Una ragazza è seduta su una ruota di scorta bucata, in mezzo al nulla della campagna novarese. I suoi capelli, un tempo rosa zucchero filato, ora sono un garbuglio di colori improbabili. Pochi riconoscerebbero in lei Cloro, celebrità di internet con milioni di follower in tutto il mondo. Insieme a lei, a tentare di riparare un’auto che ha macinato migliaia di chilometri, c’è Leo, trentaquattrenne disilluso, che dalla vita non ha avuto nulla di ciò che si aspettava – e dire che non si aspettava molto.
Soltanto uno come lui, senza niente da perdere, avrebbe accettato di partire da Milano alla volta dell’entroterra catanese per recuperare un amico finito in una presunta setta in cui si vive come negli anni Novanta. La setta esiste davvero, all’interno di una masseria abbandonata, ed è guidata da Zan, un uomo ambiguo e magnetico convinto di aver compreso la Verità dopo un lavoro da incubo come moderatore di una piattaforma. Leo rimane alla masseria per tre mesi, ma si accorge di Cloro solo quando lei gli chiede un passaggio per Milano. Inizia così il loro viaggio in auto dalla Sicilia alla Lombardia, sedici ore previste che si dilatano in cinque giorni, attraverso varie tappe in città e paesini dalle atmosfere sempre più surreali, perché l’Italia sta per entrare in lockdown. Leo e Cloro, che non potrebbero essere più diversi, durante il viaggio ricostruiscono le loro vite e le ragioni che li hanno portati alla masseria, discutono, si fraintendono, si allontanano e si avvicinano di nuovo, più simili di quanto entrambi siano disposti ad accettare.
Con Doveva essere il nostro momento, Eleonora C. Caruso continua un percorso ideale iniziato con Le ferite originali e proseguito con Tutto chiuso tranne il cielo per consegnarci il suo romanzo più stratificato e compiuto. Attraverso i suoi formidabili personaggi mette in scena le paure, i desideri e i fallimenti di due generazioni, sempre sul punto di afferrare il senso – che continuamente sfugge – della propria esistenza nel mondo, a cui aggrapparsi quando ogni cosa sembra scivolare verso la rovina.
Eleonora C. Caruso è nata nel 1986 e si è annoiata finché non è andato in onda Sailor Moon. Nel 2001 ha cominciato a scrivere in rete fanfiction sui suoi anime preferiti, conquistando in breve tempo migliaia di lettori. Ha fatto l’operaia, la commessa, l’impiegata, la centralinista di call centre. Vive a Milano con il suo compagno e la sua collezione di manga.
Una delle cose che amo dei libri di Eleonora C. Caruso è che appena chiudi il libro continui a veder scorrere la vita dei personaggi al di fuori delle pagine. Sono persone che esistono davvero, come amici di vecchia data che non senti da tanto tempo e di cui immagini il corso delle giornate a distanza, con un po’ di nostalgia e un po’ di bene che ti spinge a domandarti: ma chissà che cosa staranno facendo, mentre io sto qui a fare i fatti miei, chissà se staranno bene. Io sono sicura di sì. Sono quasi certa di come si stiano svolgendo le cose per Leo e Cloro al di fuori del romanzo (non lo dico per non fare spoiler), ma in ogni caso so che mi mancheranno. Mi sono sentita vicina a entrambi, per motivi diversi. La ragione per cui provo difficoltà a giudicare i libri di E. C. Caruso è che secondo me non finiscono mai per davvero: c’è un multiverso in cui tutto continua a succedere, i suoi personaggi continuano a interagire e ogni lettore è consapevole del loro destino. Focalizzandomi su “Doveva essere il nostro momento”, ho trovato la trama di fondo molto originale (il set del baglio, l’atmosfera anni ‘90, la setta, il viaggio on the road); le tematiche sono sempre di un certo spessore e di un’attualità disarmante, che a leggerle dalla penna d’altri, quasi mi darebbe fastidio, per l’immediata contemporaneità, appunto. Invece, in questo caso, non riesco a non trovarmi sempre molto in empatia con gli argomenti affrontati e con i personaggi - che poi sono persone vere. Ve lo giuro, è sempre difficile abbandonarli. In particolare l’autrice si concentra sul binomio “mondo reale”/“mondo social”, sul divario generazionale e sul rapporto tra genitori e figli. C’è molto altro però, credo che sia il “momento” che voi leggiate questo libro, per scoprirlo. Grazie, Eleonora, per averlo scritto.
