaria lucidità dell'autore. Il senso vero della scuola e dell'insegnamento in poche essenziali righe emozionanti.
Troppo buonsenso in così poche pagine. Non va bene. Non siamo abituati a leggere tanta pacatezza e tanta chiarezza condensate in uno sparuto mucchio di fogli. Dovrebbero leggerlo troppe persone, che invece probabilmente non sanno nemmeno che esiste. Mi dispiace per Onofri: in questo breviario non lascia troppo spazio alla rassegnazione ma più alla speranza. Se fosse ancora di questo mondo, con la Moratti prima e la Gelmini ora (non voglio pensare al "poi"), per non parlare di tutto il resto, la speranza l'avrebbe persa da un pezzo.