Se c’è un’opera letteraria in cui il Barocco – non solo italiano, ma europeo – ha trovato il suo culmine, e quasi l’accensione ultima di tutte le sue peculiarità, è L’Adone di Giovan Battista Marino, scrittore «che le bocche unanimi della Fama (per usare un’immagine che gli fu cara) proclamarono nuovo Omero e nuovo Dante», come ricordò Borges in una pagina memorabile al Marino appunto dedicata. Le parole di Borges alludevano alla fortuna dell’Adone: questo smisurato poema erotico, dove le favole della mitologia greca e la sensibilità più moderna si fondono in una narrazione variegata, fluida e avvolgente, fu celebre ai suoi tempi, ma scarsamente letto in epoche più recenti. Oggi lo riscopriamo come uno dei capolavori della letteratura italiana, vera miniera di immagini, campo magnetico di un’intera civiltà – e ciò con tanto maggiore gusto e sicurezza se ci inoltriamo nell’imponente apparato critico che ha preparato per questa edizione uno dei maggiori italianisti viventi, Giovanni Pozzi. L’edizione attuale dell’Adone ripresenta, riveduta e ampliata, quella milanese del 1976. «Io ho avuto la fortuna di leggere L’Adone del Marino, in età estremamente adolescente, a diciassette o diciotto anni. È stata una lettura che probabilmente mi ha corrotto definitivamente perché mi ha dato un tale piacere leggere questa cosa dissennata, questa macchina demente, questo coacervo di versi sonori e molto spesso anche ambigui o sordidi, o vilmente corruttivi, che mi ha affascinato moltissimo» (Giorgio Manganelli).
È considerato il massimo rappresentante della poesia barocca in Italia, identificata, dal suo nome, anche come marinismo. La sua influenza su letterati italiani e stranieri del Seicento fu immensa. Egli era infatti il rappresentante di un movimento che si stava affermando in tutta Europa, come il preziosismo in Francia, l'eufuismo in Inghilterra (dal romanzo di John Lyly Euphues), il culteranismo in Spagna.