Confession time: Non ero del tutto entusiasta all'idea che questo libro avrebbe parlato di Cloro e di Leo perché Cloro mi era risultata super fastidiosa nel libro precedente ed ero, credo, l'unica persona sulla faccia della Terra alla quale Leo non aveva fatto né caldo né freddo (questa segnatevela, ci torniamo dopo). Quindi, mi aspettavo sicuramente che mi sarebbe piaciuto (perché adoro come scrive l'autrice) ma ero convinta che non mi sarebbero interessati minimamente i personaggi. Dici, com'è possibile? E' possibile perché io leggo le cose come mi pare. Bene, Eleonora ha detto hold my nostalgia per la tua adolescenza disagiata e mi ha letteralmente devastata. No, perché il libro fa senza dubbio pensare e ridere e fare aaaaw su un sacco di livelli diversi, ma se sei nato negli anni '80 ti lascia per terra e ti dice anche: ora restaci, prendi questo specchio, guardati in faccia, se è il caso sputati, e poi rifletti su quello che sei e sul perché lo sei, e poi per favore riprenditi. Però questo la terza di copertina non te lo dice.
Alla fine, ho divorato il libro in una settimana, e mi sono meravigliata ancora una volta - sebbene a questo punto la conosca - della capacità dell'autrice di riportare sulla pagina sensazioni che sono tue e non pensavi nemmeno di avere. Lo fa ogni volta che porta la storia un po' troppo vicina a casa, e questa volta lo ha fatto per quasi 400 pagine.
L'idea della setta ferma agli anni '90 mi ha fatto letteralmente impazzire. La follia per Zan era già lì, ma è arrivata dopo, tutta quanta insieme, anche se non so esattamente di preciso quando. Comunque, non lo so, di lui avrei letto altre 400 pagine, 1000 se ce n'erano. C'è una lista della spesa? Leggo anche quella. E Leo... chiedo umilmente perdono, non avevo visto, non avevo compreso, che cos'era questo disadattato, questo fratello nel Festivalbar. C'è un solo secondo di questo libro in cui non lo abbia adorato? No, signori, non c'è. Lo avrei preso a ceffoni con una sedia in svariati momenti, ma non adorarlo? No. Perfino Cloro si è ripresa - pure io ho un cuore - non tanto quanto Leo, ma almeno ad un certo punto ho smesso di volerla strangolare. Dopo la questione della stanza d'albergo però, non prima.
E niente, io le recensioni vere non le so fare, soprattutto sui libri che mi piacciono veramente tanto, e questo lo è, perciò questo è tutto ciò che riesco a dire. Leggetelo perché merita. (A questo giro mi risparmio la solita storia che questa donna scrive con un linguaggio moderno e bla bla bla, perché lo dico sempre ed è sempre vero)
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Eleonora C. Caruso potrebbe anche smetterla di devastarmi l’anima ogni volta che scrive un libro. Sta iniziando a diventare personale. Scherzi a parte (ma non troppo), questo libro è INCREDIBILE. La scrittura di Caruso è sempre estremamente precisa come un intervento chirurgico, ogni singola parola è scelta con cura e non è mai messa a caso. Ha un modo di scrivere che ti entra sottopelle ed è davvero impossibile staccarsene. Potrei dire tantissime cose di questo libro, fare una recensione estremamente approfondita, ma non farei che ripetere cose che già tantissime persone hanno detto su quanto sia spietato (ma allo stesso tempo giusto) il ritratto di noi millennial; su quanto i personaggi siano vivi; su quanto ogni singola parola ti scava dentro fino a trovare un vuoto dentro di te e scavare ancora per fare più male; su quanto nonostante tutto il male e il marcio c’è sempre una piccola luce, una speranza, qualcosa che riesce a salvarsi (e questa è una costante nei libri di Caruso. Non sono mai completamente “tristi” e non sono mai completamente “felici”, sono un ammasso di disperazione che si intreccia a una speranza flebile, ma allo stesso tempo viva più che mai). Ma il punto è che questo libro mi ha dato tantissimo e sento che mi mancherà. Mi mancherà Leo, mi mancherà Cloro, mi mancherà Zan, mi mancheranno persino le comparse, mi mancherà il cane. Mi mancherà tutto e so già che prima o poi tornerò a trovarli.
Ogni volta che leggo un libro di Eleonora C. Caruso, so che conoscerò personaggi con cui non avrei mai parlato nella vita reale (anche per quel particolare che non esistono), ma che amerò come fratelli e potenzialmente si ameranno come fratelli anche tra loro, o come qualcos'altro - con tutte le dinamiche che questo può comportare, quando l'amore viene messo in mano a questa autrice. Spero che stiate bene, Cloro e Leo.
Eleonora ha definito questo romanzo "generazionale suo malgrado", in una recente intervista al Corriere, e devo dire che non esiste definizione più appropriata di questa. Doveva essere il nostro momento è, a tutti gli effetti, un romanzo generazionale, ma atipico nel suo genere, come tutte le storie partorite da Eleonora tendono infine ad essere; la caratteristica atipica più lampante che mi viene in mente, ad esempio, è che spesso e volentieri (se non sempre), i romanzi generazionali tendono a dar voce ad una sola generazione, a farsi carico di dubbi, ansie, gioie e dolori di una specifica fetta di umanità. Questo, Doveva essere il nostro momento rifiuta categoricamente di farlo, e potendo dar voce ad una generazione e godersi la vita semplice sceglie invece di complicarsela di brutto e dare voce a due generazioni non solo differenti, ma spesso e volentieri in aperto contrasto, quella dei Millennial e quella della Gen Z. Lo fa intrecciandone le vicissitudini con due portavoce entrambi a loro modo simbolo della loro generazione, Leo con la sua propensione all'accollo fino al martirio, la sua eterna indecisione, il suo cosciente rifiuto di fare il primo passo in qualsivoglia direzione se non in reazione a qualcos'altro, e Cloro con la sua sistematica esibizione di se stessa, l'uso costante di una maschera a proteggere il suo nucleo fragile, la sfrontatezza ostentata a far finta di essere sicurezza e il disperato bisogno di attenzioni che sentiamo urlare costantemente da ogni storia di Instagram e ogni video su Tik Tok. Incolla insieme quelli che non sono due lati della stessa medaglia ma due mondi completamente distinti l'uno dall'altro tramite un collante che definire bizzarro è ancora poco: Zan, l'uomo del mistero, il pazzo, il saggio mentore, il love interest tossico, il trentenne distrutto e fatto a pezzi dalla vita lavorativa con la quale si è scontrato senza essere pronto a sostenerne il carico francamente insostenibile, una figura sfuggente da qualunque lato la si guardi, e che pure catalizza l'attenzione in maniera totale. Se c'è Zan in scena, c'è Zan in scena, e per citare un'Eleonora d'annata: il mondo si riduce a icona. Questi due mondi, Cloro e Leo, e il ponte che li collega, Zan, trovano un equilibrio accidentato, ma lo trovano, sullo sfondo di un mondo che affronta gli inizi di una delle crisi che maggiormente l'hanno segnato nell'ultimo secolo, l'avvento del Covid. Fa specie leggere le pagine dedicate a quegli avvenimenti ora che dormiamo tranquilli perché ne siamo fuori: per Cloro e Leo quello specifico tipo di incubo è appena cominciato e gli vanno incontro con un'inconsapevolezza che ti crea un'ansia a livello dello stomaco che sa tanto di PTSD. Ci passi attraverso, però, come ci passano attraverso loro, nonostante tutto riuscendo ad uscirne integri. Diversi, anche se non necessariamente cresciuti. Il che va benissimo, per intenderci: non sempre si deve parlare di crescita, quando si parla di cambiamento. Alle volte basta parlare di come si è arrivati a fare il primo passo.
Partito bene, interessante. Poi ho capito che sono troppo vecchia per tutto questo gaslighting, cancel culture e reel e che questo romanzo l'ha tirata troppo per le lunghe. Finito principalmente per curiosità ma davvero poco soddisfatta. Ripeto, sono certamente troppo vecchia io.
Lettura lenta, a volte si perdeva e non si ritrovava più. Quando più mi stavo annoiando però attraverso Leo e Cloro vedevo qualcosa di me, capivo qualcosa di noi, e quindi continuavo la lettura.
È scritto bene, non posso dire il contrario, inoltre ho apprezzato tutti i riferimenti a Catania, la mia città. Non sono riuscita però ad immedesimarmi totalmente nella storia. Probabilmente sono andata alla ricerca di quella scrittura tormentata e disperata tipica delle ferite originali, ma stavolta non sono rimasta coinvolta. La trama risulta comunque interessante e lo consiglierei.
Incredibilmente contemporaneo e incredibilmente millennial. È il mio primo approccio con l’autrice ma la trama originale e la caratterizzazione precisissima dei protagonisti sicuramente mi spingeranno a leggere di più
Beh, che dire, un bel libro, lo consiglierei praticamente a tutti. Raramente nella mia carriera di lettore mi sono trovato a dire spessissimo "Ma perché lo fai? Narrativamente è superfluo" e poi a dire "Però, cavolo, questa scrive veramente bene". Ciò significa che avrei impostato il libro in un modo completamente diverso, aveva tanto da dire secondo me che non è stato toccato, ma credo che parte del mio cinismo derivi anche dal fatto che questo è un ritratto generazionale dei millennials (anche Cloro lo è, se è nata nel 1994) e io invece sono di almeno dieci anni più piccolo di tutti i personaggi. Nonostante ciò l'autrice ha preso una strada e l'ha seguita in maniera eccellente: il finale forse è un po' da film? Sì, probabile, ma ha un modo di scrivere che ti ha portato ad empatizzare a tal punto coi personaggi che ti è sembrato giusto, anzi, importante che finisse così e questo non è poco. I dialoghi sono fenomenali, credo tra i migliori che abbia letto nella mia vita, i personaggi sono caratterizzati benissimo (nonostante, dandogli zero sequenze di azione e solo sequenze riflessive era un po' un rigore caratterizzarli bene) soprattutto Cloro, che mi ha ricordato molte purtroppo ex-amiche, tossiche fino alla punta dei piedi e costantemente alla ricerca di essere messe su un piedistallo pur con un background che giustificasse questa condotta. Secondo me l'unica cosa che fa cascare l'asino è proprio che il libro è ambientato fra febbraio e marzo 2020, periodo pre-lockdown, un periodo assurdo, che io ricordo bene e poteva calcare molto più la mano su certi aspetti, fare una critica sociale ben più ampia, fare succedere qualcosa (lo so, bramavo un po' troppa azione haha) e invece no: stacchi, flashback, sequenze riflessive come piovessero mentre io mi mordevo le dita, ma vabbè, sono scelte. Comunque, per la strada che ha preso, che non è proprio nelle mie corde, è un libro eccezionale, poco da dire. Per ora gli do 4,5 stelle, le 5 sono per un capolavoro e quello magari lo si vedrà fra qualche anno.
Da tempo non mi capitava di divorare un libro in due giorni nonostante il lavoro e le incombenze quotidiane, ma con Doveva essere il nostro momento si è trattato di una necessità fisiologica: dovevo a tutti i costi continuare a leggere, immergermi più a fondo nella storia, accompagnare Cloro e Leo fino alla fine del loro improbabile viaggio e ancora oltre. E che viaggio. Dalla Sicilia al Piemonte in cinque giorni, due sconosciuti che si lasciano alle spalle una singolare comune in cui si vive come negli anni ‘90. Sullo sfondo della loro avventura on-the-road c’è un’Italia che si prepara a barricarsi per il Covid, in controluce ci sono le vite di Leo e Cloro e attraverso di loro il racconto di due generazioni separate da una manciata di anni ma ugualmente povere di stabilità e certezza, private del loro momento. La scrittura di Caruso unisce una sensibilità profonda a un’analisi acuta del nostro tempo e il risultato è un racconto in cui possiamo rintracciarci tutt3 in maniera sia emotiva che ragionata, in un misto di nostalgia e amarezza. Ma c’è anche il piacere di leggere una bella storia, perché questa lo è davvero: un racconto trascinante e diretto, ben scritto, con personaggi delineati e a fuoco che si staccano dalla pagina fino a farti dubitare di conoscerli davvero. Sicuramente li abbiamo conosciuti davvero, in qualche loro forma: in parte sono me, in parte te, in parte qualsiasi nostro coetaneo arrabbiato con il mondo e incerto sulla direzione da prendere. Ci è stato detto che avremmo potuto avere tutto ciò che desideravamo a patto di impegnarci e abbiamo scoperto che non era vero: Doveva essere il nostro momento nasce da questo cortocircuito e si sviluppa oltre, diventando un ritratto nitido e sorprendente della nostra generazione, delle nostre paure e dei nostri desideri collettivi, di tutto ciò che abbiamo rimosso e di ciò a cui invece ci aggrappiamo con ostinazione in un mondo che cambia precipitosamente.
Sebbene abbia apprezzato la maniera in cui il personaggio di Leo sia uno specchio della mia generazione, al pippone numero 15 sugli anni novanta ho faticato un po', perché in fondo Leo è un personaggio che raramente dice qualcosa di specifico (ma quando lo fa, va detto, è un colpo al cuore). Sono contenta che abbia avuto il suo cane.
Cloro ha i suoi momenti (soprattutto quando è più infantile e lagnosa) ma è una caricatura, fino al cliché della donna con gli occhi grandi e distanti.
Tutto sommato molto piacevole ma anche un po' superficiale, e troppo, troppo therapy speach, attarverso il filtro delle serie americane.
In sé il libro non l’ho capito. È scritto bene ma io ho fatto davvero tanta fatica a leggerlo. Non so se il problema sia mio o cosa. È un continuo andare avanti ed indietro nel tempo sia nella vita precedente che nei mesi passati al baglio. Ma qui penso che la colpa sia mia piuttosto che dell’autrice
Una setta che vorrebbe tornare a vivere negli anni 90, capitanata da un uomo che ha visto troppo; un ragazzo irrisolto che vorrebbe solo essere utile al mondo; un’influencer fuggita da casa con un bagaglio di problemi molto più importante del numero dei suoi followers; un viaggio on the road senza fine; il covid che toglie ogni certezza, che insegna che cercare di controllare la vita è impossibile.
Non è solo la storia in sé ad avermi coinvolta, con la sua originalità e imprevedibilità, ma soprattutto le riflessioni che emergono, sulla mia generazione, i cosiddetti millennials, e sull’eredità che stiamo lasciando. Ipocrisie, recriminazioni, un perenne senso di fallimento, sogni infranti e il desiderio insovvertibile di tornare nel passato, quando non c’era internet, non c’erano i cellulari, e tutto ci sembrava più facile... Ma forse era solo un’illusione, eravamo troppo piccoli per capire.
É un romanzo ben scritto e intelligente. E la storia d’amore è quella canzone in sottofondo che mi ha fatta dannare, sono incapace di riassumerla in poche parole, so solo che non sono pronta a lasciare Cloro e Leo, ho ancora bisogno di loro. E forse mi manca pure Zan, odiatissimo per tutto il libro, eppure tutti i torti non ce li aveva...
«Noi non siamo stati creati così. Non siamo fatti per sapere cosa pensano e fanno gli altri ventiquattro ore su ventiquattro. Non dovremmo essere sottoposti continuamente all’odio degli altri.»
Ho fatto molta fatica a finire questo libro. Attratta dalla trama mi aspettavo molto più approfondimento del personaggio centrale, motore della storia, ovvero Zan. Non si è capito nulla né di lui, né della setta. Abbiamo seguito i due protagonisti dalla Sicilia fino alla Lombardia, di Leo e Cloro c'è stato un minimo di approfondimento, ma anche qui, non sono riuscita ad affezionarmi a nessuno dei due. Ho trovato molto intricato e confusionario il racconto che si dipanava su tre linee temporali presente (il viaggio ritorno dalla setta), il passato dei due protagonisti e la vita nella setta. Le motivazioni che hanno mosso Leo a rimanere e poi andare via dalla setta le ho trovate poco chiare. Tantissime descrizioni di luoghi ma che hanno solo allungato enormemente il tutto. Forse i libri che parlano di Road trip non fanno per me. Il contentino finale potevamo anche risparmiarcelo.
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Avevo letto l’esordio di Eleonora C. Caruso nel 2014 e poi più nulla, nonostante avessi visto passarmi sotto il naso i suoi libri. Quando ho preso Doveva essere il nostro momento non pensavo che mi sarebbe piaciuto così tanto. Per me è stato il libro giusto al momento giusto, con tutti gli ingredienti che fanno di una lettura un’esperienza emozionante: ironia, intelligenza, capacità di immaginazione ma anche di raccontare il mondo. E poi, cosa vogliamo dire della sua capacità di costruire i personaggi e le relazioni tra loro? Se penso a Leo ancora mi batte il cuore. In questo libro c’è tutto il dolore delle generazione a cui appartengo, tutte le speranze, la rabbia, la voglia di cantare a squarciagola e piangere. Non smetterò di consigliarlo.
Mi sono avvicinato alla lettura del libro con molte aspettative, ma direi che nessuna è stata rispettata. Il libro rappresenta marginalmente gli anni 90 (e li conosco avendoli vissuti) è sconclusionato e inoltre si perde in dialoghi al limite del sopportabile o in lunghi tratti dove racconta, racconta .. (alla faccia del show don't tell). Anche gli stessi personaggi mi sembrano non poco estremi e a tratti poco credibili.
In poche parole per me è un libro da lasciar perdere.
e quindi??? personaggi banali e vuoti, mai approfonditi davvero, contesto banale e sistema della setta non spiegato bene. Insomma, sto libro è un pasticcio. L’autrice ricercava palesemente il successo fatto con ‘Le ferite originali’ (che ho amato), ma questo libro è banale in tutto e per tutto. Peccato, perchè è davvero scorrevole e scritto bene.
Questo libro mi ha lacerata l’anima. È stato come vedersi allo specchio. Ora voglio leggere ogni libro della Caruso.
4 stelline e non 5 perché avrei accorciato la prima parte che è più lenta della seconda che scorre magnificamente.
Il finale potrebbe lasciare a bocca aperta, io l’ho trovato perfetto e assolutamente coerente con i personaggi e la loro identità, non avrei cambiato nulla ❤️🩹